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Se amare diventa un peccato

Sono sincero, sono rimasto piacevolmente sorpreso dai commenti postati dalla piattaforma più attiva e real time che esista, quella dei social network, quando nel pomeriggio di ieri si è diffusa – o meglio è stata resa nota dalla Curia – la notizia della sospensione da sacerdote di Gianfranco Del Neso. Prima di spiegare perché, mi sia consentita una premessa: l’ufficio stampa della Chiesa ischitana ha inteso diffondere un comunicato nel quale si comunica la predetta sospensione dall’esercizio delle funzioni presbiteriali, scendendo però anche nei dettagli e raccontando sia della relazione sentimentale che di un pargolo in arrivo. Mi pongo una domanda: giacché non parliamo di un mafioso, un terrorista o un assassino, c’era proprio bisogno di scendere così nei dettagli? Ma a casa propria, come recita l’antico adagio, ognuno apparecchia la tavola come meglio crede.

Per fortuna, almeno in una vicenda del genere, l’isola sembra non aver reagito in maniera bigotta ed ha fatto bene, anzi benissimo. Conosco poco Gianfranco, ma quanto basta per sapere che è un cristiano, una persona per bene e che crede profondamente in Dio e nell’abito che indossa, o meglio che indossava. E non è certamente una relazione sentimentale che può far cambiare il giudizio sull’uomo e sul messaggero di Cristo in terra, almeno per quanto mi riguarda. Certo, forse l’unica cosa che gli si può imputare – al netto dell’onestà intellettuale che gli viene riconosciuta dal vescovo Pietro Lagnese – è che probabilmente senza l’inattesa gravidanza della partner non è dato sapere se prima o poi il suo “peccato” (è allucinante che al giorno d’oggi l’amore debba essere etichettato come tale, anche per un parroco) lo avrebbe confessato o meno, ma anche questo mi sembra un dettaglio (sì, ho capito che il “codice” prevede celibato e castità, ma alla fine tutti esseri umani siamo): forse Del Neso lo avrebbe fatto, forse no. Sta di fatto che evidentemente si sentiva comunque degno di indossare la tonaca e di svolgere la sua missione. Ed è perfettamente comprensibile.

Ci sono favole che non possono avere un lieto fine, e questa appartiene sicuramente alla categoria. Perché mi piacerebbe pensare che la Chiesa possa aprire gli occhi e capire, ad esempio, che Gianfranco non è un omicida, un criminale, un estorsore, uno strozzino, un truffatore e nemmeno un prete pedofilo: quella sì è una razza che andrebbe spogliata dalla sera alla mattina e buttata fuori a calci nel culo. E’ un uomo che semplicemente ha avuto un attimo di debolezza, o forse amava ed ama una donna, questo poco importa e a noi ancora meno deve interessare. Ma amava e ama Dio e perciò sarebbe bello che potesse continuare a diffonderne la parola. Probabilmente ne sarebbe molto più degno di tanti che rispettano la castità e di certo di chi non la rispetta (e non si escludono nuove turbolenze in arrivo sull’isola, questo per adesso ve lo dico tra le righe, anzi tra parentesi) affatto e pure da tempo immemore. Ma non si può perché questa istituzione ha le sue regole che vanno seguite, piaccia o meno. Questi sono i parametri di valutazione e ad essi bisogna attenersi. Ma se negli ultimi tempi la Chiesa è arrivata ai minimi storici, un motivo deve pur esserci. E io spero ardentemente che qualcuno cominci a interrogarsi e soprattutto si svegli, realizzando che certe restrizioni non hanno mai avuto motivo di esistere, già duemila anni fa. Capirlo tardi sarebbe comunque meglio che mai.

Gaetano Ferrandino

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