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Sanità in crisi, appello comune per il riconoscimento di “zona disagiata”

L’adozione di un formale provvedimento per riconoscere le peculiarità di un territorio che rende più problematico, per un cittadino, richiedere assistenza sanitaria e (provare a) guarire non è più differibile. Lo pretendono tutti: pazienti e operatori sanitari, amministratori e uomini di Chiesa, comitati e associazioni di categoria. Le accuse contro ASL, Regione e Governo centrale

Dovrebbe essere il fiore all’occhiello della sanità pubblica. In un territorio, l’isola d’Ischia, che nei mesi estivi raggiunge, tra residenti e turisti, oltre le 400mila presenze. Dovrebbe esserlo non solo perché la salute rappresenta un diritto fondamentale e inalienabile del cittadino, la realizzazione di quell’uguaglianza sostanziale sancita nella Carta Costituzionale, ma perché la sfida dell’eccellenza di un sistema sanitario nazionale dovrebbe partire proprio dalle zone maggiormente disagiate, quelle la cui insularità, ad esempio, rende più problematico per un cittadino ammalarsi, affrontare la diagnosi, richiedere cure e assistenza, sperare nella guarigione.
L’Ospedale “Anna Rizzoli” e la sanità isolana, invece, rischiano il collasso. Colpa certamente di una situazione complessa e di carenze che, nell’intera Regione Campania (ma non solo), si trascinano da decenni; colpa di politiche che spingono verso la privatizzazione e mortificano la sanità pubblica. Ma colpa anche di quei tagli alla spesa sanitaria apportati negli ultimi anni proprio con l’obiettivo di uscire dal piano di rientro con cui la Regione deve fare i conti. Spending review, la chiamano. Per porre fine al commissariamento. Ma a che prezzo?

Viviamo in un sistema a due velocità che discrimina l’accesso alle cure a seconda delle possibilità economiche di un paziente o del luogo in cui vive. Un conto troppo alto sia in termini di qualità dell’assistenza, sia in termini economici. Al prezzo della vita, nei casi più estremi. Perché un’azienda sarà anche legata al profitto, ma la salute no. La salute non è una merce. Non vogliamo, né meritiamo ospedali pubblici depotenziati, reparti sanitari praticamente smantellati, posti letto insufficienti nei periodi di alta stagione, liste di attesa infinite per visite e diagnostica, un blocco del turn over che sacrifica il personale della sanità pubblica o lo spinge a lavorare in condizioni disumane con turni massacranti e orari impossibili. 

Non accenna a fermarsi l’onda lunga della manifestazione indetta dal CUDAS Ischia che sabato mattina ha visto scendere in piazza tanti (ma non abbastanza) cittadini isolani per protestare contro un servizio sanitario ormai al di sotto della soglia minima di adempienza. Una situazione insostenibile denunciata da pazienti e operatori sanitari, studenti e amministratori locali, uomini di chiesa e rappresentanti di comitati e associazioni di categoria. Isolani di ogni età e classe sociale che quotidianamente vivono sulla propria pelle i disagi di un livello di assistenza che non è più in grado di costruire/fornire risposte a misura dell’utente e del territorio.

È mai possibile che il privato riesca a offrire prestazioni sanitarie che non solo sono più tempestive, ma talvolta anche economicamente più convenienti rispetto al pubblico? Che senso ha fissare ticket elevati per le prestazioni di massa se non per un’intenzione, nemmeno tanto (più) velata, di spingere verso la privatizzazione e abbandonare la sanità pubblica? Perché si continua con le nomine politiche dei vertici della sanità regionale generando una catena che non va certo a favore dell’efficienza? E’ mai possibile che per una visita ortopedica non post-operatoria sia necessario recarsi fuori dall’isola? O che il personale della RSA “Villa Mercede” non riceva uno stipendio da 4 mesi? O, ancora, che per prenotare una visita, o avvalersi di un’esenzione, o cambiare medico di famiglia sia necessario perdere giornate intere all’ex Presidio sanitario “San Giovan Giuseppe”? Cosa aspettiamo a pretendere un deciso potenziamento dei servizi del CUP? Quale livello di sicurezza garantiremo a una partoriente affidata nel momento del travaglio a un’ambulanza del 118, in condizioni climatiche avverse e collegamenti marittimi difficoltosi, se e quando il punto nascita all’Ospedale Anna Rizzoli verrà soppresso?

