ARCHIVIO 2ARCHIVIO 3ARCHIVIO 5POLITICA

SE AUDEN E MONTALE DANNO RAGIONE A DE SIANO E FERRANDINO

Martedì 21 sarà la Giornata Mondiale della Poesia. In tutta Italia ci saranno reading e manifestazioni per leggere versi e celebrare grandi poeti: a Milano (Percorsi DIversi), a Vicenza (Poetry), a Verona ( La poesia come DNA del mondo). Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo rendere omaggio alla Poesia, ma in un modo originale e provocatorio, proiettando la nobile arte nel bel mezzo della nostra piccola, a volte sconcertante, realtà politica isolana.

Non so se De Siano e Ferrandino, rispettivamente capi del centrodestra e centrosinistra isolani, che si avvicinano o si allontanano come il mantice di una fisarmonica,  abbiano letto libri e poesie di W.H. Auden. Sembrerà strano, ma il grande poeta, che frequentò Forio negli anni ’50, insieme a tanti altri illustri intellettuali, chiuse un poemetto del 1939 “In memoria di W.B.Yeates” con una frase che suona sentenza definitiva: “For Poetry makes nothing happen” ( Perché la poesia non fa succedere niente). In sostanza, Auden, pur essendo un poeta scrittore impegnato politicamente, scinde nettamente, e ritiene incomunicabili, poesia e politica. Lo scrittore-poeta lavora sulle parole, sulle metafore, sull’immaginazione; il politico lavora direttamente sulle persone, manipolandole, plagiandole, convincendole.

E, a proposito dei limiti della poesia rispetto alla vita reale, ricordiamo i magnifici versi di Eugenio Montale: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/ sì qualche storta sillaba/ e secca come un ramo/ Codesto solo oggi posso dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ma è proprio quello che hanno sempre sostenuto i due politici isolani: entrambi sostengono l’importanza dei fatti; quelli che criticano il loro operato e la loro mancanza di orizzonti di senso, fanno filosofia o, se volete, poesia. Certo, i due non hanno la finezza intellettuale dei poeti Auden e Montale, ma il risultato non cambia. Senonché, in altri scritti, Wistan Auden volendo analizzare i politici, li divide in tre tipi: il politico, l’apolitico e l’antipolitico. Il politico, dice Auden, è socievole e sportivo, morale ma non troppo ed interessato ad una rapida carriera sociale. L’apolitico, invece, è disinteressato alle relazioni umane e sociali, vuole curare solo i fatti propri, indisturbato e lontano dalle luci della ribalta. Infine, l’antipolitico non è interessato allo sport, disprezza i valori generalmente considerati patrimonio comune e, una volta arrivato al potere, può indifferentemente comportarsi da riformatore o reazionario. Se avesse potuto, Auden avrebbe classificato De Siano e Ferrandino, nella prima categoria: i politici.

