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Scavi a Lacco Ameno, da Villa Arbusto nuove mura e frammenti di Pithecusae

Gianluca Castagna | Lacco Ameno – L’antico abitato di Pithekoussai, colonia greca fondata a Ischia dagli Euboici intorno al 770 a.C., continua a regalare conferme e sorprese. Portando alla luce reperti e dati significativi per una conoscenza più approfondita del patrimonio archeologico campano e che oggi risultano indispensabili per la definizione di nuove strategie di conservazione e valorizzazione, anche in chiave turistica, del Museo Pithecusae, il museo archeologico dell’isola d’Ischia.

La scorsa settimana si è infatti conclusa la seconda campagna di scavo condotta dalla Prof. Nadin Burkhardt dall’Università Cattolica di Eichstaett e dal Prof. Stephan Faust dell’Università di Oxford, finanziata dalla Fondazione Fritz Thyssen Stiftung.  Quattro settimane, dal 27 agosto al 23 settembre, per continuare un lavoro avviato lo scorso anno nell’area attigua al complesso museale di Villa Arbusto. Spazio da troppi anni abbandonato a se stesso, invaso dalle sterpaglie e condannato all’incuria, che grazie ai tedeschi ritorna vivo per raccontare la sua storia. Un team composto da archeologi e architetti provenienti dalle Università di Francoforte sul Meno, Bochum, Eichstaett, Treviri, Costanza, Brunsvick e l’Università di Napoli ha lavorato a Villa Arbusto nelle passate settimane, tutti uniti dall’amore per l’archeologia e per una terra che custodisce ancora tanti tesori, storie, identità.
Un tessuto stratigrafico ricco quanto uno scrigno di tesori, per confermare – a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa – tutta la validità, l’accuratezza, la genialità degli studi del prof. Giorgio Buchner, l’archeologo che per primo comprese che l’abitato di Pithecusae a Lacco Ameno era ampio, che dall’area di Mazzola, a Mezzavia, proseguiva lungo le pendici di Villa Arbusto fino ad arrivare a Monte Vico. Testimonianze che non hanno smesso di far sentire la loro voce e che riaprono una discussione sull’archeologia ischitana ben lontana dall’essersi esaurita o – peggio ancora – archiviata. Basta saper cercare, soffiare via la polvere del tempo per immaginare (e rivedere) scene di vita antica millenni.
La scoperta della fattoria di Punta Chiarito, sito oggi sciaguratamente in (quasi) completo abbandono, dimostra che tutta la fascia pedemontana a ridosso della costa, da Lacco Ameno a Forio, era abitata e sfruttata con insediamenti agricoli. Se a questo si aggiunge che altri analoghi insediamenti sono documentati da rinvenimenti sporadici a Sant’Angelo, Cava Gradi e sulla collina di Sant’Alessandro che domina a occidente il porto di Ischia, appare evidente che Pithekoussai possedeva una sua non piccola chora.

Durante la prima campagna di scavo, lo scorso autunno, vennero alla luce oggetti in ceramica e un muro in pietre di trachite squadrate databile VI sec. a. C., molto simile alla struttura emersa dalle ricerche effettuate anni prima a Mazzola, l’area artigianale/siderurgica di Pithekoussai proprio a ridosso di Villa Arbusto e del suo museo. Probabilmente parte di un nucleo abitativo, anche se solo ulteriori indagini avrebbero potuto fornire indicazioni più precise.
Una seconda campagna, quella appena conclusa, diventa dunque necessaria per studiosi e ricercatori. Ma anche per una comunità troppo spesso (tenuta) all’oscuro di cosa avviene proprio dietro l’angolo.
«Lo scavo dello passata campagna ha lasciato in sospeso molte questioni» hanno commentato gli archeologi Burckhardt e Faust poco prima della chiusura dei lavori. «Potevamo allargare il nostro intervento in direzione nord, est e ovest. Lo abbiamo fatto e abbiamo trovato due altri muri di terrazzamento: uno che incontra la muratura emersa l’anno scorso ed un altro muro più alto». Informazioni raccolte che ora necessitano di essere analizzate insieme ai materiali e al contesto da cui provengono.
Le interpretazioni sono ardue, al momento; spetterà certo agli studiosi della Soprintendenza, a cominciare dalla dott.ssa Costanza Gialanella, direttore archeologo presso la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici degli uffici di Pozzuoli e di Ischia, dipanare una matassa che prevede stratificazioni diverse, quindi differenti datazioni, oltre a destinazioni o utilizzi ancora tutti da decidere. Anche alla luce dei numerosi frammenti («ben 15 cassette di oggetti o parte di essi sono custoditi nei depositi del museo» ci dicono gli accademici tedeschi) che rischiano di confondere anziché condurre a conclusioni inequivocabili.

