«Perchè Ischia non regge più i sold out»
L’isola non regge più gli “stress test” da tutto esaurito cui è sottoposta per una serie di motivazioni: dai soggiorni divenuti più corti all’assenza di un software cui si contrappone l’hardware più bello del mondo. La lucida e a tratti impietosa analisi di Luca D’Ambra, ma c’è anche il bicchiere mezzo pieno

Luca D’Ambra, l’allarme sembra fortunatamente rientrato, ma nel ponte del 2 giugno abbiamo assistito a scene davvero incredibili nel porto di Pozzuoli, con turisti costretti a percorrere quasi due chilometri a piedi dopo essere scesi dai bus. Un episodio davanti al quale le nostre istituzioni hanno forse subito troppo passivamente…
«Sì, sono assolutamente d’accordo. Il dubbio che si fa sempre più forte è che troppo spesso ci si trovi di fronte a persone chiamate a prendere decisioni e a definire strategie senza possedere una visione complessiva delle problematiche che devono affrontare. Noi operatori del comparto turistico abbiamo talvolta la sensazione di confrontarci con persone che confondono la propria esperienza personale da turista con le competenze necessarie per governare un settore complesso come quello dell’accoglienza e della mobilità turistica. Non riesco a interpretare diversamente quanto accaduto. Un cambio di rotta così improvviso, arrivato a ridosso di un ponte che ha rappresentato il primo vero sold out della stagione per Ischia, finisce inevitabilmente per trasformarsi in uno sgambetto dal punto di vista logistico e operativo. E per un’isola come la nostra, che vive di turismo e che in quei giorni registra flussi eccezionali di visitatori, la logistica rappresenta un elemento vitale e fondamentale».
Poteva trattarsi di una mossa premeditata per ottenere qualcosa sul piano politico o istituzionale? La dinamica dei fatti, in fondo, non sembrerebbe escluderlo.
«Personalmente non lo penso. Credo piuttosto che siamo di fronte a una mancanza di visione e di programmazione. Se poi qualcuno volesse utilizzare quanto accaduto con una sottile motivazione politica, sarebbe un altro discorso. Ma qui il problema vero è l’assenza di una capacità di lettura complessiva della situazione. Anche quando si vuole aprire una trattativa o portare avanti una rivendicazione politica, esistono modalità diverse per farlo. Non si può pensare di agire in questo modo, scaricando le conseguenze su cittadini, turisti e operatori economici. Una dinamica politica si gestisce attraverso il confronto istituzionale, non creando disagi che finiscono per colpire tutti».
L’altro paradosso è che sono stati gli stessi commercianti puteolani a promuovere una raccolta firme per chiedere la revoca dell’ordinanza. In pratica si è riusciti a scontentare turisti, ischitani e persino i cittadini di Pozzuoli.
«Infatti. Noi assistiamo sempre più spesso a una tendenza della politica a sostituirsi a processi che invece richiederebbero analisi approfondite e competenze specifiche. È una dinamica che abbiamo visto manifestarsi in diversi ambiti negli ultimi anni. Si tende a pensare che sistemi estremamente complessi possano essere gestiti con soluzioni improvvisate, ma non funziona così. Il turismo, la mobilità, l’accoglienza, l’organizzazione dei territori sono materie delicate che richiedono studio, pianificazione e capacità di visione. Quando si prendono decisioni senza queste premesse, i risultati sono inevitabilmente quelli che abbiamo visto. Ed è giusto che chi assume determinate responsabilità sia poi chiamato anche a rispondere delle conseguenze delle proprie scelte».
Come si fa a scambiare un percorso di un chilometro e settecento metri per appena trecento metri? Si fa davvero fatica a pensare alla buona fede leggendo l’ordinanza varata dalla polizia locale puteolana…
«Qui entriamo anche nel campo dell’ordine pubblico, che comunque fa capo all’amministrazione attraverso la polizia municipale. Ma vorrei aggiungere un’altra riflessione. In passato abbiamo assistito più volte a situazioni imbarazzanti, con turisti derubati dopo aver lasciato l’auto in fila anche solo per pochi minuti. Se siamo consapevoli dell’esistenza di determinate criticità, come si può pensare addirittura di amplificare il problema creando ulteriori situazioni di disorganizzazione? Non si tratta soltanto di un disagio logistico. Si finisce per aumentare anche la percezione di insicurezza da parte di chi arriva sul territorio. E questa è una questione che non può essere sottovalutata, perché l’esperienza del turista inizia già dal momento dello sbarco».
