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Procida anche quest’anno orfana della Processione del Venerdì Santo

Per il terzo anno consecutivo, causa pandemia da covid 19, salta il tradizionale e caratteristico appuntamento

Passate le vacanze natalizie, così come tradizione ultracentenaria vuole, l’attenzione dei procidani, e non solo, si sposta sulla “Processione del Venerdì Santo”, evento organizzato dalla Congrega dei Turchini. Nata come corteo penitenziale fra la fine del sec. XVI e il sec. XVII, ristretto all’antico borgo medievale di Terra Murata, è oggi costituita principalmente dai “misteri“, tavole portate a braccia e rappresentative delle parole scritte nel Vecchio Testamento e nel Vangelo realizzate con vari materiali : cartapesta, legno, plastica, polistirolo e altri materiali poveri, che seguono “la tromba ed il tamburo” e precedono le statue a soggetto religioso fisso e infine il Cristo Morto, un’opera lignea scolpita nel 1728 da Carmine Lantriceni.

Causa covid19, purtroppo, per il terzo anno consecutivo, la “cittadella dei misteri” a Terra Murata rimarrà silenti ma la discussione (sugli immancabili social) si è focalizzata, comunque, sulla statua del Cristo Morto realizzato dall’artista Carmine Lantriceni e sul suo effettivo valore artistico oltre che religioso. Da questo punto di vista registriamo la dettagliata riflessione del dottore e scrittore Giacomo Retaggio che scrive: “Mi sto chiedendo in questi ultimi due, tre giorni, di quanta gente c’è a Procida che conosca il valore artistico del nostro Cristo morto, indipendentemente dalla sua valenza religiosa. Questa domanda mi si è presentata in seguito alla visione di un post di Matteo Germinario, priore dei turchini, in cui egli si lamenta della scarsa considerazione in cui è tenuto il nostro -Cristo morto dagli operatori turistici, dai tassisti, che sono guide improvvisate, ed anche (e qui la cosa è molto più grave!) da coloro che reggono la “res pubblica” procidana. Nei commenti al post del priore ce n’è qualcuno che si lamenta di una certa prevalenza di interesse nei riguardi del palazzo D’Avalos rispetto all’immagine del Cristo morto. Mi auguro che ciò non sia vero perché, in caso contrario, la cosa sarebbe molto grave. Il nostro Cristo morto è un’opera di un valore artistico assoluto. A Procida è stata sempre considerata un’immagine sacra dal forte impatto emozionale e di fede, ma non è solo questo. Il valore artistico aggiunto ne aumenta, ma non attutisce la valenza in termini di fede e di religiosità. Questa statua fu commissionata dai Turchini nel ‘ 700 allo scultore Carmine Lantriceni per il desiderio di avere un’immagine da portare in processione. Ecco perché è di legno e non di marmo come le altre due statue del barocco napoletano coeve con la nostra, vale a dire il “Cristo velato” Di Sammartini ed il “Cristo deposto” di Matteo Bottiglieri del duomo di Capua. Fu scelto il Lantriceni perché era il più economico ed i Turchini del ‘700, gente di terra, erano piuttosto sparagnini. La minore notorietà del nostro Cristo rispetto agli altri è dovuta soprattutto al fatto che la statua dal 1728 sta sull’isola di Procida. lontana dai grossi flussi culturali e turistici. Chi volete che conoscesse il nostro Cristo se, fino a pochi decenni fa, la maggioranza delle persone non sapeva nemmeno Procida dove stava? Se si aggiunge a questo che lo scultore Lantriceni era un tipo piuttosto strano e violento, tanto è vero che un giorno fu anche arrestato e incarcerato perché aveva colpito con un martello un suo giovane di laboratorio che gli aveva sbagliato un bozzetto, ci si rende conto che il quadro è completo. Bisogna, inoltre, sottolineare, che la sua occupazione principale era quella di “pastoraio”, vale a dire di costruttore di pastori per i meravigliosi presepi napoletani del ‘700. Il Lantriceni, per queste sue caratteristiche negative, non era tenuto molto in considerazione dai suoi contemporanei per cui soffriva di una sorta di complesso di inferiorità. Il Cristo morto procidano, insieme agli altri due, rientra nella produzione del periodo d’oro del barocco napoletano. Non bisogna dimenticare che negli stessi anni (1737) fu costruito quel gioiello che è il teatro San Carlo. Ciò a testimonianza della grandezza di un’epoca. E’ ovvio, pertanto, che bisogna valorizzare al massimo il nostro Cristo, quasi a fare ammenda della secolare dimenticanza. Così come bisogna seguire le vicende del palazzo D’Avalos perché non c’è nessuna supremazia dell’uno sull’altro o viceversa: hanno entrambi un ruolo importante nella storia della nostra isola. Specie adesso che è l’anno della “Capitale della cultura”. E questo è indispensabile che lo intendano bene i gestori della cosa pubblica procidana”.

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