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Protopia Maio, Atto Secondo Imperadori: «Ricostruire presto e bene»

Incontro con il Professore Ordinario di Progettazione e Innovazione Tecnologica presso il Politecnico di Milano

Dal Giappone, l’Impero delle strutture in legno, una scultura-simbolo di solidità, sinergia, leggerezza e cambiamento. Byobu Kigumi Infinity Ischia. Prototipo che da Trento alla Sicilia unisce un Paese da sempre oggetto di terremoti. Un segno di resilienza e rinascita oggi nei giardini del Municipio di Casamicciola Terme. Domani, forse, nei luoghi del sisma. Incastri in legno di larice. Tanti, diffusi, per dissipare il carico. Perchè la bellezza non è cosa facile, e la ricostruzione lo è ancora meno. Il Golfo ha incontrato il Prof. Marco Imperadori, Ordinario di Progettazione e Innovazione Tecnologica presso la Facoltà di Ingegneria Edile-Architettura del Politecnico di Milano, al convegno “Protopia Maio – Atto secondo”, tenutosi sabato mattina all’Hotel Manzi di Casamicciola.

L’anima dei luoghi non si può cancellare. È possibile, da un punto di vista architettonico o ingegneristico, elaborare un progetto che non allontani le persone dai luoghi dove hanno vissuto sino al momento del terremoto e al tempo stesso garantisca una coabitazione tranquilla, sicura, con le forze di una natura fortemente sismica?
Certo, e bisogna fare anche presto, perché la gente che ha ricevuto dei danni vuole tempi chiari. Conclusa l’analisi dello stato dei luoghi, anche sotto il profilo economico-storico, c’è bisogno di far partire la ricostruzione. Questo vuol dire che, per alcuni edifici non ha senso provare a conservarli. Dai sopralluoghi che ho effettuato nella zona rossa, ho visto molte strutture la cui unica chance resta la demolizione ed eventualmente una ricostruzione successiva. L’entità del danno per questi edifici è enorme.
Ricostruiti come?
Dov’era ma non com’era. La struttura in sé deve essere diversa, magari la morfologia esterna può essere ovviamente mediterranea, ‘mimetica’, ma lo scheletro portante deve essere diverso. Un materiale differente e più solido. Che sia un graticcio d’acciaio, o una struttura in legno, per esempio, o anche cemento armato, se ben realizzato e antisismico. In realtà, quello che non bisogna fare è un tipo di ricostruzione che sia vulnerabile.
Cosa occorre per garantire una caratteristica di qualità progettuale alla ricostruzione?
Oggi i tecnici sono più preparati, rispetto al passato, in tema di nuove tecnologie a disposizione. L’industria è molto presente in tutta Italia e la Campania è una regione ricca di intelligenze costruttive. Penso, ad esempio, ai miei colleghi dell’Università Federico II di Napoli:  il prof Raffaele Landolfo è uno degli strutturisti più in vista in Italia, è la figura che sta preparando le norme per l’eurocodice relativo all’acciaio, sull’introduzione dei profili pressopiegati leggeri, adattissimi tra l’altro in zone ad alto rischio sismico, in quanto strutture più leggere ma ben isolate, con involucri ben congegnati che si eccitano meno rispetto alla sollecitazione sismica.
La fretta sarà una cattiva consigliera?
Lo è sempre. Ma un conto è la fretta, altro è il tempo che si cristallizza e non passa più. Credo ci sia bisogno di integrarsi. Ognuno faccia il proprio ruolo: i politici facciano i politici, i tecnici facciano i tecnici, ma tutti devono comprendere il dolore e la paura di chi è stato colpito dal sisma. Al tempo stesso bisogna dialogare, non è possibile che tutti gli attori della ricostruzione non dialoghino tra loro o non abbiano un obiettivo comune: essere presenti e non abbandonare i luoghi. Una cosa però deve essere chiara: se si ricostruisce in quegli stesso luoghi, bisogna farlo in maniera radicalmente diversa.
La delocalizzazione è un tabù?
Pensiamo al Giappone: se ogni volta che il sisma ha colpito un’area, quest’area fosse stata delocalizzata, le città e le comunità sarebbero scomparse. Invece sono state ricostruite, imparando meglio tutte le tecniche costruttive più affidabili. Il problema è che il tempo passa, il sisma non ritorna con frequenze regolari o ravvicinate, per cui si tende a dimenticare, a non rispettare più la natura. E’ sempre l’uomo a cadere in errore:  non rispettare il vincolo che la natura impone . Se si ricostruisce in zona sismica, bisogna farlo rispettando rigorosamente tutti i crismi del caso.
Qual è stata la migliore e la peggiore ricostruzione post sisma avvenuta in Italia?
Sono passato attraverso diversi sismi. Ricordo quello del 1976 in Friuli, che avvertimmo perfinp a Brescia, dove ero un bambino e scappammo tutti in strada. La ricostruzione in Friuli rappresenta un modello positivo perché le norme furono chiare, i codici di applicazione molto seri e rigorosi, i finanziamenti furono presto indirizzati in modo corretto, subito i privati ottennero i fondi per incaricare dei professionisti capaci. Ognuno svolse il proprio ruolo senza speculazioni o altro. Altri esempi sono un po’ più dolorosi: in Irpinia, ad esempio, la ricostruzione ha seguito un iter molto più problematico; a L’Aquila, dove come Politecnico abbiamo partecipato alla realizzazione di un asilo nido, sono state fatte scelte politiche discutibili: si è creata una grande periferia in una città storica che era un grande centro, che ancora oggi non si è ripreso totalmente. Anche l’ultimo terremoto nelle Marche presenta nodi spinosi: le casette che sono arrivate troppo tardi, i vincoli burocratici diventano estenuanti. Sono aspetti molto dolorosi per le persone che vivono lì ogni giorno. Quando le telecamere vanno via e si spengono i riflettori, la gente resta sola. Serve un piano serio, con una temporalità veloce, immaginare subito una ricostruzione dell’esistente storico, dove è possibile. Altrimenti non resta che demolire e ricostruire bene.
Proposte del mondo accademico anche per Ischia?
Regaleremo due tesi di laurea sulla ricostruzione al Maio. Spero belle, interessanti, innovative. Il mio auspicio è che insieme al PIDA e ai rappresentati dei Comuni dell’isola si possa organizzare una conferenza per

mostrare le potenzialità di quell’area così come sono state viste ed elaborate dai nostri studenti del Politecnico. Diamoci appuntamento tra un anno e ne riparliamo.

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