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Se anche a Ischia di freddo si muore

Ci ho pensato a lungo se scrivere o meno. Se accettare l’invito del Direttore e intervenire su un episodio di cronaca di fronte al quale io per primo, ma non solo io, dovrei tacere e riflettere. Dico io per primo, perché come Coordinatore dell’Ufficio di Piano dell’Ambito N13 che si occupa delle politiche sociali delle isole di Ischia e Procida, la morte di una persona sola a causa del freddo o di una caduta, tra i ruderi del Pio Monte della Misericordia a Casamicciola, suona anche per me come una sconfitta. Senza appello. Per me, certo, occupato spesso come sono, con l’ansia per compagna, a tenere a posto le carte e ad evitare guai. Per me. Ma non solo per me.

Il problema delle persone senza fissa dimora, ischitani o stranieri che siano, italiani, europei, extracomunitari, è uno dei più gravi e dei più urgenti di fronte ai quali si rivelano impotenti istituzioni e associazioni di volontariato cattoliche e laiche, persone sensibili e indifferenti, volenterosi e cinici. Tante volte ho attivato i servizi sociali di fronte ai clochard di casa nostra, altrettante ho fallito. La risposta è quasi sempre uguale. Avvicinati, invitati a trasferirsi in un centro di accoglienza, quando c’è posto ed è disponibile ad accoglierli, nella maggior parte dei casi rifiutano di andarci. Non ne sopportano le regole, gli orari, nemmeno ne accettano lo spirito. Perché forse ad essi non è rimasto niente altro che l’idea della loro libertà. Quella che li spinge fra una panchina e qualche rudere, lontani da chi non è stato in grado di capirli o semplicemente non li ha voluti più.

A volte, questo senso di impotenza rispetto alla loro ‘decisione’ di vivere per strada, quando non è anche una necessità dettata dalla nostra indifferenza, mi provoca un moto di rabbia tanto dall’aver spesso ipotizzato la possibilità di richiedere un Trattamento Sanitario Obbligatorio per chi rifiuta di trasferirsi dalla strada ad un centro di accoglienza. Ma non può essere così. Chi si trova a vivere e a morire al freddo di un inverno così rigido nell’isola dei tanti alberghi vuoti e delle case sfitte, non ha bisogno di un TSO. E forse nemmeno di un assistente sociale che lo interroga. Avrebbe bisogno di qualcosa che le istituzioni e forse nemmeno i volontari possono dargli. Nonostante le migliori intenzioni. Un senso. Per ricominciare a vivere. Lontani o vicinissimi alle persone, amici e familiari, che da un giorno all’altro si sono girati dall’altra parte facendo a meno di loro. Per sempre. Un senso. Per tornare a sentirsi parte di una comunità che invece li ha respinti.

Un senso. Che ridia loro la dignità cui non hanno mai davvero rinunciato, sforzandosi di rimanere liberi. Liberi di andare dove vogliono, senza dare conto, senza sottostare a nessuno fuorché alla loro povertà e ai loro bisogni di uomini e di donne. Non c’è intervento di politica sociale, non c’è carità, non c’è letto o pasto caldo per chi non sa dove sta andando la sua vita. Su questo dovremmo interrogarci. Se le nostre strutture, i nostri interventi di politica sociale, persino la nostra carità, non sia del tutto inutile, per chi nel bisogno si è trovato a vivere per strada. Senza un lavoro, senza amici, spesso senza una famiglia, ma più di tutto, senza uno scopo per star bene.

Per parte mia, potrei proporre ai Sindaci di raddoppiare i fondi per il reinserimento e l’assistenza ai senza fissa dimora, sulle nostre isole. Non sono tanti e non sarà difficile. Ma non basta. Come non basterà fare appello alla nostra carità.  C’è qualcosa di sbagliato e di profondamente iniquo nella nostra idea di società. Qualcosa che ci inchioda a ciò che non riusciamo più ad essere fra noi. Vicini, solidali, disponibili a stare con gli altri e condividere. Senza diffidenza, senza paura. Senza pregiudizio. Che l’altro beva. Che l’altro fumi. Che l’altro rubi. Che l’altro puzzi. Che l’altro ci sembri squilibrato. Che l’altro esista. Parole e dubbi. Che forse avrebbero richiesto solo il rispetto del silenzio.

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