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Seduzione edipica: desiderio e mortificazione

Gentile Professore,

sono un uomo di cinquant’anni, non del tutto inesperto di relazioni affettive. La mia capacità di coinvolgermi mi ha consentito splendide esperienze sentimentali, ma, chiaramente, mi ha esposto anche alle ferite e agli insuccessi. Anzi, è paradossale, il trascorrere del tempo non sembra aiutarmi a tutelarmi meglio.

Forse, nelle storie recenti, ho sofferto e mi sono entusiasmato meno che in passato e ho diffidato assai più precocemente delle persone, ma, certo, non sono rimasto affatto esente dalla felicità e dal dolore o dall’offuscamento dell’illusione.

Così, di recente, ho subito uno nuovo scacco amoroso, e ci sono caduto come un ragazzino alle prime armi. Più di ogni cosa mi colpisce, però, è che si tratti del “l’ennesimo” di questo genere, a cui vado incontro negli ultimi anni, quasi che fossi davvero attratto particolarmente da un certo tipo di donna, una donna che mescola con disinvoltura dolcezza a crudeltà, sensibilità a indifferenza, fragilità emotiva a indipendenza sociale, e che genera in me una forte dipendenza affettiva, senza che questo stato esiti in una vera soddisfazione, senza che si risolva mai in una reciprocità vera.

Mi si dirà che io sono prigioniero di un punto di vista prettamente maschile (e maschilista), ma io non penso affatto che il genere femminile si comporti così in generale, né, per mia fortuna, ho avuto, in vita mia, rapporti soltanto con partner simili. Noto soltanto che in quelle che, ultimamente, più mi ingabbiano nella loro seduzione ricorrono alcune caratteristiche: sono tutte belle, colte e raffinate e, scavando nella loro storia infantile, hanno tutte avuto un rapporto insoddisfacente con la madre e uno privilegiato, direi quasi “idealizzato”, con il padre.

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A questo punto, non essendo completamente digiuno di letture psicoanalitiche, mi chiedo non senza una certa angoscia: cosa hanno a che vedere queste donne con me? Perché mi piacciono tanto e m’inducono a profondermi per loro, quando le loro risposte, dopo una fase di seduzione e di irretimento, si dimostrano sempre misere e deludenti?

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 ***

 

Gentile lettore,

sono le donne a essere di solito note per la loro generosità sentimentale e tipica è la frustrazione che sperimentano nell’incontrare partner maschili ambigui, sfuggenti e inconsapevoli sul piano psicologico: è la consumata figura della “sedotta e abbandonata”, che, però, sempre meno corrisponde alle mutate condizioni affettive, sociali e culturali di un genere femminile in rapida ascesa, malgrado i molti ritardi che nel nostro paese scontiamo.

Nel suo caso è lei, però, a mettere in gioco più “Anima”, a rischiare di più e, dunque, anche a percepire con maggior chiarezza la sofferenza della delusione e del rifiuto. Ciò sembra far parte di una personalità coraggiosa e prodiga, ma, allo stesso tempo – lei stesso lo riconosce – è necessario domandarsi in che direzione s’indirizzino i suoi slanci. Dovremmo chiederci, cioè, se lo stallo in cui lei sempre più di sovente si ritrova non sottolinei l’urgenza di prendere coscienza di una problematica; questa problematica le si presenta oggi, evidentemente, attraverso l’incontro frustrante con un particolare tipo di donna.

Analizziamo dunque i vissuti affettivi e i tratti di personalità che lei enumera: illusione di reciprocità e frustrante delusione; irretimento, incantamento e inganno, fragilità emotiva e potenza seduttiva, doti estetiche ed intellettuali ma inconsapevolezza psicologica, sensibilità e indifferenza, dolcezza e crudeltà. In più, lei aggiunge – e non è informazione di poco conto – queste donne sembrano tutte accomunate, nella loro infanzia, da un legame privilegiato con un padre “idealizzato” e da un difficile rapporto con la madre.

Non è difficile concludere, dunque, che le sue partner abbiano in comune l’essere preda, inconsciamente, di un “complesso edipico irrisolto” (Il “Complesso di Giocasta”, lo definiva Freud, in riferimento alle donne), o, parlando, come Erich Neumann, in termini di archetipi junghiani, l’essere intrappolate nell’Uroboro Maschile,. a causa di una combinazione di rapporti familiari che, in infanzia, le ha legate identitariamente al genitore di sesso opposto. Questo processo ha anche impedito loro di dispiegare la pienezza del proprio potenziale psicologico. Infatti, l’inganno edipico ai danni del bambino/a consiste proprio nel sottinteso, mai esplicitato da parte della madre o del padre, e quasi sempre inconscio, che l’insoddisfazione del proprio legame con il/la consorte possa essere supplito dalla speciale relazione d’intesa con il figlio o la figlia.

