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“Sgommate”, immagini di Gino Di Meglio in mostra ai Giardini Ravino

Gianluca Castagna | ForioNelle immagini di Gino Di Meglio, avvocato di professione e fotografo per indomabile passione, la ricerca sulla forma si accompagna a una pratica incessante sulla tecnica. Sempre sulle tracce non solo di un’emozione (il visibile racchiude e rinchiude l’invisibile), ma di un movimento che serva a sconfiggere l’immobilità. Un forte desiderio di reinventare le cose e la vita in fotografie di grande lirismo, spesso strepitose per immediatezza e coinvolgimento tanto che difficilmente l’attenzione di chi le osserva ha modo di distrarsi.
“Sgommate”, ai Giardini Ravino di Forio fino al prossimo novembre, è una mostra di stampe alla gomma bicromatata. Scelta perfettamente duttile in cui le possibilità della tecnica si uniscono e si integrano con le idee e la fantasia dell’autore. Un procedimento laborioso, complicatissimo, estenuante e ad altissimo tasso d’errore. Spesso fatale. E’ il prezzo che si paga per sentire l’immagine palpitare.
Fiori, foglie, alberi avvolti in atmosfere crepuscolari, rami secchi quasi inghiottiti dalla sabbia. E’ una natura sorpresa alle ultimi luci del ciclo vitale quella catturata da Gino Di Meglio nei suoi scatti, ancora carica di tensione mentre gli orizzonti si allargano e si dilatano in un’atmosfera di irrealtà dove l’occhio dell’autore è come una mano gentile che ci guida nello scorrere (faticoso, ardito, malinconico) del tempo che passa. Oltre il concetto di bellezza, dentro una qualità inquietante e allusiva che – soprattutto per le infiorescenze – non può schivarne la sensualità interna e la mortale caducità.
Abbiamo incontrato l’avv. Gino Di Meglio al vernissage di inaugurazione dell’esposizione.
Foto secondaria“Sgommate” arriva dopo “Suggestioni in lith”. Continua la tua ricerca sulle potenzialità espressive delle tecniche fotografiche un po’ svincolate dallo sviluppo classico di una stampa. Cosa riesce a restituire, in termini espressivi, la stampa in gomma bicromatata rispetto alle altre tecniche?
«Uno degli elementi distintivi è la matericità, la sua tridimensionalità. Sono stampe che possiedono una profondità avvolgente, l’osservatore sente di far parte dell’immagine, ne viene quasi risucchiato. E’ una tecnica di stampa che si forma per strati successivi, un risultato definitivo prevede almeno 5 passaggi, l’immagine prende corpo su strati che si sommano gli uni agli altri. Se si potesse osservarla al microscopio, o quando si possiede una certa sensibilità sui polpastrelli delle dita, ci si rende conto che esistono dei rilievi. Percepiti anche dall’occhio, se molto attento. Le sensazioni sono molteplici, l’emozione diventa anche tattile».
Quali sono le doti principali che un fotografo deve possedere per ottenere dei risultati interessanti con questo tipo di tecnica?
«La pazienza e la precisione sono fondamentali. In questa tecnica ci sono una serie infinita di variabili, tutte concorrono a determinare il risultato finale, per cui basta che una delle variabili del processo sia stata male eseguita, o applicata, che la fotografia la devi praticamente buttare. Anche a procedimento quasi terminato. Se alla quarta stesa, ad esempio, si sbaglia un passaggio, o lo interpreti male, tutto è distrutto, inutilizzabile. E’ un processo di stampa assai delicato».
Fotografi da moltissimo. Gli anni hanno ristretto i tuoi orizzonti espressivi o è avvenuto il contrario?
«All’inizio fotografavo molto le persone. Ho realizzato diversi nudi, eleganti, poetici. Mi piacerebbe anche tornare su certi temi, ma il rapporto con la modella è complicato, è un rapporto asettico, mentre le donne che fotografavo negli anni giovanili mi erano vicine per motivi diversi. C’era un’empatia che oggi è difficile ritrovare. Ecco perché mi sono allontanato».
