CRONACAPRIMO PIANO

Quattordici volte stop alle ruspe

Rosa Iacono torna a rivolgersi alle più alte istituzioni dello Stato per chiedere di fermare gli abbattimenti delle abitazioni di necessità. L’adesione di un cittadino di Angri, che affida a una lettera il ricordo di una demolizione vissuta anni fa e la disponibilità a sostenere la battaglia

Quattordici appelli. Quattordici volte la stessa richiesta indirizzata ai vertici dello Stato e delle istituzioni: fermare le ruspe quando davanti alla demolizione ci sono abitazioni che, secondo Rosa Iacono, rientrano nell’«abusivismo di necessità», case costruite e abitate da anni da nuclei familiari che rischiano di ritrovarsi senza un tetto. La presidente delle associazioni Disabili Ischia e Croce Rosa Ischia Soccorso, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, torna così a sollevare una questione sulla quale da tempo conduce una battaglia personale e associativa. L’ultima lettera è stata indirizzata a diverse istituzioni: dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni al presidente della Repubblica, dai ministri interessati al presidente della Regione Campania, passando per il prefetto e il procuratore della Repubblica di Napoli, i sindaci dell’isola d’Ischia e dell’area flegrea, le forze dell’ordine, il vescovo di Ischia e gli organi di informazione. Già l’oggetto non lascia spazio a interpretazioni: «Fermare gli abbattimenti per l’abusivismo di necessità», seguito dall’invito ancora più diretto «Fermare al più presto le ruspe». Ma è soprattutto il numero progressivo della missiva a raccontare la perseveranza dell’iniziativa: «14° appello con preghiera di urgente riscontro». La Iacono apre la lettera manifestando apertamente la propria amarezza per l’assenza, a suo dire, di risposte alle precedenti sollecitazioni. «Questo è il 14° appello che mi appresto ad inviarVi relativo all’argomento in oggetto», scrive, dichiarandosi «estremamente delusa e scoraggiata» per il silenzio e la mancanza di riscontro davanti a una questione che, nella sua ricostruzione, riguarda numerose famiglie dell’isola d’Ischia e dell’intero comprensorio flegreo.

Nel documento trova spazio anche un caso concreto, quello della famiglia Buono di Ischia. Iacono riferisce di un’abitazione costruita da circa trent’anni e recentemente demolita, nonostante, secondo quanto affermato nella lettera, fossero state presentate richieste di sanatoria e pagati i relativi oneri. Maria Grazia Buono e il marito, scrive ancora Iacono, avrebbero perso quella che viene indicata come la loro prima e unica casa, mentre i figli avrebbero successivamente promosso una sottoscrizione per assicurare ai genitori una nuova sistemazione. L’appello, però, va oltre il singolo episodio. Rosa Iacono prova a ricostruire quella che ritiene una catena di responsabilità maturata nel corso degli anni. Nella sua analisi gli errori sarebbero stati commessi a più livelli: dai governi che si sono succeduti alle prefetture, dalle amministrazioni comunali agli stessi cittadini. Ai Comuni contesta, in particolare, la mancata predisposizione degli strumenti urbanistici e la mancata definizione delle pratiche di condono, circostanze che, nella sua lettura, avrebbero contribuito a rendere la situazione attuale estremamente difficile. Poi arriva il cuore della quattordicesima lettera, scandito in maniera categorica: «Per prima cosa, FERMARE LE RUSPE». L’obiettivo indicato da Iacono è sospendere gli abbattimenti di quei piccoli alloggi che definisce costruiti per necessità e nei quali vivono da dieci, venti o trent’anni anziani, bambini e persone con disabilità. Famiglie che, sottolinea, possono trovarsi improvvisamente costrette ad abbandonare la propria abitazione per consentirne la demolizione.

