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Scappellotti, ius corrigendi e qualche abuso

In primina dalle suore qualche bimbo a volte  gliele tirava dalle mani. E una delle suore non si tirava indietro.  Ceffoni a piene mani, tirate di capelli molto energiche e qualche spintone per separare i bambini che si azzuffavano, sono episodi che ricordo nel mio unico anno dalle suore. Per carità. Mai a me. Non mi mettevo mica a spingere i bambini sul dondolo, facendoli cadere a faccia a terra sul terrazzo. Cosa per la quale, quella volta, la Suora dispensó ceffoni e tirate di capelli a più non posso.

No. No. Io mi facevo i fatti miei. Cercavo di starmene buono buono per evitare reprimende. Non entravo nemmeno nel salone dove si aspettava di andare tutti in classe la mattina. Troppi bambini tutti insieme. Troppe voci. Perché  i bambini scapestrati e incontrollabili li temevo assai di più  della faccia arcigna della suora. Che con me è sempre stata buona. Gentile ma autorevole. Solo una volta ebbi un buffetto. Avevo confuso “c” di cuore e “q” di quadro, al dettato della Suora. Non ricordo la parola. Ma ricordo ancora che mi disse “E poi dici che non ti devo picchiare”! Inutile dire che da allora ho controllato sul vocabolario tutte le parole con “c” di cuore e “q” di quadro fino all’ultimo anno di Liceo. Un piccolo choc. Durato fin quasi all’età adulta. Quindi a buffi e scappellotti oggi direi no. Proprio no. Di entità piccola, grande, modesta, accennata, d’impulso o ragionata. No.

È vero che dipende dai bambini. Alcuni ne sono assai turbati. Io ero fra questi. Ad alcuni non fanno proprio effetto. Per altri il ricordo di un ceffone è il deterrente da un’azione da non fare. È stato così per generazioni di scolari. Per secoli. Secondo alcuni le botte funzionavano. Soprattutto se a prenderle erano i più indisciplinati. Quelli che non stavano a sentire niente e nessuno e ogni scusa era buona per azzuffarsi fra di loro. Ma oggi viviamo tempi assai diversi. E no. Non c’è più spazio per buffetti o ceffoni a piene mani.

Detto questo, i genitori farebbero bene a mandare a scuola bambini che almeno abbiano idea di cosa sia un maestro o una maestra, e di cosa voglia dire stare insieme agli altri, per crescere e imparare. Non è più tempo di punizioni corporali. Quale che sia l’evento che possa originarle. A casa come a scuola. I problemi però sono più a casa che fra le mura di una classe. Perché buona parte dei genitori ha abdicato totalmente al compito  di educare i propri figli  e ai professori che non si rassegnano a mandare avanti negli anni ragazzini senza freni,  non resta che provare a fare in classe ciò che da molto tempo i genitori  hanno rinunciato a fare a casa.

Dare ai bambini il senso delle regole, sviluppare il rispetto per le cose intorno a loro, per gli altri bambini e per gli adulti. Con quali mezzi? Pochi. Quelli che una scuola in cui non c’è più cattedra e pedana, hanno riservato agli insegnanti, eroi incompresi di un tempo in cui è più facile che finiscano con l’esaurimento nervoso, piuttosto che siano  ringraziati per l’argine che ancora frappongono alla deriva educativa cui assistiamo. Tempi difficili. Con un gravissimo deficit che parte da lontano. Per secoli le società più evolute e più civili hanno indirizzato all’insegnamento i loro uomini migliori. Consapevoli dell’altissimo compito di formare, dalla scuola, i cittadini di domani.  Da molto tempo – salvo qualche sporadica eccezione – non è più così.  Sarebbe il caso di pensarci.

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Lello Montuori

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