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Renato Zero, il tributo di Ischia Global a una straordinaria avventura artistica e umana

Gianluca Castagna | Lacco Ameno Alle fine Renato Zero, il re dei sorcini e dei Zerofolli, qualche canzone l’ha intonata. Preso quasi per mano dalla band di Agostino Penna e trascinato sul suo canzoniere più noto (e amato). “Amico”, scritta tanti, troppi anni fa, sul sentimento totalitario che si vive da giovani, che spesso resiste al tempo e alle peripezie della vita. E poi, inaspettata, “I migliori anni della nostra vita”, altra hit stra-famosa del suo repertorio più maturo.
Era arrivato sabato pomeriggio con un motoscafo privato, ma è sembrato che scendesse da una navicella spaziale. Sopra gli occhiali da sole, una maxi-visiera nera da alieno in libera uscita sul pianeta Terra. «Ischia mi sorride sempre – dice – e questo mi rallegra, ho così la certezza che questa è anche un po’ casa mia.»

Difficile sintetizzare in poche righe l’arte, il carisma e la carriera di Renato Zero, uno dei personaggi più poliedrici, inafferrabili e irriverenti (almeno fino alla boa degli anni 80) della nostra canzone. Sono tante, troppe, le maschere, i progetti e le canzoni dell’artista romano, tra gli ospiti più attesi e (scommettiamo?) inseguiti di questa 16esima edizione della kermesse. Oltre quarant’anni di carriera, trenta album incisi, più di cinquecento canzoni entrate di diritto a far parte della cultura popolare italiana. Pezzi cantati da milioni di voci, anzi, di anime, anzi, di sorcini, anzi, di zerofolli, che a un certo punto si sono riconosciuti in questo interprete che mai, per nessun motivo, avrebbe rinunciato a un pubblico divenuto carne viva e del quale, soprattutto ai tempi dell’idolatria di Zerolandia (mitico tendone-mondo), si fa esaltazione, sacrificio, rappresentazione. «Se c’è da cambiare, da osare per migliorare il nostro percorso, io ci sono sempre», ribadisce. «Perciò mi chiamo Zero, perché è il numero più modesto ma pure il più disponibile.»

Non è facile, nell’Italia bigotta di quegli anni, essere quel che si è. O mostrarsi per quel che si è o si sogna di essere. E’ la rivoluzione giovanile, lo tsunami di beat, rock e capelloni, a consentirgli di vincere il vittimismo, la violenza verbale, lo sputo, la stupidità di certe recinzioni che pretendono di incasellarlo impedendogli di dare sfoggio di una libertà a 360 gradi.

Zero reagisce con l’ironia e l’invenzione rabbiosa, la cipria e i lustrini, la poesia e l’autostop. Balla al Piper (con Nicoletta e Loredana), recita in “Hair” e “Orfeo 9”, costruisce, pezzo dopo pezzo, il suo personaggio provocatorio e alternativo. Lavora come gli anarchici negli scantinati, stampando i suoi pezzi da carbonaro su rotative arrugginite e annerite per l’incazzatura. Nelle canzoni (sue o di altri) mette tutto se stesso, compresa la sua parte più saggia, tradizionale, perfino conservatrice (quella che non ti aspetti). La periferia, l’emarginazione, le negatività, i rifiuti, le porte in faccia, gli insulti, ma anche le speranze, l’amicizia, la libertà, la forza rivoluzionaria del bene. Se c’è stato malessere, non lo rinnega né lo disconosce. Gli serve. E’ carburante del motore. Gli permette di partire e avviare una marcia che dura ancora oggi, se è vero che ai concerti arrivano i vecchi sorcini in formato familiare.
L’altro segreto è forse il parlare chiaro, semplice, senza quei vezzi intellettuali che arrovellano l’ascoltatore di fronte alle cattedrali musicali dei suoi colleghi più riveriti. Zero va dritto al cuore della gente, senza perifrasi, senza snobismi, regalando il sogno di una maschera decadente e di fantasie stravaganti negli stessi anni in cui fuori volano le pallottole. Senza per questo rinunciare a parlare di cose importanti: “Mi vendo” è il grido sfrontato di un prostituto felice; “Salvami”, lo specchio della sua anima in cerca (perenne) di amore (che troverà nel suo pubblico di fedelissimi); “Un uomo da bruciare”, il vano tentativo di emergere di un volto anonimo la cui vita si perde in quella di milioni di altri; “Morire qui”, impietosa cronaca rock (dal groove irresistibile, insuperato) di un amore allo stadio terminale; “Madame”, l’elogio dei freak; “Il carrozzone”, ballata straziante sulla vita, la vecchiaia e la morte; “Il cielo”, zenith indimenticabile del Zero-pensiero.

L’artista, ad ogni modo, ha sempre amato molto l’isola d’Ischia, dove spesso è venuto in vacanza e si è esibito, tra il 1978 e il 1986, in spettacolari concerti all’arena del “Negombo by night”.
«Il Regina Isabella è stata in più occasioni fonte di ispirazione per molto del materiale che qui veniva da me abbozzato per poi divenire partitura musicale o testo letterario», ricorda. «Che posso dirvi? Sono nuovamente riuscito ad essere me stesso in tutte le mie sfaccettature, già questo rappresenta un meraviglioso traguardo.» Un affetto che si rinnova nella volontà di presentare il suo film- opera “Zerovskji – Solo per amore” nelle piazze e tra la gente, soprattutto quella (più) ferita dal terremoto dello scorso 21 agosto.
«Ho portato con me il mio ‘Zerovskij’ affinché pure i miei amabili isolani possano goderne. In particolar modo i fratelli di Casamicciola ai quali sarà dedicata una delle proiezione dell’opera da me composta e realizzata in versione cinematografica».
Appuntamento domani sera, a Piazza Marina.

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