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Referendum Costituzionale, a Ischia c’è chi dice NO

Gianluca Castagna | Ischia – Riforma della Costituzione: votare Sì o votare NO? Questo è il dilemma. Almeno per gli italiani che non hanno ancora preso posizione in vista del referendum costituzionale a cui saranno chiamati a partecipare il prossimo 5 dicembre. Lo scontro è trasversale, perché coinvolge tutti gli schieramenti politici e ideologici.
Intanto, in previsione della data fatale, si è costituito ufficialmente il Comitato spontaneo “Ischia per il NO”, presentato ieri mattina al Bar Calise di Ischia Porto. I fondatori del Comitato, che partecipano a titolo personale senza alcuna colorazione partitica o di movimento, hanno ritenuto necessario impegnarsi affinché questa Riforma Costituzionale, inutile per gli obiettivi che si prefigge, rischiosa per gli equilibri istituzionali del nostro Paese che va a intaccare, sia sonoramente bocciata anche dai cittadini dell’isola d’Ischia.
DSCN2996La sfida è ardita: sensibilizzare gli ischitani sui temi referendari, neutralizzare lo spauracchio del tecnicismo, aiutare l’elettorato a pronunciarsi con coscienza e consapevolezza. In programma, iniziative che si svolgeranno sull’intero territorio isolano con convegni, gazebo e volantinaggi. Aperti dunque alle adesioni dei cittadini con o senza colorazione politica, oltre che disponibili a collaborare con tutti gli altri comitati e soggetti che abbiano a cuore la bocciatura di questa infelice modifica della nostra Costituzione.
«Questa legge di Riforma Costituzionale – ha dichiarato l’avvocato Mariangela Calise – prevede una sottrazione di sovranità popolare e un concentramento di poteri sull’esecutivo. E’ una legge che stravolge il rapporto dei cittadini con le istituzioni. E’ necessario pertanto un forte senso di responsabilità e di coscienza civica per rispondere alla chiamata referendaria con un voto consapevole. Ecco, il nostro comitato intende fornire tutte le informazioni per un voto responsabile e consapevole. Per cinque domeniche consecutive saremo presenti nelle piazze dei comuni dell’isola d’Ischia e discuteremo coi i cittadini di tutte le motivazioni e le ragioni del NO».
DSCN2991Bicameralismo paritario superato nel più infelice (e confuso) dei modi; costi della politica non adeguatamente abbattuti; esercizio della sovranità popolare ampiamente castigata; moltiplicazione (anziché semplificazione) dei procedimenti legislativi; accentramento dei poteri a danno delle autonomie; disequilibrio tra i poteri costituzionali. Sono queste le motivazioni più evidenti che sostengono le ragioni del NO. Modifiche poste in essere (quasi unilateralmente) per sacrificare la rappresentanza sull’altare della governabilità.
Il fronte del NO rifiuta questo scempio della Costituzione, invita piuttosto ad applicarla invece di stravolgerla, e – neanche davanti all’Armageddon – sembra disposto ad accettare che i contrappesi democratici siano depotenziati, né che il Parlamento venga esautorato dal Governo.
Insomma, la governabilità non può prevalere sulla governabilità.
«Questa Riforma – ha spiegato il prof. Mario Sironi – nasce da una concezione singolare della democrazia: deve essere veloce, rapida, con un uomo solo al comando in grado di rispondere immediatamente alle esigenze che pone la competizione globale. Sembra che la democrazia, intesa come partecipazione alla vita pubblica attraverso una pluralità delle idee, sia un lusso che non possiamo più permetterci. Noi invece pensiamo che la Costituzione debba prevedere una partecipazione forte dei cittadini alla quale non vogliamo rinunciare. La Costituzione è pre-politica, il campo dove le forze entrano in conflitto, non può essere il frutto di una lacerazione. Se questa riforma venisse approvata, avremmo una Costituzione nella quale metà degli italiani non si riconosce, un testo di parte, che non unisce ma divide. Questo Governo – continua Sironi – ha fatto una scelta diversa: su un tema delicato come l’assetto costituzionale, impedisce a tutti gli italiani, di diversa e opposta fede politica, di ritrovarsi in regole condivise e sentite come proprie. Della Costituzione ne parla lui, un attore del conflitto che ne diventa il protagonista. E’ il vulnus più grave. Abbiamo il diritto e il dovere di chiedere qualcosa di meglio».
Materia davvero esplosiva, dunque, se combinata all’attuale legge elettorale. L’Italicum, infatti, assicura massicci premi di maggioranza che consentirebbero, alla forza di Governo – tanto per fare un esempio emerso ieri mattina – di determinare anche i regolamenti delle opposizioni in Parlamento. Se non c’è rischio di deriva autoritaria – assicurano i sostenitori del No – ci andiamo molto vicino. Anche perché, delle modifiche all’Italicum promesse da Matteo Renzi per tacitare l’insubordinazione della minoranza interna del Partito Democratico, non si sa ancora nulla.
Come si fa a valutare seriamente il quesito referendario senza conoscere nemmeno la legge elettorale che determina la rappresentanza parlamentare?

Sulla riforma del titolo V, l’avvocato Calise ha infine lamentato «lo svuotamento della legislazione concorrente delle Regioni. Di fatto lo Stato avocherà a sé non solo tutta una serie di competenze legislative che appartenevano ai territori, penso all’ambiente, all’energia, ma anche quelle residuali attraverso la clausola di supremazia. Regalandosi carta bianca per intervenire sul territorio regionale, per ragioni più o meno valide, e rispetto al quale i cittadini di quella regione e di quel territorio non avranno più voce in capitolo. Soprattutto se si pensa che il nuovo Senato, rappresentativo delle autonomie locali, non ha più alcuna possibilità né di iniziativa legislativa, nè di approvazione delle leggi. Solo suggerimenti. Questo vuol dire che nel momento in cui il Governo dovesse decidere di sacrificare il territorio dell’isola a un interesse nazionale, noi isolani non avremmo alcuna voce, né lo avrebbero i nostri consiglieri regionali».

Intanto, è notizia di ieri il rigetto, da parte del Tar del Lazio, del riscorso presentato da M5S e Sinistra italiana contro il quesito del referendum. Inammissibile per difetto di giurisdizione. In altri termini, per i giudici amministrativi, il testo non andava impugnato davanti a loro, ma davanti «all’Ufficio centrale per il Referendum, che può rivolgersi alla Corte costituzionale». Si ricomincia, la partita è ancora aperta.

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