CRONACAPRIMO PIANO

«La povertà abitativa è un corto circuito»

Il vescovo d’Ischia Carlo Villano analizza un fenomeno sempre più diffuso sulla nostra isola ma si sofferma anche sulla delicata tematica delle demolizioni divenuta ormai un autentico paradosso. Il pastore della Diocesi isolana non si nasconde: «Gli abbattimenti non producono solo un disagio materiale, ma incidono sulla dignità e sulla serenità delle persone». E poi…

Parliamo dell’Isola d’Ischia e delle nuove forme di povertà che, purtroppo, stanno emergendo anche in un territorio che nell’immaginario collettivo rappresenta ben altro. I numeri, peraltro, sono eloquenti e lei li conosce bene, perché illustrati anche in occasione dell’incontro sul Mudis che si è tenuto lo scorso dicembre. Che idea si è fatto di questo fenomeno e qual è, oggi, il livello di solidarietà della comunità isolana? Qual è inoltre l’impegno concreto delle parrocchie?

«Credo che il rapporto a cui lei fa riferimento ci consegni una fotografia chiara e, per certi versi, anche impegnativa della nostra realtà. Non possiamo più pensare a Ischia come a un’isola priva di difficoltà o distante dai problemi sociali che attraversano il resto del Paese. Anche qui esistono situazioni di fragilità e di disagio che chiedono di essere riconosciute e affrontate con serietà. Accanto alle povertà materiali ed economiche, che restano evidenti e spesso drammatiche, emergono nuove forme di povertà che forse facciamo più fatica a vedere. Ci sono solitudini profonde, soprattutto tra gli anziani, c’è la fatica di chi non riesce ad accedere alle cure sanitarie, c’è la sofferenza di chi è costretto a lasciare l’isola per cercare lavoro altrove, spezzando legami familiari e comunitari. A tutto questo si aggiungono situazioni particolari, come il fenomeno degli abbattimenti, che non producono solo un disagio materiale, ma incidono profondamente sulla dignità e sulla serenità delle persone».

Cosa serve allora, qual è la ricetta?

«Educarsi a riconoscere queste nuove povertà è un passaggio fondamentale. Significa maturare una consapevolezza più profonda e imparare non solo a intervenire, ma anche a condividere il peso di queste sofferenze. È un compito che riguarda certamente la Chiesa, ma che chiama in causa l’intera comunità civile. Per quanto concerne le parrocchie, posso dire che i nostri sacerdoti e i nostri parroci cercano di essere presenti, di intercettare i bisogni e di offrire, per quanto possibile, risposte concrete. La Chiesa desidera essere accanto soprattutto agli ultimi, a chi vive ai margini, a chi attraversa momenti di difficoltà. Sappiamo bene di avere anche noi dei limiti e non sempre riusciamo a essere all’altezza di ciò che vorremmo, ma resta ferma la volontà di non distogliere lo sguardo. Papa Francesco ha parlato più volte delle nuove periferie esistenziali. Credo che queste periferie non debbano restare tali, ma debbano tornare al centro della vita della Chiesa e dell’annuncio evangelico. Annunciare il Vangelo significa annunciare vita, speranza, possibilità di riscatto. Come Chiesa e come parrocchie vogliamo essere presenti in queste realtà e camminare accanto a chi vive queste forme di povertà. E permettetemi di aggiungere, con sincerità, che chiedo perdono per tutte le volte in cui non siamo riusciti a vedere, o a riconoscere fino in fondo, queste situazioni di disagio».

Tra le diverse povertà che ha citato, l’attenzione si concentra inevitabilmente su quella abitativa. Al netto del rispetto delle leggi, qui sembra esserci un autentico paradosso: da una parte chi fatica a trovare casa, dall’altra abitazioni che vengono abbattute. Un vero corto circuito.

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«Sì, è un cortocircuito reale, che tocca la vita concreta delle persone. Me lo raccontano spesso le giovani coppie, che vivono una difficoltà crescente nel trovare una casa stabile sull’isola. Questo tema interroga tutti noi e richiederebbe una maggiore attenzione collettiva. Forse, proprio in questo ambito, sarebbe necessario riscoprire gesti di vicinanza e di solidarietà più concreti, come la disponibilità a mettere in locazione seconde case a chi desidera stabilirsi qui non per brevi periodi, ma per costruire una famiglia, una progettualità di vita. La questione abitativa è strettamente legata al futuro dell’isola, perché senza case non ci sono radici, non c’è continuità, non c’è comunità. E poi…».

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E poi?

«Quando parlo di nuove forme di povertà penso anche a queste situazioni, alla fatica di chi cerca una casa e non la trova, e alle conseguenze che questo comporta. Penso soprattutto ai bambini e ai ragazzi: assistere all’abbattimento della propria casa è un’esperienza che lascia segni profondi e che va affrontata con grande delicatezza. È un trauma che non può essere ignorato e che richiede accompagnamento umano, sociale e anche spirituale. In questo contesto è fondamentale il lavoro di rete. Le parrocchie, attraverso la Caritas e grazie al contributo di diverse associazioni del territorio, cercano di offrire un sostegno concreto. Realtà come la Mensa del Sorriso o la Catena Alimentare rappresentano un presidio importante di solidarietà e testimoniano come, nonostante tutto, sull’isola esista ancora un tessuto umano attento e sensibile».

Da pastore della Diocesi isolana, si sente di rivolgere un appello a privati ed enti affinché siano ancora più generosi e solidali, sostenendo chi opera a favore delle persone in difficoltà?

«Credo profondamente che la carità non debba conoscere distinzioni o barriere. L’invito che sento di rivolgere è quello di superare ogni divisione e di camminare insieme, perché solo insieme possiamo essere veri testimoni del bene. Il bene, quando è condiviso, diventa generativo. Produce altro bene, crea legami, rafforza il senso di comunità. Se impariamo a collaborare, a incontrarci, a superare anche le incomprensioni che talvolta emergono, tutto questo non potrà che portare beneficio all’intera società civile. È una responsabilità che riguarda tutti, nessuno escluso».

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