Parlando di quest’ultima, dovremo considerare che la bambina si sente particolarmente sedotta dalla prospettiva di essere l’amata/amante di Papà e potrà a lungo fantasticare di corrispondere su tutti i piani a questo desiderio. Ma la realtà dei fatti s’incaricherà di deludere la lunga e vana attesa, poiché la posizione generazionale, l’immaturità fisica e psichica, le renderanno impossibile ottenere l’effettiva partnership e il desiderio di prendere il posto della madre (al di qua degli angustiosi sensi di colpa e dei timori di punizione che tale perdurante fantasia comporta) si tramuterà in una cocente delusione. Il problema è che, dovendo salvaguardare il rapporto ideale con il padre (la madre è assorbita nell’archetipo della “Strega” e non consente un ritorno tra le sue braccia), la bambina non potrà prendere coscienza dell’inganno: piuttosto avvertirà sé stessa inadeguata, incapace di generare piacere, di essere addirittura degna, godendone a lungo e pienamente in età adulta.

Infatti, la grande vergogna narcisistica che questo smacco infantile comporta è intollerabile e tende a sprofondare nell’Inconscio. Una volta smarrita dalla Coscienza l’esperienza, essa torna a ripetersi sotto forma di fato, tramite l’incontro con l’altro. E ciò ha luogo in due modi: provando di nuovo lo stesso tipo di delusione ma con nuovi partner, o mettendo il proprio partner nella posizione di sé stessa bambina e giocando, allora, con l’altro il ruolo del “padre seduttore”. Pensando alla tecnica dello psicodramma, la si può definire una perfetta “inversione di ruoli”; purtroppo in questo caso, essa è automatica e inconsapevole, dunque, priva di esiti positivi.

È proprio a proposito di tale incontro con l’Edipo femminile che lei, caro lettore, si dovrebbe porre il problema del suo “incantamento”. Cosa della sua Anima è avvelenata da questa triste e crudele ripetizione, che sfida il tempo e non passa mai? Questo mi sembra il punto di partenza per un’indagine psicologica seria e approfondita, se non vuole tornare a soffrire vanamente.

A proposito della crudeltà di questa esperienza, mi vengono in mente due esempi, entrambi provenienti dalla Francia: il primo è rappresentato dalle opere del Marchese De Sade; l’altro dal magnifico film di Claude Sautet, Un cuore in inverno (1992), con Emmanuelle Béart e Daniel Auteil.

Di Donatien-Alphonse-François de Sade ricordo la lettura giovanile dei suoi libri: Justine, o le disavventure della virtù, La filosofia nel boudoir e altri. La caratteristica della scrittura del “Divin Marchese” era di portare la mia mente a un crescendo di eccitazione, mediante lunghe descrizioni, dissertazioni filosofiche, sottigliezze legate a tormenti erotici inflitti a inconsapevoli fanciulle, salvo poi non produrre alcun tipo di conclusione a questo crescendo, nessun orgasmo, anche solo intellettuale, naturalmente. De Sade sospendeva tutto, rinviava a un dopo che non sarebbe mai arrivato e riprendeva in altro modo il medesimo percorso. In ciò si manifestava l’essenza stessa della sua filosofia e della sua perversione: un godimento sempre adombrato e mai soddisfatto, da cui derivava il piacere di sottomettere il lettore a una sottile tortura.

Nel film di Sautet, abbiamo, invece, una donna bellissima e generosa, un’artista sensibile, una grande violinista (Emmanuelle Béart), che s’invaghisce perdutamente di un liutaio affetto da un chiaro disturbo narcisistico (Daniel Auteil). La problematica gli impedisce di provare un’intensità affettiva e una reciprocità amorosa. Lui, però, è contemporaneamente bramoso di quello che non sa vivere e ricambiare, cosicché riesce abilmente, quasi candidamente, a catturare il desiderio della giovane musicista, sottraendola al suo socio ed amico. Cosa fa che lei cada inevitabilmente nella trappola? Proprio la miseria “incredibile” di lui, la sua incapacità psicologica, che lei generosamente vorrebbe “curare”, facendo affiorare nell’uomo una ricchezza che lui le lascia fiutare, ma che non le donerà mai. In questo modo, con una potente identificazione proiettiva le trasmette la frustrazione di una ferita psichica per lui inguaribile, e il cui danno la donna proverà con sforzo a superare, senza mai poter dimenticare del tutto.

***

Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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