«La Chiesa di Ischia è qui per unirsi alla comunità e rappresentarne il disagio» ha dichiarato Monsignor Pietro Lagnese, vescovo della Diocesi, che per primo ha preso la parola una volta che il corteo, partito da Piazza Marina a Casamicciola Terme, ha raggiunto l’area di fronte al nosocomio lacchese. «Soprattutto il disagio delle fasce più deboli, dei poveri, quelli che non hanno possibilità alternative di curarsi. Gli ammalati sono delle persone, non cose. La politica della spending review non rispetta la dignità dell’uomo e della persona. Va manifestata massima solidarietà a tutti coloro che lavorano all’Ospedale Rizzoli e negli altri centri sanitari dell’isola, perché abbiano una giusta remunerazione e siano rispettati nei loro orari di lavoro. Ho verificato io stesso quanto disagevole possa diventare la situazione per un ammalato: un diabetico non vedente è stato respinto dal centro dialisi e invitato a recarsi sulla terraferma per le cure necessarie perché sull’isola per lui non c’era posto. È una situazione insostenibile che ci chiama tutti a gridare il nostro disagio, a unirci per un unico appello: dichiarare l’isola di Ischia zona disagiata. Dobbiamo avere tutti quegli strumenti perché qui si possa nascere, ci si possa curare e si possa morire degnamente.»
Di chi sono le responsabilità più grandi di una situazione che negli ultimi anni è letteralmente precipitata? Per Gianna Napoleone gli imputati sono essenzialmente due: «la Regione Campania e la Direzione generale sanità. Ormai si viene a Ischia solo per presenziare alle inaugurazioni e non quando si tratta di risolvere criticità che non possiamo più sostenere. Se una persona anziana deve fare una visita ortopedica, oggi deve andare a Procida; stesso discorso per i problemi di neuro psichiatria infantile. Abbiamo scritto tantissime volte alle istituzioni, da De Luca mai nessuna risposta. Solo attraverso la dichiarazione di “zona disagiata” possiamo sperare in maggiori servizi, ambulatori e incentivi finanziari.»
Proprio su Procida si tenta di integrare la sanità territoriale con il Pronto Soccorso (dove ci sono gli strumenti), per garantire più servizi ai cittadini. «I professionisti che abbiamo – ha osservato il sindaco Dino Ambrosino – non vengono valorizzati adeguatamente perché non riescono a dare operativamente le risposte ai cittadini: non operano, non hanno la Tac, non ci sono strumenti di controllo. Strumenti che invece sono a disposizione del Pronto Soccorso. Ecco perchè stiamo insistendo, con il direttore D’Amore, per integrare queste due realtà. Chiaro, è ancora troppo poco: nulla di paragonabile a quanto esiste invece sul territorio dell’isola d’Ischia, dove almeno c’è un ospedale, qualcosa di più organizzato, strutturato, punto di riferimento anche per i cittadini procidani.»

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Di collasso della sanità isolana non vuole sentir parlare Giacomo Pascale, sindaco di Lacco Ameno.
«Non sono così catastrofico», dice. «Il servizio dell’Ospedale Anna Rizzoli dell’isola d’Ischia è più che dignitoso. Chiaramente ha delle criticità che bisogna risolvere nel breve e nel medio periodo. E soprattutto con livelli istituzionali diversi. Le carenze in cui versa il nosocomio, penso al reparto di cardiologia o ai rischi di soppressione del punto nascite, sono dettate da quella mancata attenzione giuridica e legislativa che consente di avere incentivi necessari. A questo punto, bisogna valutare seriamente se alzare il tiro, andare oltre la Regione e rivolgere le nostre legittime richieste al Ministero. Il riconoscimento di area disagiata non è l’unica strada per migliorare la qualità dei nostri servizi sanitari, ma è il passo indispensabile per ottenere più mezzi e tutele. Ecco perché il sindaco di Forio Francesco del Deo, attuale vice presidente ANCIM, Associazione Nazionale Comuni Isole Minori, ha voluto portare questa battaglia dentro l’associazione. E’ un disagio comune a tutte le piccole isole. La spending review sembra funzionare sulla carta perché fa quadrare i conti, in realtà i costi li paghiamo soprattutto noi. Vivere su un’isola presenta vantaggi e svantaggi, il legislatore deve tenerne conto. Un governo attento non può disinteressarsi di queste particolarità legate al territorio che per noi, quando ci ammaliamo, diventano davvero gravose.»  

