IL COMMENTO Se Sanremo diventa un carnevale all’italiana

DI ANTIMO PUCA
Sanremo è un carrozzone, un circo. Una macchina mangiasoldi che ogni anno risorge dalle sue ceneri per perpetrare quello che ormai possiamo definire senza timore di smentita: il carnevale infinito all’italiana. Luci, lustrini, marionette canore che una settimana diventano divinità dell’Olimpo mediatico. Carlo Conti quest’anno era particolarmente soporifero, sempre ingessato in uno smoking nero che solo nell’ultima puntata si è miracolosamente sbiancato. La canzone che ha vinto sembra destinata a diventare un tormentone per lobotomizzati. Pare rappresentare una rimodulazione e nuova declinazione del neo-melodico napoletano intriso dei buoni sentimenti di una volta, genere molto provinciale e nostalgico. Cinque serate di Festival sono troppe. Ne basterebbero tre al massimo. Lo show è troppo lungo e prolisso, e termina ad ore impossibili. Che senso ha fare cantare gli ultimi artisti all’una o alle due di notte, chi li ascolta a quell’ora, i pipistrelli? La cosa più sensata sarebbe stringere i tempi e ascoltare le canzoni a tamburo battente una dopo l’altra senza tempi morti, con una rapidità simile a quella ormai sperimentata all’Eurovision. Cambiare continuamente annunciatori/trici non porta alcun valore aggiunto. Affrontare temi sociali che nulla hanno a che vedere con un Festival della canzone fa solo perdere tempo e non approfondisce i temi trattati (sarebbe meglio dire evocati) limitandosi a malapena a scalfirne la superficie per mettersi a posto con la coscienza. Oltretutto a dire il vero anche trenta canzoni sarebbero un po’ troppe in una gara canora. Sarebbe meglio contenere gli artisti in gara sui venti.
Il presentatore negli ultimi decenni assume sempre più spesso anche il ruolo di direttore artistico. Per una settimana di “lavoro” intasca cifre da capogiro, e sul tema gradirei una maggiore trasparenza della Rai che dovrebbe rendere noti i costi del festival, cachet degli ospiti compresi. Il punto votazioni e giuria è sempre stato uno dei punti dolenti della faccenda, e il televoto è chiaro che è governato da motivazioni campanilistiche più che dall’effettivo valore musicale e del testo della canzone in gara. E poi c’è lui, il vero protagonista delle ultime edizioni: il FantaSanremo. Il gioco che trasforma il Festival in una specie di schedina del fantacalcio è ormai un fenomeno di massa. Centinaia di migliaia di italiani formano le loro squadre, puntano su bonus e malus, aspettano con ansia l’esibizione del loro “capitano”. I bonus? Si va dalla felpa con il cappuccio indossata in modo cool, al bacio in diretta, al lancio di un oggetto in platea. I malus? Lo spezzone pubblicitario che interrompe la canzone, la direzione artistica che cambia i tempi. Un delirio, appunto. Che però dice molto su come Sanremo sia ormai un fenomeno sociale più che musicale. Non importa chi vince. Importa partecipare. Importa essere lì, anche solo virtualmente, a commentare, a twittare. A fare tendenza.
Sotto i lustrini, però, c’è un’Italia che non cambia mai. Un’Italia imbalsamata, inchiodata ai suoi miti, ai suoi ritorni, alle sue nostalgie. Gli anni Settanta, Ottanta, Novanta che tornano in loop, come se il tempo si fosse fermato. I cantanti che si avvicendano sul palco sono gli stessi di vent’anni fa, con qualche new entry che fa da contorno. I conduttori sono quelli di sempre: Conti, che dopo il triennio 2015-2017 e il ritorno nel 2024, è ormai una certezza. E mentre all’Ariston si esibiscono le marionette canore, fuori c’è un’Italia che arranca. Che non sa come arrivare a fine mese, che guarda alla guerra in Ucraina con ansia, che teme il futuro. Ma per una settimana, tutto questo viene messo da parte. C’è Sanremo! E Sanremo è una bolla. Una bolla colorata, kitsch, rassicurante. Che profuma di anni Settanta e di Carosello. Che odora di naftalina e di vecchi fasti. I premi della critica sembrano essere nati proprio per porre rimedio a queste iniquità di valutazione del pubblico assegnando un riconoscimento ai lavori di più alto spessore. Che cosa dire infine… Sanremo alla fine è puntuale come l’influenza. Questo carrozzone musicale e mediatico così pomposo e fracassone sembra incarnare tra i suoi meandri i pregi e i difetti della nostra società, con il conduttore che per una settimana viene osservato e giudicato come accade solo all’allenatore della nazionale di calcio durante i mondiali (quelle rare volte in cui ancora ci qualifichiamo). Sanremo cova nel profondo l’atavico terrore di rompere il meccanismo di uno spettacolo che è rimasto tra i pochi a sembrare ancora fare da collante di uno spirito nazionale sempre più consunto e sfilacciato. Forse dopo tutto è una delle poche cose rimaste che riescono tutt’ora a fare dimenticare per qualche giorno agli italiani le loro difficoltà e le preoccupazioni di un mondo che appare sempre più ostile e di un futuro dai contorni sempre più indecifrabili e non mi sembrerebbe giusto farlo.






Antimo Puca come critico al vetriolo ci trasmette quella inquietitudine che risveglia in ognuno la coscienza; non lascia spazio ad ambiguità di genere e contorna, con i propri commenti, una manifestazione che ancora oggi popolare e/o popolaresca, ci costringe innanzi al video, anche se involontariamente ! Richiami al passato, frequenti e nostalgici, servono appunto a riconfermare un successo che rappresenta un rituale, col quale intrattenere superficialmente le masse insoddisfatte!