Procida e la vita da dializzati

Qualcuno potrà pensare: ma questi (che sarei io) chi vuole annoiare con le sue esternazioni? Ebbè, io ritengo che l’uomo sia un animale socievole e comunicare con il prossimo sia un dei migliori sistemi per sopravvivere ed anche bene. Oggi, poi, con l’enorme platea dei social a disposizione tutto diventa più alla portata di mano o….di mouse. Pertanto di recente riflettevo che con questo nuovo gennaio sono entrato nel sesto anno in cui mi sottopongo a emodialisi. Già, sei anni! Se cinquant’anni fa qualcuno mi avesse detto che avrei finito i miei giorni legato ad una macchina per sopravvivere gli avrei riso in faccia. Ed, invece, eccomi qua. Quella del dializzato è una vita sospesa. Per tre giorni alla settimana, per tre ore e mezza, il mio corpo viene collegato alla macchina, il mio sangue passa centinaia di volte attraverso di essa, si depura delle inevitabili scorie che vi si accumulano e ritorna pulito nel mio organismo. Detta così sembra un’operazione semplice, ma non lo è. Bisogna premettere che sessanta, settanta anni fa questa operazione non era molto diffusa. Era una pratica molto “di nicchia”: si moriva facilmente con il famoso “blocco renale”. Oggi non più! E bisogna ringraziare il Padre eterno che bene o male tutti i dializzati continuiamo a restare in vita. Ma la vita del dializzato non è facile. E’ ovvio che dopo un po’ ci si abita, ma ci sono delle limitazioni obbiettive che ti rendono l’ esistenza piuttosto difficile.
Ad esempio non puoi farti un’abbondante bevuta d’acqua altrimenti il peso corporeo aumenta. E ciò è anche logico: se urina non se ne forma dove va a finire tutto questo liquido? Inoltre non bisogna mangiare molto perché il peso aumenta e dalla seduta dialitica bisogna uscire sempre con lo stesso peso. Attualmente i dializzati a Procida siamo dodici, ma d’estate il numero aumenta. Immaginate che qualcuno vive su qualche barca e tre volte la settimana viene al centro dialisi per depurarsi il sangue. Sembra fantascienza, ma è così. Per uno di quei paradossi tipici procidani la situazione sanitaria isolana, che fa acqua sa ogni parte, in questo campo è all’avanguardia. E tutto ciò grazie all’intuito del dott. Alfonso Capodanno che una trentina di anni fa pensò di aprire un centro dialisi sull’isola. Onore al merito. Senza la dialisi noi saremmo già morti ed anche da parecchio. Certo , come dicevo, la vita del dializzato non è semplice. Noi siamo divisi in due turni. Io faccio parte del primo turno; tre volte a settimana Leonardo e Marisa, i due simpatici autisti del centro, mi vengono a prendere a casa mia alle cinque e mezza di mattina. Facciamo un giro per Procida per raccogliere anche gli altri del primo turno. Vi assicuro che quella corsa per l’isola ancora con il buio di questi tempi mi mette di buonumore.
Come è bella Procida di notte! Adesso, poi, con le luci di Natale ancora accese è uno spettacolo. Arriviamo al centro e ci sistemiamo sui lettini. Ci dovremo rimanere per tre, quattro ore. Il mio lettino è situato proprio sotto la finestra che da sul giardino posteriore. E’ buio, oppure piove e l’acqua riga i vetri. Occorre un’ora buona perché faccia giorno. Le infermiere, divise una ogni quattro pazienti, non di più, si danno da fare per “attaccarci” alle macchine. Queste ragazze meritano un discorso a parte. Sono tutte procidane, Monica Visaggio, La Mesa Atria, Dina Rendini, Martina Costagliola di Polidoro. Giovanissime possono essere definite l'”anima della dialisi”. Io le guardo mentre girano attorno a noi, regolano le macchine, ci pesano, misurano la pressione sanguigna. Il loro non è un compito per nulla facile perché ogni paziente si può complicare da un momento all’altro. Queste ragazze vivono sul chi vive continuamente. E tu le vedi serie, compassate, prese dal loro compito o sorridenti come a voler esorcizzare l’ansia. E nel tuo intimo non finisci mai di ammirarle. E le consideri come se fossero tue figlie o nipoti. Care ragazze! Non avete idea del bene che ci fate… Su tutto e su tutti, calmo, distaccato(in apparenza), quasi a non far notare la sua presenza, sorveglia il dott. Michele Cardito. Il titolare. dott. Luigi Ciaccia è andato in pensione ed il buon Michele lo sostituisce in attesa del titolare. Caro Michele, grazie anche a te. Tu, per me, sei il Cireneo della situazione. Esaurita la liturgia dei primi momenti rimani legato alla macchina per tre o quattro ore. Che fare? Sei solo tu ed il tuo Dio, con i tuoi pensieri i tuoi dilemmi, le tue preoccupazioni e tanto altro. Dicono che il “tempo fugge”, ma su quel lettino non passa mai. Sapete cosa ho fatto? Mi sono fatto l’abbonamento ad “audible” e mi leggo in audiolibro tutti il libri possibili ed immaginabili. In cinque anni ho letto molta parte della letteratura mondiale. Per lo meno cerco di utilizzare al meglio le opportunità che mi si presentano.
P.S. Voglio ringraziare di cuore il collega Michele Cardito per l’impegno e la competenza. E poi permettetemi di lanciare un grazie ed un abbraccio alle quattro ragazze che ci assistono. Siate sempre così: sincere, preparate, efficienti, carnali. Noi pazienti della dialisi ve ne saremmo eternamente grati.





