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Scuola violenta, gli isolani divisi sulle telecamere in aula

ISCHIA – L’occhio del Grande Fratello come panacea a tutti i mali. Sembra essere questa la tendenza nazionale per risolvere ogni tipo di problema che attanaglia la nostra società. Dagli scippi e le sparatorie nel centro storico di Napoli, all’abbandono selvaggio dei sacchetti di immondizia sul ciglio della strada, dalla diffusione sempre più capillare ad installare impianti di telecamere per controllare il perimetro della propria casa o esercizio commerciale, all’ormai imminente installazione di un occhio onnipresente nelle classi di scuole dell’infanzia ed elementari, per controllare che i piccoli non subiscano abusi durante le ore di lezione.

A Ischia la voglia di Grande Fratello è grande. Parte da Barano dove l’amministrazione guidata da Dionigi Gaudioso prova ad arginare l’annoso problema dei rifiuti lasciati in strada utilizzando le telecamere, di nuovo. Nel comune collinare ci avevano già provato a stoppare i furbetti del sacchetto usando come deterrente telecamere mobili. Dopo lo stop forzato si torna alla carica. Ma le telecamere potrebbero presto entrare anche nelle scuole. Lo chiedono i genitori, preoccupati per le notizie che con una ansiogena periodicità raccontano di educatori che, esasperati e forse non pronti a utilizzare altri strumenti educativi, si affidano alla violenza pur di tenere a bada la propria classe. E a Ischia, dopo che la notizia della presunta aggressione da parte di un insegnante delle scuole elementari del comune capoluogo  ai danni di uno scolaro ha fatto velocemente il giro del web, l’opinione pubblica dell’isola verde si spacca tra difensori del vecchio metodo educativo, che prevede piena fiducia nei confronti degli educatori e nuova prospettive di controllo , che vorrebbero l’occhio attento e fisso delle telecamere di videosorveglianza rimanere in classe tra professori e alunni durante le ore di lezione.

Le cronache riportano a più riprese episodi di violenza che si susseguono, non solo negli istituti pubblici, ma soprattutto anche a casa, all’interno delle mura domestiche. Zero privacy, ma maggiore sicurezza. Sicurezza che non si possano verificare episodi di violenza. Con un occhio ben attento, magari dallo schermo del proprio smartphone per constatare che il proprio figlio stia bene e che stia seguendo le lezioni in piena serenità. Se da un lato la scuola rischia così di diventare una sorta di Reality Show con una voglia di sorvegliare che può diventare pura morbosità, alla stregua del Grande Fratello, dall’altro le telecamere possono essere uno strumento efficiente per scovare abusi o anche per rassicurare mamme titubanti ad affidare il proprio bambino a delle strutture.

Secondo i maggiori psicologi e sociologi che si sono espressi in materia, soprattutto dopo i casi di cronaca più violenti, avere telecamere in aula naturalmente aiuta, ma non serve a fare prevenzione. L’unica retta strada da intraprendere? Valutare adeguatamente gli educatori prima che venga loro affidato il delicato incarico, ma anche durante la loro carriera. Ma visto che l’istituzione scolastica al momento non prevede esami attitudinali e psicologici periodici ben vengano le telecamere. Non le bistrattano gli esperti e le richiedono a gran voce i genitori, spaventati dalle innumerevoli notizie di violenze perpetrate da insegnanti.

Perché dilaga la violenza? Un po’ perché gli insegnanti, a loro volta, sono stati sotto i colpi della violenza un po’ perché subentra la frustrazione di non avere gli strumenti per tenere a bada una classe di studenti. Nel dubbio gli isolani le telecamere le vogliono, anche a discapito della privacy dei professori e della scarsa considerazione per la maggior parte degli insegnanti che si prodigano nel proprio lavoro con profondo spirito di abnegazione.

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Installare telecamere in aula rassicurerebbe, ma al tempo stesso renderebbe ancora meno importante e autorevole il ruolo degli insegnanti. Una telecamera può stoppare la violenza sui bambini? Tutt’altro, a voler essere pignoli di telecamere ne servirebbero soprattutto tra le quattro mura domestiche dove avvengono, silenziosamente, la maggior parte delle violenze ai danni dei bambini, come il recente caso di Cardito ci insegna.

 

ANTONELLO DE ROSA

 

 

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