Auden fu contraddittorio, tant’è che non fu nemmeno severo con le crudeltà della guerra; in qualche modo giustificava “ gli omicidi necessari”, venendo biasimato da un altro grande intellettuale, George Orwell, che parlò di “amoralità” di Auden. In un secondo tempo, Auden rivide un po’ i suoi giudizi “ amorali” e diede ragione alle critiche di Orwell. Alla netta separazione tra poesia-letteratura da un lato e politica dall’altro, sostituì una concezione più dinamica, nella quale si riconosceva un tentativo continuo, tra filosofia e politica, di influenzarsi a vicenda. Dunque, i fatti (e i misfatti) della realpolitik tendono a modificare l’etica e le idee degli intellettuali e questi ultimi cercano di indirizzare i fatti dei politici nella direzione da loro desiderata. L’aver eliminato il concetto di incomunicabilità tra filosofia e politica, non supera però il problema di una “ vischiosità” che comunque resta tra i due mondi. Ai cultori di filosofia non sfuggirà che Benedetto Croce, sostenitore dei piani assolutamente diversi di etica e politica, tra attività pratica e attività teoretica, cercò una risposta possibile di conciliazione tra i due mondi , non con sintesi hegeliana, bensì con la teoria della “ dialettica dei distinti” (sulla quale non ci soffermiamo, rinviando i lettori all’approfondimento della Filosofia dello Spirito di Croce). E’ difficile che un politico puro possa convincere un intellettuale, così come difficilmente i saggi, le poesie, i libri di intellettuali possano modificare e indirizzare il “ modus operandi” di politici arrembanti e convinti del proprio agire. Martedì scorso, quello che considero il miglior analista e sociologo degli ultimi decenni, Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, ha scritto un importante editoriale sul Corriere della Sera. Ribaltando una propria consolidata visione programmatica dell’attività politica e di governo, ha intitolato il suo pezzo “Mettete i programmi in soffitta“ e ha chiuso l’articolo così: “ Oggi in Italia non servono pensieri e programmi, per mettere ordine nella realtà; perché probabilmente è vero il contrario, che è la realtà che alla lunga viene a mettere ordine alle parole, ai pensieri, ai programmi”.  Con tutto il rispetto per De Rita, non mi arrendo all’idea che sua impossibile una conciliazione dei distinti. Ci deve essere la possibilità di una terza via, di un rapporto dinamico tra pensiero ed azione ( per restare a Benedetto Croce). Ed, eventualmente, quale può essere lo strumento, il trait d’union, il mediatore tra questi distinti filoni? Per quanto possa sembrare banale e démodé,, questo ruolo può essere esercitato dal giornalismo; un giornalismo diverso da questo attuale, sensazionalista, che insegue invano i social media, che sembra aver rinunciato alla funzione di analisi, critica, approfondimento, unici terreni sui quali la stampa scritta può ancora diversificarsi e concorrere con i canali della rete.

Resta,naturalmente, la difficoltà di “educare” alla lettura, alla concentrazione, i giovani che, nonostante l’alta scolarizzazione, sembrano davvero aver perso ogni confidenza con la  riflessione, la nobiltà della lentezza, la rilettura di un passo, la sottolineatura di brani interessanti e profondi. Non mi scandalizzo se i giovani si rifiutano di leggere i giornali. Il grande psichiatra Vittorino Andreoli, nel suo ultimo libro “La gioia di pensare – Elogio di un’arte dimenticata”, nel paragrafo “ Basta TV, basta giornali”, scrive: “Da un tempo ancora maggiore non leggo quotidiani e settimanali… Non sono affatto fuori del mondo, tutt’altro, mi ci sono calato dentro, libero da informazioni false, dagli scoop, dagli uomini e donne di successo. Vedo il mondo non le sue falsificazioni”. Ma Vittorino Andreoli legge e scrive libri, studia, ama la filosofia, la poesia. Una buona parte di giovani, invece, si limita alla rete, senza preoccupazione alcuna di eventuali falsità. Questi giovani sembrano incollati al presente, un presente che si vuole riempire a tutti i costi, con vitalismo cieco e contenuti qualsiasi. In queste condizioni, è dura, per i politici e i filosofi, per i “fatti” e per le “idee”, per l’azione e il pensiero.

Un’ultima importante considerazione: quando parliamo della contrapposizione tra  fatti e filosofia, la mente corre a quella che è l’origine occidentale della Ragione, del Logos e cioè Atene , la Grecia. E’ da lì che parte la cultura occidentale, è quella la culla della modernità. Solo che la civiltà dei Greci non si limitava, come erroneamente si crede, al Logos dei filosofi. Lo testimonia un recente saggio: “Atene,la città inquieta” di Mauro Bonazzi, titolare di Storia della Filosofia antica all’Università di Milano. La Grecia fu Platone ( il Logos) ma fu anche Omero, anche Tucidide, anche la consapevolezza che non tutto è ordine, ragione, ma pure ambiguità, imprevedibilità., sentimenti. Dunque, “pensiero ed azione” sono compresenti, nella nostra cultura moderna. Volerli artatamente separare, è contrario alla cultura occidentale. E’ sbagliata l’asserzione “Fatti non parole”, ma è altrettanto sbagliato immaginare un mondo delle Idee, a cui i fatti debbano piattamente tentare di assomigliare.

 

 

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close