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Riflessioni – Conoscere per guidare l’economia (e la cultura)

Nessuno conosce il futuro, ma gli esseri umani sono sempre riusciti a fare delle previsioni ragionevoli, fondandosi sulla esperienza e il ragionamento. Gli egiziani avevano imparato a prevedere le piene del fiume e ad incanalarlo per creare aree fertili. Tulle le campagne militari sono basate su previsioni circa le forze del nemico, i suoi spostamenti, le sue mosse.

E quasi sempre vince non chi ha l’esercito più grande, ma chi conosce meglio la psicologia del nemico e lo coglie alla sprovvista, come hanno fatto i tedeschi aggirando la linea Maginot dietro cui i francesi si sentivano al sicuro. L’ultima crisi economica era stata prevista da pochi, fra questi dobbiamo ringraziare Tremonti che da anni vedeva con timore e sospetto le manovre della finanza. Non facendoci prendere di sorpresa, abbiamo contenuto i danni. Ma poi non siamo stati altrettanto lungimiranti, non abbiamo pensato che si potesse scatenare una speculazione proprio sullo Stato e oggi cerchiamo un rimedio in modo frettoloso. Però le scelte frettolose, non preparate con cura, senza conoscere a fondo le situazioni, possono produrre gravissimi errori.

C’e un bel film, Thirteen days, che racconta il giorni della crisi di Cuba, quando il presidente Kennedy era ossessionato dalla possibilità di compiere lo stesso errore che aveva scatenato la Prima guerra mondiale. Allora, anziché far fare le cose ai funzionari e ai militari, le ha seguite personalmente in modo minuzioso, con saggezza. Solo grazie a questa lungimirante precisione ha costretto i russi a ritirarsi e ha fatto terminare la guerra fredda.

Troppo spesso, invece, i governanti non conoscono i dettagli delle situazioni. Cosa sapeva Mussolini della reale situazione degli armamenti, dell’esercito, della marina, dell’aviazione? Niente, solo chiacchiere, ma le ha pagate amaramente tutto il popolo italiano. Con la crisi economica di oggi, il governo deve ridurre rapidamente le spese pubbliche. Ma per agire con saggezza dovrebbe conoscere molto bene la realtà del Paese. E quindi sapere dove può eliminare costi inutili e dove invece, tagliando, distrugge istituzioni vitali. Un errore che il governo potrebbe fare in un campo dove è più debole come quello culturale. Per esempio potrebbe non saper valutare fino in fondo l’importanza, sia a livello mondiale che produttivo, di istituzioni come la Scala, la Biennale o il Centro Sperimentale di Cinematografia con Cineteca Nazionale (per fare solo alcuni esempi) e giudicarli soldi sprecati.

 

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