Secondo gli archeologi che hanno preso parte ai lavori, le interpretazioni sulle nuove strutture emerse dallo scavo potrebbero essere due: le mura di una grande casa come quelle rinvenuta nel sito di Punta Chiarito, o mura di un terrazzo per un’area sacra. Il ritrovamento di tegole dipinte (non una discriminante capitale) e soprattutto di frammenti di due labrum (o louterion) in ceramica (bacini per lavaggi solitamente afferenti alla sfera religiosa), farebbe propendere per la seconda ipotesi. Ma, è ovvio, siamo nel campo delle pure congetture (e tuttavia, cavallucci e altri piccoli reperti ritrovati a Mazzola non sono forse oggetti sacrificali e non semplici balocchi per l’infanzia del tempo?). E’ prematuro parlarne e ancor di più propendere – da profani – per l’una o l’altra ipotesi. La questione passa agli studiosi, mentre la comunità, o quella parte che vede nel museo archeologico un simbolo centrale della sua vita sociale e culturale, può appassionarsi per questo ennesimo tassello di un puzzle che non smette di entusiasmare.
Anche fuori dai nostri confini.
Culla della civiltà occidentale, la Grecia conserva ancora per il visitatore tutto il fascino della sua storia e dello splendore del suo patrimonio artistico. Quest’ultimo, in particolare, rivela la sua ricchezza e la sua bellezza straordinaria anche nelle testimonianze oggi custodite al Museo Pithecusae di Lacco Ameno, complesso culturale che offre una visione sempre più completa della colonia ellenica in tutti i suoi diversi periodi. I reperti esposti sono una meraviglia apprezzata in particolar modo all’estero (come dimostrano le richieste dei musei per esposizioni temporanee) e costituiscono il frutto di una selezione esercitata su una quantità eccezionale di pezzi venuti alla luce negli ultimi 50 anni grazie al lavoro di Buchner e dei suoi infaticabili collaboratori. Pezzi che rappresentano un messaggio incredibilmente vivo dell’archeologia che, attraverso il tempo e lo spazio, ci ricollega all’arte, al pensiero, alla cultura ellenica.
Elementi fondamentali per comprendere la società pithecusana anche nei suoi sviluppi successivi.

Com’è comprensibile, quattro settimane sono un tempo breve per arrivare a conclusioni chiare su materiali (e giacimenti) eterogenei (tegole, ceramiche, bicchieri di terracotta, prodotti locali e d’importazione, ossa e pezzi di legno bruciato), ma – riguardo alle mura – pare confermata l’ottima edilizia, con pietre lavorate e sbozzate (come a Punta Chiarito, del resto). Solo il prosieguo degli scavi, l’affioramento completo delle strutture, l’individuazione di una forma precisa della pianta (probabilmente anche qui absidale), potrà suggerire qualche conclusione più cristallina alla comunità scientifica.
«Speriamo di tornare qui anche l’anno prossimo per una terza campagna» confidano gli archeologi di Eischstaett e Oxford. «E’ un lavoro che ci entusiasma ed appassiona, e siamo orgogliosi di poterlo condividere con la comunità. Abbiamo avuto momenti complicati, quando ha piovuto, ad esempio, ma tutto è proseguito nel migliore dei modi. Speriamo che la Fondazione finanzi ancora questo progetto e ci permetta di portare alla luce altre tracce di questa civiltà. Abbiamo ricevuto un grande sostegno dalla Comune di Lacco Ameno, specialmente dal sindaco Giacomo Pascale e dall’assessore Cecilia Prota. Così come desideriamo ringraziare il funzionario archeologico della Soprintendenza, la dott.ssa Costanza Gialanella e la dott.ssa Mariangela Catuogno per il supporto che hanno dato al nostro team e al lavoro di queste settimane».

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Molto, sull’isola d’Ischia, è andato perduto. Sepolto dall’indifferenza sotto opinabili cattedrali di cemento.
Molto però è ancora qui tra noi. Sotto i nostri piedi. Tra rovine e antiche mura, anfore e dipinti scoloriti. Testimonianze senza tempo di ciò che è stato.
Un patrimonio unico che non smette di parlare. Anche quando, per dargli voce, l’Italia non basta e bisogna chiedere aiuto ai tedeschi.

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