Statistiche
ARCHIVIO 4ARCHIVIO 5

Premio Ischia: di libertà, politica, giornalismo, l’intervista al premio Nobel Svjatlana Aleksievic

di Isabella Puca

foto Luigi Irace

Lacco Ameno – «Se sono una donna libera? Mi considero piuttosto una persona felice, che può fare quello che vuole nella vita e questo credo sia un vero lusso. D’altronde, la libertà, è anche un sogno». Di libertà, di politica, ma soprattutto di donne che cambiano il mondo con le loro emozioni e con le loro azioni, sono stati questi i temi dell’intervista rilasciata dal premio Nobel Svjatlana Aleksievic. La scrittrice, Premio Ischia per i diritti umani, è stata la protagonista di un’interessante serata svoltasi sulla terrazza di Villa Arbusto in occasione dell’anteprima di questa 38° edizione del Premio Ischia internazionale di giornalismo. Scrittrice e saggista, metà ucraina e metà bielorussa, ha vinto il prestigioso riconoscimento per la sua “opera polifonica, un monumento al coraggio e al dolore della contemporaneità”; la giuria del Premio Ischia ha voluto premiarla sottolineato, invece, il suo straordinario lavoro come giornalista investigativa e la capacità di far conoscere al mondo i principali avvenimenti accaduti in Russia nel secondo dopoguerra. La giuria ha fatto riferimento in particolare i suoi coraggiosi reportage sui reduci dell’Afghanistan e sulle vittime di Cernobyl. “L’Alexievich è la migliore espressione di quella libertà di stampa e di opinione, a livello mondiale, che il Premio Ischia celebra in ogni edizione”. L’Alexievich è stata la quattordicesima donna al mondo a vincere il Nobel, la prima di nazionalità bielorussa; quando le fu conferito il Nobel dichiarò che con quei soldi avrebbe comprato la libertà che dichiara, può essere tante cose, come il poter non andare a lavoro tutti i giorni.  “La guerra non ha volto di donna” è questo il titolo del primo libro che la rese nota con il quale, raccogliendo le voci di centinaia di donne russe che avevano partecipato alla seconda guerra mondiale, si è aggiudicata il Nobel. «Abitavo in un paese autoritario, – racconta al pubblico del Premio Ischia – un paese fatto per gli uomini. L’ uomo russo è diverso da quello italiano che prova a godersi la vita. L’uomo russo pensa ad altro e continuamente a come espandere il proprio territorio. Un personaggio del mio libro racconta che solo una donna può raccontare la guerra in modo da “far vomitare un uomo”. Il mondo creato dagli uomini ci rende prigionieri della guerra, ma io penso che bisogni uccidere le idee e non gli uomini. Basta accendere la tv che sentiamo notizie di morte, bisogna uccidere quest’ idea che l’ uomo sia nato solo per morire. Vedo come gli italiani amino i bambini,  li considerano fiori della vita, mi chiedo come si può mandarli in guerra? É orribile!». “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e di Putin”, è stata questa una delle sue frasi che più l’ha rappresentata dal punto di vista politico, il suo è un monito continuo contro il totalitarismo.  «Stalin secondo me ha commesso il crimine più grave: uccideva il suo popolo. Putin ci ha fatto tornare indietro, invece, con Gorbaciof si andava verso la democrazia. Guardando la televisione russa per una settimana vedrete pubblicizzate nuove armi o carrarmati, come se non esistesse nient’altro che la guerra. Sembra di non vivere più nel ventunesimo secolo, ma nel momento più crudele del ventesimo. Perché non siamo riusciti ad arrivare alla democrazia? Perché siamo romantici, immaginavamo che con la fine del comunismo sarebbe iniziata una nuova e bella era. Quando cercavamo di combattere il comunismo ci sentivamo grandi pensando di fare la cosa giusta; abbiamo vinto questo mostro, ma guardando indietro c’è ancora da vincere. I russi non erano pronti a questa libertà, ognuno voleva una fetta di torta; nessuno di noi sapeva cosa fosse la libertà, ora capiamo che per raggiungerla bisogna fare un percorso molto lungo.  Quando c’ era Gorbaciof potevamo fare qualche passo ora invece stiamo tornando indietro e la colpa non é solo di Putin, ma dei Putin che ogni persona russa porta dentro di sé, mandando avanti l’idea del grande impero. Puntavamo sulla nuove generazioni, ma sono molto diverse rispetto a come speravamo che fossero. Come potevamo essere diversi se andavano a scuole sovietiche e studiavano da manuali sovietici?».

L’idea nostalgica del premio Nobel è che non basterà una sola generazione per liberarsi dall’idea di totalitarismo, del mito Russia , «forse – ha aggiunto ancora – ci vorranno  altre due generazioni che viaggiano, che vedono il mondo. Forse mia nipote di 12 anni vivrà in un paese diverso». Nei suoi libri, l’ Aleksievič, ha sviluppato un genere letterario da lei definito “romanzo di voci”, basato sulla raccolta di centinaia di testimonianze, quelle tutte al femminile raccolte al fronte, quelle storie che ancora oggi, leggendole a distanza di tempo, sono capaci a cambiarti la vita.  «Incontrai una ciclista al fronte che mi raccontò  come le persone in guerra diventino animali cercando di strappare gli occhi al nemico. Fu orribile. Le chiesi se la cosa più orribile della guerra fosse questa e mi rispose che tra le cose orribili c’era il fatto che noi donne dovevamo combattere per la patria in abiti da uomo. Lì ho capito che la vita è molto più dura e davvero poco comprensibile». La libertà di stampa era il topic affrontato lo scorso anno dal Premio Ischia che riunì sotto il cielo di Ischia le vite di Can Dundar, di Alhamza Abdalaziz e Khader Almuhmed, reporter di guerra a costo della vita, un argomento riproposto giovedì sera alla scrittrice «libertà di stampa – ha risposto – significa dire sempre la verità e credo sia una cosa difficile ovunque, non solo in Russia. La vita è lotta per raggiungere i desideri, per far sì che si avverino i sogni, ma tutto dipende dai soldi, la cosa più importante del nostro mondo». Dalla verità di stampa, alle fake news, le cosiddette “bufale” che spopolano sul web e che avevano investito la scrittrice stessa che, qualche giorno fa, fu data per morta da alcuni tabloid, «chi ha trasmesso quella notizia è un giornalista italiano. Credo sia una nuova forma di terrorismo; oggi si può morire dopo essere stati investiti da un’auto,  ma anche con una parola. Ogni due o tre mesi qualcuno crea  un account falso con il mio nome, questa realtà virtuale ci mette a dura prova». Applausi per lei a fine intervista, una donna forte quanto semplice, decisa nelle sue parole, umile nel modo di porsi. Quando le è arrivata la notizia del Nobel stava stirando, “è una cosa meravigliosa”, ha pensato e siamo certi, lo stesso pensiero, le ha attraversato il cuore durante questi momenti ischitani. Per lei, una visita guidata al museo di Villa Arbusto e una ceramica da parte del sindaco di Lacco Ameno Giacomo Pascale, un dono accompagnato dalla speranza di vederla tornare presto a Ischia da turista.

 

Ads
Ads

Articoli Correlati

0 0 voti
Article Rating
Sottoscrivi
Notificami
guest

0 Commenti
Inline Feedbacks
Visualizza tutti i commenti
Back to top button
0
Mi piacerebbe avere i vostri pensieri, per favore commentatex