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RIFLESSIONI – L’innovatore

Vi sono dei momenti nella vita in cui noi imbocchiamo una strada nuova, inesplorata. Ci succede quando, terminati gli studi, cerchiamo un lavoro, quando decidiamo di lasciare il nostro paese per andare in una grande città. Quando lasciamo un impiego sicuro per una attività imprenditoriale, quando ci innamoriamo ed andiamo a vivere con un’altra persona. Ma anche quando decidiamo di seguire la nostra vocazione politica, religiosa, o artistica. In tutti questi casi siamo costretti ad abbandonare il nostro mondo consueto, tranquillo, prevedibile, e ci troviamo scaraventati in un territorio pieno di insidie dove navighiamo a vista e non sappiamo se andrà bene o andrà male. E più importante è la posta in gioco, più rischiosa ed incerta diventa l’impresa. Allora dobbiamo impegnare tutte le nostre energie intellettuali ed emotive.

Guai un attimo di disattenzione! Guai un attimo di rilassamento! A volte ci sembra addirittura che le difficoltà crescano più ci avviciniamo alla meta. E la cosa più impressionante è che, mentre metà delle difficoltà ci provengono dal mondo esterno, l’altra metà ci viene dal senso di abbandono, dall’incomprensione di coloro che dovrebbero stare dalla nostra parte, al nostro fianco. In questi momenti difficili, cruciali, in questa lotta in un terreno sconosciuto, infatti, quasi sempre siamo soli. Anche le persone vicine, i genitori, i figli, il marito o la moglie, gli amici più intimi, i parenti, restano sconcertati, si tirano da parte, stanno a guardare.

Spesso sono diffidenti, sospettosi, ci criticano o non ci difendono dagli attacchi che subiamo. Perché? Perché siamo usciti dal gruppo, ci siamo staccati da loro. Il gruppo, l’insieme dei familiari, dei parenti, degli amici, è un tutto organico, in cui ciascuno ha una identità definita. E le diverse identità si combinano a costituire un mosaico. Adesso noi cambiamo ruolo, ci separiamo, non giochiamo più la nostra parte abituale, scompaginiamo il mosaico. Disturbiamo l’immagine che hanno di se stessi, turbiamo la loro serenità.

Il singolo individuo, separato dagli altri è disposto a capirci. Ma quando torna a parlare con loro cambia idea, si fa contagiare dalla reazione del gruppo. Lo lasciamo entusiasta e lo reincontriamo freddo. Per provocare sconcerto basta poco. Provate a cambiarvi pettinatura, a farvi crescere la barba o a tingervi i capelli di rosso. Provate a dire loro che avete deciso di fare il pittore o di studiare canto. Ben più grave è la reazione quando volete diventare diversi, quando volete scegliere una strada nuova.

Allora, anche se nessuno lo dice esplicitamente, il gruppo vi rifiuta. Di colpo siete soli. Percepite nei loro occhi la critica, la diffidenza. Alcuni vi consigliano in modo inquisitorio per vedere se qualcuno vi ha plagiato o se siete sani di mente. Di un uomo dicono che ha perso la testa, di una donna che è una poco di buono. Così dovete arrampicarvi da soli e la gente che dovrebbe esservi più vicina ostentatamente non si accorge della vostra fatica, della vostra angoscia. Non vi dà una mano, anzi, di solito, vi butta addosso i suoi problemi e si irrita perché non vi prodigate per loro.

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E più facile che l’aiuto arrivi da uno sconosciuto, da un soccorritore esterno. Se il tentativo di innovazione finisce male, i critici esultano perché avevano ragione. Però, di solito, l’innovatore vince. Perché si batte selvaggiamente, perché ce la mette tutta. E allora, dopo la vittoria, il gruppo ritorna festante per appropriarsi di lui e del suo successo. Arrivano anche i parenti più lontani, i compaesani e tutti dicono di aver capito.  Ti ricordi? Ti ricordi?  Gli mormorano, reinventando il passato. E l’innovatore, che ha tanto sofferto della solitudine, adesso si consola con questa menzogna collettiva.

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