IL COMMENTO Sanremo sotto un cielo grigio

C’è un cielo grigio sopra questo Festival. Non solo meteorologico, ma culturale. Un grigio che ha coperto entusiasmi, attese, perfino le polemiche – che a Sanremo dovrebbero essere scintilla, non cenere. L’attesa spasmodica per la scaletta della serata è diventata l’evento nell’evento. Anche ad Ischia non si parla d’altro: chi canta per primo, chi chiude, chi rischia. Una mania collettiva che dice molto. Perché quando la scaletta diventa più interessante delle canzoni, forse c’è un problema. Il Festival della Canzone Italiana dovrebbe essere questo: canzoni. Invece sembra essere stato il Festival dell’approssimazione. E la domanda è inevitabile: come è possibile? Il direttore artistico, Carlo Conti, ha avuto un anno di tempo per costruire un impianto solido, riconoscibile, autorevole. Eppure la sensazione diffusa è quella di un cantiere aperto fino all’ultimo minuto, di una corsa contro il tempo che si avverte nei dettagli, nelle scelte, perfino nei silenzi. Va detto: il Conti conduttore resta una macchina quasi perfetta. Padroneggia il palco del Teatro Ariston con tempi impeccabili, gestisce imprevisti (pochi), orchestra la complessità televisiva con abilità rara. Ma il Conti direttore artistico, quest’anno, appare meno lucido, meno coraggioso, meno visionario.
I “big” – se ancora possiamo chiamarli così – si contano sulle dita di una mano. Molti nomi sono semi sconosciuti, con brani che forse diranno qualcosa nel tempo, ma che oggi non hanno lasciato traccia. La serata delle cover, tradizionalmente uno dei momenti più attesi, ha deluso: troppi brani non italiani, poco radicamento, poca identità. Un’occasione sprecata per celebrare la nostra storia musicale. C’è poi la questione delle presenze e delle assenze. Regolamenti evocati per giustificare esclusioni, mentre in altre occasioni la linea è parsa molto più elastica. Si è parlato di Alessandro Gassmann e delle regole sui parenti, ma la gestione comunicativa ha generato più confusione che trasparenza. Un Festival che predica uniformità dovrebbe praticarla senza zone grigie. Ma c’è stato un momento che più di altri ha lasciato una sensazione di disagio. Nella serata di venerdì, mentre il Paese faceva i conti con la notizia di un tram deragliato, con morti e feriti, l’accaduto è stato menzionato quasi di sfuggita, incastonato tra mezze battute e sorrisi di circostanza. È giusto che il Festival continui, è giusto che lo spettacolo non si fermi. Ma il modo conta. Le parole, il tono, il silenzio dopo un annuncio fanno la differenza tra rispetto e superficialità. In quel frangente è mancata la solennità minima che un fatto così grave richiede. Non si chiedeva uno stravolgimento del palinsesto, ma un attimo di pausa vera, di raccoglimento autentico. Perché Sanremo è leggerezza, ma non può diventare leggerezza fuori luogo. E quando il confine si assottiglia, il rischio è che l’intrattenimento sembri indifferenza. Sul fronte politico e internazionale, le scelte hanno fatto discutere. La presenza di Pupo, con le sue posizioni controverse sulla guerra in Ucraina, ha acceso polemiche. Così come l’invito a figure che, di fronte a domande dirette su conflitti e responsabilità, hanno scelto il silenzio. Sanremo non è un talk geopolitico, certo. Ma non può nemmeno fingere che il mondo non esista. Ospiti poco incisivi, intermezzi comici affidati a figure che comiche non sono, un’orchestra percepita come comprimaria anziché protagonista, tecnici in agitazione, fioristi in sciopero. Perfino il gobbo televisivo è diventato bersaglio di ironie. Un “festival di necrologi”, lo hanno definito alcuni, più concentrato su celebrazioni e commemorazioni che sulla vitalità della musica contemporanea.
Il risultato? Un Festival che sembra aver scelto i cantanti più delle canzoni. Che ha cercato di non disturbare nessuno e, nel farlo, ha finito per non emozionare quasi nessuno. I dati di ascolto non sono stati trionfali, e soprattutto non si è percepito quel senso di evento collettivo che fa di Sanremo un rito nazionale. Resta una domanda sospesa: quando inizia davvero Sanremo 2026? Forse dovrebbe cominciare il giorno dopo la finale, con un’idea chiara di cosa si vuole raccontare. Perché il problema non è il singolo nome, la battuta al veleno tra colleghi, il gossip del momento. Il problema è l’identità. Un festival che ha decretato il vincitore sin dall’inizio, sarà l’inno perfetto per tutti i matrimoni dal nord al sud, che ha reso trash persino Bocelli nella sua performance a cavallo, la voce rotta di Morandi per suo figlio Tredicipietro, l’unica emozione vera. Gli abiti della Pausini, brutti, brutti e non le donavano, la vera moda e’ “ vestire”, gli outfit scelti l’hanno appesantita, tranne quelli di linea morbida e scivolata, per le canzoni, come sempre, parlerà il tempo. Alcune sopravvivranno, altre svaniranno. Ma un Festival che non lascia una traccia emotiva immediata rischia di essere ricordato non per ciò che ha detto, ma per ciò che non ha saputo dire. E sotto questo cielo grigio, la sensazione è proprio questa: che Sanremo abbia avuto paura di brillare, e per ultimo le bombe a Dubai hanno appannato i riflettori su questa edizione che non va archiviata ma meditata.