«Insularità significa discontinuità territoriale» ribadisce Enzo Ferrandino, sindaco di Ischia. «Non riusciamo a garantire livelli qualitativi e quantitativi accettabili di assistenza sanitaria. Le responsabilità di questa situazione sono il frutto di politiche, in campo sanitario, tese all’economicità dei servizi. Politiche ottuse e aride hanno operato tagli scellerati verticali e indiscriminati. Rivendichiamo pertanto il riconoscimento di una zona di disagio al fine di ottenere una regolamentazione e discipline idonee a ridare una dignità alla sanità pubblica isolana. Naturalmente questo riconoscimento, se arriverà, non basta. Bisogna accompagnarlo con interventi mirati in relazione alle deficienze che si vengono a creare sul territorio isolano: il reparto di cardiologia-Utic, l’ortopedia, l’igiene mentale. Tutti comparti che richiedono risposte concrete e immediate.»
Ma quindi, dopo tante chiacchiere e anni in cui si è assistito al lento ma inesorabile smantellamento della sanità pubblica, cosa fare nell’immediato? «Con la forza e la dignità di questa partecipazione popolare cercheremo di rappresentare nelle sedi opportune, quindi a confronto con i massimi vertici regionali e con il governo centrale, quelle che sono le soluzioni alle problematiche più urgenti che viviamo quotidianamente nel campo della sanità isolana.»

Da Luigi Conte, ex sindacalista GGIL, un monito dolorosamente vero. «La gente non si sta più curando. Perché manca il salario e le Asl sospendo le coperture per ricette e visite specialistiche. Questo è uno dei problemi più gravi che naturalmente non riguarda solo l’isola d’Ischia, ma tutto il Paese. Dobbiamo riconquistare ogni tutela nei confronti dei malati e dei titolari dei servizi sanitari, medici compresi, e riprendere la discussione sulla sanità pubblica nella sua interezza».

Al corteo ha partecipato anche Luca d’Ambra, presidente Federalberghi Ischia. «È importante manifestare prima di tutto per gli isolani, poi per rappresentare un’associazione di categoria che non può ignorare come una sanità efficiente sia un servizio da garantire anche alle migliaia di turisti che ospitiamo ogni anno, fattore fondamentale per assicurare una soggiorno sicuro e di pregio ai nostri ospiti. Sicuramente uno statuto speciale per le isole minori come Ischia oggi è indispensabile per facilitare un determinato processo che garantisca un ospedale e servizi come si deve. Vorrei però che anche la sanità del Meridione, che pure presenta delle eccellenze, non venisse troppo svilita dalle nostre singole scelte. Andiamo al Nord a operarci, indirettamente dirottiamo risorse verso quelle strutture e impoveriamo ancora di più le nostre. La sanità pubblica locale va difesa anche da questo punto di vista.»

Ha sfilato con la toga l’avvocato Francesco Cellammare, attuale presidente dell’Assoforense Isola d’Ischia. «Perché la toga è simbolo della difesa dei diritti dei cittadini. E la salute è uno dei diritti primari, dopo la giustizia. Se non c’è giustizia, non c’è difesa dei diritti. Sono anni – ha ricordato Cellammare – che ci battiamo per ottenere il riconoscimento di sede disagiata. Senza incentivi economici, nessuno viene a lavorare sull’isola: infermieri, personale medico paramedico. Nessuno. La sanità viene svuotata progressivamente proprio com’è avvenuto per il tribunale. Oggi, a Ischia, caso unico in Italia, non c’è un funzionario di cancelleria che firmi le sentenze. Nella sanità, non sono in gioco solo gli interessi economici dei cittadini, ma la salute, la vita stessa degli isolani. Non me la sento di dare tutta la colpa alla politica» chiosa l’avvocato, « c’è anche chi, in politica, si batte da anni per difendere la sanità pubblica e ottenere servizi migliori. Purtroppo i nostri appelli non vengono accolti. Stavolta non siamo più disposti ad aspettare: la situazione richiede un intervento urgente, non più differibile. Altrimenti il malato muore.»

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