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Il pesce san Pietro: pericoloso a sua insaputa

Chi non conosce il pesce san Pietro (Zeus faber)? Una delizia per coloro che si sollazzano divorando alimenti di mare, è una specie presente praticamente nei mari di tutti i continenti tranne che in quelli delle Americhe ed ai poli. Noto nel mondo anglosassone anche come “John Dory” (la cui etimologia è dibattuta e che, personalmente, mi lascia basito), nel Mediterraneo la sua taglia oscilla tra i 10 ed i 50 cm, ma in altre zone del mondo può raggiungere i 70 con picchi di 90. Vive di solito in maniera solitaria tranne che nella stagione riproduttiva, dove forma dei gruppi. Tende a stare nelle acque vicino alla costa fino a 400 m di profondità, stando però di solito a meno di 200. Se mai avete dubbi nel riconoscerlo, è facilmente distinguibile dalla forma ellissoidale, dalle 10 spine presenti sulla pinna dorsale e dalla macchia nera al centro del corpo (forse il carattere morfologico più saliente).

Uno dei problemi recenti emersi con suddetta specie, oltre al modo di pescarla(di solito con reti a strascico, che possono danneggiare l’ecosistema del benthos ovvero degli esseri viventi che si trovano sul fondo marino), è la possibilità che possa contrarre dei parassiti potenzialmente pericolosi anche per noi. Una ricerca pubblicata dalla “Cahiers de Biologie Marine” nel gennaio 2017, ad opera di un’equipe siciliana perlopiù composta da ricercatori dell’università di Messina, ha mostrato come l’82% degli esemplari da loro catturati (114 su 139) ad Agrigento avesse dentro di sé larve di Anisakis pegreffii, specie di nematode diventata famosa come una dei tanti “vermi Anisakis” che i pesci possono contrarre, oltre che la specie del gruppo più diffusa nel Mediterraneo.

I mammiferi marini (come ad esempio i delfini e le foche) sono usualmente gli ospiti definitivi (ovvero il “luogo” dove i parassiti concludono il loro ciclo) dei vermi della famiglia Anisakidae, della quale i vari Anisakis fanno parte. I pesci (come ad esempio lo stesso san Pietro) oppure i molluschi cefalopodi come polpi e seppie fanno da ospiti intermedi: ovvero, sono lo step successivo a quello di ospite iniziale (che nel caso degli anisakidi si tratta di crostacei, di solito membri del cosiddetto “krill”, ordine Euphausiacea) ma precedente a quello dei mammiferi. Il ciclo è un “continuo ingerire”; dopo l’espulsione delle uova non fecondate dall’intestino dei mammiferi, suddette uova vengono fecondate in acqua: qui si sviluppa la larva, che viene ingerita da un crostaceo. Il crostaceo agisce da primo ospite e qui la larva comincia a svilupparsi. In seguito, il crostaceo viene ingerito dall’ospite intermedio; qui la larva si incista nei tessuti, usualmente in quelli dell’apparato digerente. Infine, l’ospite intermedio viene mangiato dal mammifero marino e qui i vermi diventano adulti, producendo le uova che verranno fatte espellere per far ricominciare il ciclo. Nel caso di Anisakis pegreffii, gli ospiti definitivi sono di solito specie di delfini, curiosamente tutte e tre presenti nei mari ischitani: il delfino comune (Delphinus delphis), la stenella striata (Stenella coeruleoalba) ed il tursiope (Tursiops truncatus). La ricerca precedentemente citata mette in risalto come la diffusione del pesce san Pietro si sovrappone a quella di questi cetacei.

Però, come sicuramente già saprete, noi esseri umani diventiamo inconsapevolmente ospiti dei vari anisakidi; l’infezione è detta “anisakidosi” o “anisakiasi” ed è dovuta al consumo di animali marini con le larve dentro non cotti bene o crudi. Si manifesta dopo poche ore l’ingestione delle larve e causa violenti dolori addominali, nausea e vomito. Occasionalmente si riporta anche l’espulsione delle larve tramite tosse o vomito. Se le larve riescono a passare nell’intestino o a perforarlo (sebbene quest’ultima possibilità è difficile che accada), possono causare sintomi molto simili al temibile morbo di Crohn. Di solito i sintomi tendono a passare dopo essere stati trattati, dato che i vermi non riescono a sopravvivere nel nostro corpo, ma può esserci perforazione od occlusione dell’intestino, che richiede un pronto intervento. Nel caso in cui il cibo viene cotto, si può comunque avere una reazione allergica ai nematodi, che può portare a shock anafilattico.

Tutto ciò ci ricorda com’è importante controllare il pescato, soprattutto in specie molto comuni e consumate come il pesce san Pietro. Per sicurezza, bisogna congelare per lungo tempo l’animale e cucinarlo in maniera adeguata dopo averlo pulito per bene ed evitare un sacco di possibili complicazioni dovute ad un’attività piacevole come il mangiare.

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*BsC in STeNa e specializzando in Scienze della Natura presso “La Sapienza” di Roma

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