CRONACA

Processo Diotallevi, parlano i medici: nel mirino le cause del decesso

In aula le testimonianze dei due internisti presenti nei giorni in cui la giovane donna fu portata al Pronto Soccorso

Si è svolta ieri mattina una delle udienze focali nell’ambito del processo volto ad accertare eventuali responsabilità nella morte di Maria Diotallevi. La donna, come si ricorderà, spirò all’ospedale Rizzoli nel dicembre del 2015, dove due giorni prima si era presentata al Pronto Soccorso in preda a un forte malessere. Ieri sono stati ascoltati due testimoni-chiave della vicenda, due medici in servizio presso il nosocomio lacchese nelle giornate in cui maturò la dipartita della 28enne. Il primo a deporre è stato il dottor Di Scala, gastroenterologo. Il teste ha rievocato il pomeriggio del 29 novembre 2015, quando Maria giunse al Pronto Soccorso in preda a febbre alta e venne visitata dalla dottoressa Pisano. Il dottore ha consultato il referto di Ps e su impulso del legale di fiducia dell’imputata, l’avvocato Massimo Stilla, ha spiegato in base a quali parametri si può verificare dal referto l’avvenuta visita. Quel pomeriggio la dottoressa visitò la donna, e dopo aver escluso anomalie al sistema respiratorio chiese un conforto al dottor Di Scala, proprio a causa dei sintomi di disturbi gastroenterici manifestati dalla paziente. Il medico ha riferito di aver colloquiato con la donna, che riferì di aver avuto attacchi di vomito diarrea e dolori addominali.

La ragazza era pienamente cosciente, senza obnubilamenti, era in grado di muoversi autonomamente pur se al momento della visita era seduta sul lettino del pronto soccorso. Il dottor Di Scala rilevò una lieve tachicardia, ritenuta del tutto comprensibile vista la febbre in atto, ma non vennero rilevati fenomeni particolarmente anomali: anche dagli esami dell’emocromo, riportati nel referto, non si rinvenivano valori preoccupanti. C’era invece un aumento della glicemia, che indicava quindi un’infiammazione in atto. In ogni caso il medico concordò con la dottoressa Pisano in ordine alla diagnosi di gastroenterite, probabilmente di tipo virale, mentre non c’erano segnali di infiammazioni su altri organi. L’emogas non venne ritenuto necessario, perché su una paziente di età molto giovane, che non palesava difficoltà respiratorie, questo genere di esame viene generalmente escluso. La febbre fu misurata due volte, non venne ritenuta originata da sepsi. È stata poi la volta dell’avvocato Vincenzo Aperto, difensore di parte civile, porre alcuni quesiti al medico, il quale ha spiegato di aver visitato la paziente circa due ore dopo l’arrivo al pronto soccorso, e di aver effettuato un esame obiettivo (che costituisce il secondo dei tre processi utilizzati nella fase analitica del processo diagnostico) comprendente l’auscultamento del torace senza rilevare anomalie. Intanto, la febbre di circa 40° scese a 38,5° ma il dottor Di Scala ha ribadito che la sepsi fu esclusa in quanto la sua presenza avrebbe comportato brividi e tremori alla paziente, che invece non furono registrati. L’avvocato Aperto poi posto una domanda specifica, relativa alla decisione presa dopo che la paziente, che in seguito a un trattamento antipiretico, aveva visto scendere la febbre che comunque era rimasta a una temperatura alta. Il teste ha confermato che in quello come in altri casi analoghi viene prescritta la terapia domiciliare dopo la dimissione, con successiva valutazione del medico curante per monitorare il decorso.

Il secondo testimone della giornata è stato il dottor Parziale, in servizio presso il reparto di Cardiologia dell’Ospedale Rizzoli. La sua testimonianza ha spostato il focus dell’esame sul secondo accesso della paziente al Pronto soccorso, avvenuto due giorni dopo. Il medico ha spiegato che la mattina del primo dicembre venne chiamato a intervenire per consulenza viste le gravi condizioni di Maria Diotallevi. Il dottor Parziale ha ricordato di aver disposto il codice rosso e le relative procedure: fu eseguito un accesso venoso, la ventilazione artificiale, l’ecocardiogramma. Proprio mentre venivano compiute queste operazioni, all’improvviso la paziente andò in fibrillazione ventricolare, e non rispondeva agli iniziali interventi per bloccare il fenomeno, finché si riuscì a stabilizzarla. La donna venne portata in rianimazione. Fu in questa fase, durante un nuovo accesso venoso, che si tornò a manifestare la fibrillazione. Il dottore ha spiegato che in quel frangente ricordò di aver forse già visitato la ragazza, le cui condizioni purtroppo peggiorarono rapidamente fino a doverne constatare il decesso. A una precisa domanda dell’avvocato Stilla, il dottor Parziale ha risposto affermando che la morte della donna fu originata da un problema cardiologico, non respiratorio. Il legale di fiducia della dottoressa Pisano è poi passato ad affrontare una delle criticità emerse dall’autopsia: la “lipomatosi cardiaca”, cioè l’eccessivo accumulo di tessuto adiposo intorno al muscolo cardiaco. Un fenomeno che, in certi casi, in situazioni di forte stress può anche portare alla morte improvvisa. Il teste ha preso visione dei documenti relativi al secondo accesso al pronto soccorso, confermando ancora una volta la sopravvenienza della morte per un problema cardiologico e ha anche visionato la cartella clinica riguardante il parto cesareo a cui mesi prima la donna era stata sottoposta, dalla quale emergevano alcune anomalie, anche a livello coronarico, su cui andavano compiuti accertamenti: patologie che, sommatesi tra loro, possono aver contribuito al decesso.

Durante il successivo controesame, dopo essersi sincerato che il dottor Parziale avesse visionato il referto post-parto, dopo il quale il medico non ricordava con precisione di aver nuovamente visitato la paziente,  l’avvocato Vincenzo Aperto ha prodotto un documento inedito risalente al 10 febbraio, quindi poche settimane dopo il parto, sottoscritto dallo stesso testimone. Presa visione del documento, il medico ha riconosciuto la propria firma e ha comunque dichiarato che il quadro emerso nell’immediatezza del parto non era mutato, al punto che venne prescritto di attendere la fine dell’allattamento, e poi di effettuare accertamenti. Venne ipotizzata una possibile miocardiopatia focale da stress. Tuttavia, come detto, solo i successivi accertamenti avrebbero potuto darne conferma. Per quanto riguarda la lipomatosi cardiaca, il dottor Parziale ha spiegato che non è facile da riconoscere, e che nel caso specifico di Maria essa, oltre che essere piuttosto seria, si univa a una patologia  coronarica. L’avvocato Aperto avrebbe voluto inoltre chiedere al teste se, nel caso in cui in quel primo accesso al Pronto soccorso il 29 novembre fosse stato rilevato un fenomeno di sepsi, la donna si sarebbe potuta salvare, ma il giudice ha ritenuto che tale valutazione non competeva al teste, il quale era chiamato a testimoniare per i fatti del primo  dicembre, mentre era assente due giorni prima. Alcune domande conclusive sono state poste dall’avvocato Stilla, in risposta alle quali il dottor Parziale ha cercato di spiegare con esemplificazioni per i non addetti ai lavori l’alta possibilità di problemi che possono essere provocati da una seria lipomatosi, come quella emersa dall’autopsia.  A giugno, nella prossima udienza, verranno ascoltati i consulenti della difesa, e forse anche l’imputata.

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