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SE QUESTA E’ DEMOCRAZIA

La domanda è: la forte richiesta popolare di “libertà di coscienza” è parimenti ricerca di una “coscienza della libertà”? In altre parole, quando il cittadino invoca la piena libertà e uguaglianza nell’esprimere e confrontare le proprie idee attraverso la rete e i social network, quando si illude di essere al contempo fonte e destinatario di notizie, autore e lettore, elettore ed eletto, si rende conto che Google lo orienta e lo condiziona, per esempio mettendo, nella prima pagina delle ricerche, i prodotti o i negozi o i professionisti o i locali che vuole imporre al pubblico? E se ci fossero stati dubbi sulla pericolosità dei social nel condizionare le scelte degli utenti, si può ancora dubitare dopo lo scandalo di Facebook e dei dati personali di milioni di persone venduti alla società inglese Cambridge Analityca? Il costituzionalista e professore universitario di Roma Tre, Michele Ainis, è perentorio: “Questa non è democrazia!” (Repubblica del 18 marzo). Egli scrive: “C’è un elemento di frizione, se non di antagonismo, tra democrazia e innovazione tecnologica; da ciò forse un’inquietante corollario. Ossia il successo globale dei movimenti populisti, delle strategie politiche semplificanti, delle scorciatoie decisioniste. Sarà una coincidenza, però la democrazia non è mai stata così fragile come da quando siamo tutti connessi con un clic. Giacché la tecno-scienza sta modificando le nostre strutture mentali, oltre che la cultura collettiva. Ci abitua a soluzioni rapide, a risposte semplici, anche dinanzi ai problemi più complessi. Ma vale pur sempre il vecchio monito di Montesquieu: Il tiranno pensa innanzi tutto a semplificare le leggi”.

In tutto questo e mentre il capo politico dei 5 Stelle, Luigi Di Maio indossa l’abito di circostanza e giura fedeltà alle istituzioni e al Parlamento e tranquillizza le odiate élite europee, industriali, cooperative, il buon Davide Casaleggio (Repubblica del 21 marzo) s’attarda con la visione (che fu anche del padre Gianroberto) di un’imminente instaurazione della democrazia del web e definitiva scomparsa della democrazia rappresentativa. Ad onor del vero, questa utopia della democrazia diretta sta influenzando anche illustri studiosi, come la professoressa Nadia Urbinati, nota docente presso la Columbia University, la cui materia di approfondimento è proprio la trasformazione della rappresentanza politica e il populismo. Urbinati scrive su Repubblica: “La democrazia non è avara di innovazioni: si presta alle sperimentazioni perché non si appoggia su un modello predefinito, ma diventa come i cittadini la fanno diventare”. E definisce questa attuale “democrazia del pubblico”, come  terza fase, dopo la democrazia del notabilato e poi quella dei partiti. Secondo la studiosa, un’eventuale fallimento dei 5 Stelle non ridarà fiato ai partiti. La democrazia del pubblico – a suo avviso – è giunta per restare. Con tutto il rispetto per l’eccellente professoressa, credo che le cose non stiano così e che i superstiti rappresentanti politici della sinistra potranno ancora riguadagnare credibilità e orizzonti di senso. Ma per fare questo, bisogna che si capiscano i ritardi culturali della sinistra, che non ha capito nulla del mondo moderno, che non ha capito che una delle conseguenze della globalizzazione (che è un dato di fatto ineliminabile) è che non è più possibile praticare una politica di giustizia sociale solo a livello nazionale. L’esatto contrario di quel che pensano i partiti sovranisti, come la Lega e il M5S. Lo spiega bene il prof. Massimo Cacciari, filosofo e politologo. Se un singolo Stato europeo attuasse un attacco deciso alle rendite finanziarie e politiche di deficit a sostegno dell’occupazione, verrebbe immediatamente aggredito dalla speculazione e vedrebbe crollare gli investimenti al suo interno… La verità nuda e cruda è che non potrà più esservi politica socialdemocratica se non a dimensione europea. Questo è davvero il compito che una sinistra dovrebbe assumere: costruire una sua organizzazione comune su scala continentale”.Aggiungo anche un interessante intervista del settimanale 7-Corriere della Sera, all’ex segretario nazionale del PDS Achille Occhetto. Anche lui dice: “Caldeggio la nascita di un riformismo transnazionale: una sinistra variegata, solidale, che non sia una somma rissosa di appetiti”. Bisogna saper leggere, per Occhetto, “i grandi problemi trasversali: le diseguaglianze planetarie, l’esplosione demografica da cui scaturiranno migrazioni bibliche e la cura ambientale del pianeta”. Altro che sovranismo! Scendendo poi dalle stelle (quelle vere, non di movimento) alle stalle, cioè calandoci dalla realtà europea a quella (asfittica) dell’isola d’Ischia, vorrei fare qualche considerazione sulla energica ripresa del discorso del Comune Unico, a cura di una rinvigorita ACUII. Lode a chi, in maniera documentata, ha risollevato il problema dell’unificazione dei Comuni isolani. Ma con un’avvertenza, che posso cogliere io più facilmente degli ischitani, vivendo a più stretto contatto con l’Italia del centro-nord. Mentre qualche anno fa avremmo potuto snocciolare numerosi esempi virtuosi di fusioni comunali nell’Italia centro settentrionale,oggi, come dimostrano anche i crescenti consensi a Lega e 5 Stelle, è cambiato il vento  e siamo di fronte ad una clamorosa retromarcia e ad un riflusso identitario-localistico.

I pentastellati, in alcune Unioni di Comuni emiliano-romagnoli, si sono nettamente schierati contro l’unificazione. Un loro manifesto recita: “La fusione è nelle loro teste”. E stanno così naufragando decine di casi di tentata fusione. Anche qui il tam tam sul web del fanatismo localistico sta orientando i referendum verso il “no”. Attenzione, quindi, non basta la logica, non bastano le considerazioni delle convenienze economiche e di bilancio a far vincere il Sì. E’ diventata questione di vision antiglobalista. Ci si chiude in spazi sempre più ristretti, per paura di essere ingoiati dal pesce più grosso. Ma in tutto questo, però, c’è un paradosso enorme: i partiti sovranisti crescono grazie alla rete e ai social, che della globalizzazione sono lo strumento più attrezzato e pericoloso. Sovranisti e localisti in politica, ma globalisti nella comunicazione. Illusi di preservare presunte identità e nello stesso tempo consegnatari della propria privacy e libertà nelle mani del Grande Fratello.

Franco Borgogna

 

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