Torniamo al ponte del 2 giugno. I risultati per Ischia sono stati straordinari, ma ancora una volta qualcosa non ha funzionato. Abbiamo visto persone impiegare mezza giornata in più del previsto per rientrare a casa. L’impressione è che ogni volta che l’isola viene sottoposta a uno “stress test”, come è accaduto anche nel ponte del Primo Maggio, emergano criticità sempre più evidenti. Dal vostro osservatorio che idea vi siete fatti?
«Attenzione, però. Qualche cambiamento rispetto al passato c’è stato. Oggi assistiamo a flussi che passano improvvisamente da dieci a cento, mentre un tempo la domanda era molto più distribuita e costante. Inoltre, il turismo mondiale è cambiato. La permanenza media dei visitatori si è ridotta ovunque e non soltanto a Ischia. Questo significa che dobbiamo essere pronti a gestire picchi improvvisi e repentini, con livelli di operatività che possono cambiare radicalmente da un giorno all’altro. È evidente che Ischia, nel suo insieme, fatica a sostenere determinati numeri. Probabilmente è sempre stato così, ma in passato si percepiva meno. Oggi, invece, sia la comunità isolana sia i turisti hanno una sensibilità diversa e pretendono standard qualitativi più elevati, anche nei momenti di massimo affollamento. È un tema che ho avuto modo di evidenziare anche durante l’incontro con la Zes. Quando un territorio che registra oltre due milioni e mezzo di presenze l’anno deve affrontare determinati picchi, spesso non si parla più di semplice ospitalità ma di vera e propria gestione dell’emergenza. Ecco perché utilizzo spesso una metafora. Ischia possiede probabilmente l’hardware più bello del mondo, grazie alle sue risorse naturali, al paesaggio e alla sua identità. Quello che manca è il software, cioè un sistema operativo efficiente che metta in rete servizi, trasporti, accoglienza e organizzazione. Solo lavorando su questi aspetti potremo trasformare la nostra offerta turistica in qualcosa di davvero unico e competitivo a livello internazionale. E poi…».
E poi?
«Un altro elemento interessante riguarda la composizione dei flussi. Nonostante il ponte del 2 giugno sia tradizionalmente legato alla domanda italiana, quest’anno abbiamo registrato una presenza molto significativa di turisti stranieri. Nelle nostre strutture continuiamo a osservare una progressiva diminuzione della quota italiana a favore di quella internazionale. E la cosa positiva è che si tratta di una clientela estremamente diversificata, proveniente da mercati differenti. È un dato che considero particolarmente importante perché rende la destinazione più solida e meno dipendente da un singolo bacino di riferimento».
Un telegramma, infine, sulla buona notizia che arriva dal comparto termale.
«Sul fronte delle terme c’è sicuramente da essere soddisfatti. Credo sia doveroso riconoscere il lavoro che si sta portando avanti. Mai come in questo momento Ischia è presente ai tavoli dove si decidono le politiche del settore. Non c’è soltanto il lavoro di Federterme. Oggi possiamo contare anche sulla presenza di Maria Monte, che rappresenta Federalberghi Terme ai tavoli Stato-Regioni. Questo ci consente di portare con maggiore forza le esigenze del territorio e di coordinare le azioni a livello nazionale. L’aspetto particolarmente interessante è che attraverso Federalberghi Terme collaboriamo in maniera sempre più stretta con altri importanti poli termali italiani, come Abano e Montecatini. Si stanno creando sinergie molto utili che permettono di affrontare insieme problematiche comuni e di sviluppare strategie condivise. Resta però evidente che il comparto termale necessita di una maggiore attenzione a livello nazionale, soprattutto da parte del Ministero della Salute. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una sensibile diminuzione delle prescrizioni mediche legate alle cure termali e questo è un tema che merita una riflessione approfondita. Probabilmente il fenomeno è legato anche alla riduzione della clientela italiana, ma occorre comunque lavorare affinché il settore possa continuare a crescere e innovarsi. Dobbiamo mettere le aziende nelle condizioni di rinnovare la propria offerta, soprattutto in funzione del mercato internazionale che oggi rappresenta una componente sempre più importante della nostra domanda. Su questi aspetti siamo al lavoro e ritengo che esistano presupposti molto incoraggianti. Ci aspettiamo anche alcuni segnali positivi da parte della Regione Campania. Non voglio anticipare troppo, ma credo che ci siano tutte le condizioni per continuare a costruire un percorso di crescita e di valorizzazione del termalismo ischitano».