La richiesta avanzata alle istituzioni non è quella di ignorare il problema dell’abusivismo edilizio, ma di individuare, secondo l’impostazione della missiva, soluzioni legislative e sociali capaci di distinguere le diverse situazioni. «La casa è sacra – scrive Iacono – fate altre leggi, condoni e case popolari ma non buttate le famiglie sulla strada». E aggiunge un altro passaggio che sintetizza il senso della sua protesta: «Si deve fare in modo che a pagare non sia solo la povera gente». Nella parte finale la presidente ricorda anche alcune delle battaglie condotte nel passato al fianco delle persone più fragili, citando la partecipazione, nel 1993, a una trasmissione televisiva di Gianfranco Funari durante la quale incontrò l’allora ministro dei Trasporti Raffaele Costa. Un precedente richiamato per spiegare la convinzione che un’interlocuzione diretta con le istituzioni possa produrre risultati. Il tono diventa ancora più forte nelle ultime righe. Iacono prospetta la possibilità di recarsi a Roma e organizzare uno sciopero della fame e annuncia che, qualora dovesse verificarsi un nuovo abbattimento di una casa che ritiene realizzata per necessità familiare, intende essere presente sul posto per sostenere la famiglia interessata. Spiega inoltre di avere coinvolto nel quattordicesimo appello anche Papa Leone XIV, richiamandone l’attenzione verso le persone più deboli. La conclusione è una richiesta esplicita: «Visto che siamo al 14° appello, esigo una vostra doverosa ed urgente risposta».

E proprio questo nuovo appello ha già trovato un’adesione fuori dall’isola. A scrivere a Rosa Iacono è Raffaele Tedesco, cittadino di Angri, che racconta di avere letto la sua lettera e di esserne rimasto profondamente colpito. Tedesco non si limita a manifestare solidarietà, ma rievoca un episodio che, riferisce, risale a molti anni fa e che avrebbe segnato il suo rapporto con il tema delle demolizioni. La sua lettera, indirizzata direttamente alla presidente di Croce Rosa, diventa così una testimonianza personale e una dichiarazione di disponibilità ad affiancarla nella battaglia. Di seguito il testo integrale della lettera di Raffaele Tedesco: «Illustrissima Sig.a Rosa, preferisco chiamarla Signora e non con i titoli ottenuti per grandi meriti. Una titolata come Lei che scrive per 14 volte ai massimi vertici del Suo Stato e non riceve risposta, soprattutto su un argomento di altissimo rilievo, secondo me non è meritata dal nostro Stato. Ricordo 45 anni fa (circa) quando il Dr. Mezza Raffaele di Ottaviano (direttore di giornale) rifiutò la Croce di Cavaliere della Repubblica e la restituì perché non se la sentiva di rappresentare uno Stato assente su alcuni argomenti importanti. Ho letto la Sua lettera e ne sono rimasto entusiasta e vorrei fare qualcosa per questa causa, se ha bisogno io ci sono. Molti anni fa, credo più di dieci, mi recai sul posto di un abbattimento a Sant’Antonio Abate a 1 Km da me, non ci credevo e andai a verificare: due ambulanze, due blindati della polizia, due enormi ruspe, una casetta di 50 metri quadrati abitata da un uomo lavoratore, dalla moglie, dalla nonna disabile e da un figlio disabile. Li portarono fuori e sotto i loro occhi cominciarono a triturare la casetta. Scesi dall’auto e andai a vedere da vicino, un poliziotto mi fermò e disse che non si poteva guardare, e io risposi: “Tanto è malvagio quello che state facendo che nemmeno si può vedere?”. Piegò le spalle e si voltò dall’altra parte. La gente, poi, voleva sapere chi era stata quella persona che aveva acceso il dibattito con un poliziotto. La mattina seguente, alle ore 4,00, ritornai sul luogo e c’erano ancora le ruspe e due auto della polizia a guardia delle stesse, perché al mattino dovevano ripristinare lo stato dei luoghi. La mia amarezza fu tantissima insieme ad una grande tristezza che ancora oggi mi assale. Tornai a casa e scrissi una lettera che inviai a più di cento indirizzi in Italia ed Europa, poi ne scrissi un’altra e poi un’altra ancora. Ebbi diversi riscontri, il primo fu della RAI 3 che si recò ad intervistare il proprietario della casa demolita ben tre volte e lo ospitarono in una trasmissione regionale. Mi scrisse l’allora vescovo di Ischia Mons. Strofaldi. Mi rispose anche, non ricordo il nome, il responsabile regionale del PD che, nonostante facesse parte del partito che bloccò l’ultimo condono Berlusconi, mi scrisse che il problema c’era e si doveva risolvere. Ebbi molte risposte ma zero soluzioni. I silenzi furono tantissimi. Oggi si sono talmente inceppati sulle demolizioni che ne stanno facendo un motivo di Stato, un motivo indispensabile, un motivo sine qua non. Dio La benedica Illustrissima Signora Rosa, mi ritenga al Suo fianco. Un caro saluto».

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