Foto sestaIl fiori, la natura, il paesaggio. Fotografati più volte, quasi a forzare i limiti delle loro potenzialità espressive.
«Torno spesso sui luoghi che ho già fotografato. Cerco di cogliere quello che mi era sfuggito la prima volta. Puntualmente mi accorgo di un aspetto diverso, di una nuova emozione. La rivelazione della bellezza ha infinite sfumature».
E’ diventato più facile stabilire questa intimità di sguardo?
«I miei fiori, se ci fai caso, non sono mai colti nel loro massimo splendore. Sono fiori che hanno già cominciato un cammino di decadenza, fiori quasi appassiti. Mi piace cogliere la bellezza in un momento di declino. Ricordo la foto di una rosa ormai quasi sfiorita, i petali appassiti, tranne quelli centrali ancora turgidi. C’è molta intensità in quella immagine, la trovo molto più bella di una rosa appena fiorita, nel massimo splendore. E’ facile essere belli quando si è nel pieno della giovinezza, più difficile trovare l’incanto nel disfacimento».
Perché così tanto bianco e nero?
«La foto a colori mi sembra troppo compiuta, finita. Il bianco e nero permette a chi guarda una partecipazione più forte, si immagina i colori, le tonalità. Esiste una libertà maggiore per chi scatta e per chi osserva».
Riguardo alle tecniche che prediligi, quali sono i tuoi artisti di riferimento?
«Jeanloup Sieff per la foto tradizionale, mentre per la gomma bicromatata trovo fantastici i lavori di Jean Jansiss. Gomme enormi, impressionanti, una laboriosità da vertigine. Amo molto anche le fotografie di Robert Mapplethorpe».
Foto quartaTi senti più alchimista o creativo, o sono due aspetti che possono convivere tranquillamente? «L’alchimia, o la chimica, è lo strumento che permette di esprimere la mia creatività».
Ti ricordi il principio?
«Avevo 16 anni, ero uno studente del liceo con un forte spirito di osservazione. Mia madre mi regalò una Kodak Instamatic, mi appassionai subito e l’anno dopo ebbi la mia prima vera macchina fotografica, una Asahi Pentax Spotmatic che ho tenuto per anni. Le prime mostre al Kiwi o al Castello Aragonese sono fatte tutte con quella macchina».
Qual è il tuo rapporto con la fotografia digitale?
«Non esiste. La fotografia digitale prevede un modo di fotografare assai lontano da quello che io intendo per fotografia. E’ la stessa differenza che corre tra slow food e fast food. Io faccio slow photography, dunque una concezione completamente diversa».
La politica è qualcosa che ti appassiona ancora o un capitolo chiuso?
«Mi appassiona ancora molto, soprattutto come impegno per amministrare un territorio. Se si verificheranno le condizioni, sarò pronto a candidarmi alle prossime elezioni amministrative per il comune di Ischia».
Al di là delle solite dichiarazioni d’intenti di carattere generale, puntualmente destinate a rimanere lettera morta, da cosa partiresti nel concreto?
«Negli ultimi tempi ho criticato molto la Festa del porto. Una ricorrenza diventata annuale, mentre secondo me aveva un senso nell’anniversario dei 160 anni. Io dico che la festa del porto andrebbe fatta ogni giorno, non un solo giorno all’anno. Mi spiego: ho girato in molti porti d’Italia, difficile trovarne uno così bello come quello di Ischia. Oggi versa in uno stato pietoso, un degrado assoluto senza alcuna visione o prospettiva. Io ripartirei da lì: ripensare il sistema-porto, non solo come luogo di attracco per aliscafi e traghetti, ma come realtà che interagisce con la comunità intera dei residenti e degli ospiti. Il contrario di quello che avviene adesso».
Foto quintaHo letto che alla prossima tornata referendaria sulla riforma della Costituzione voterai “no”. E’ più un “no” politico, giuridico o per partito preso?
«Giuridico. Probabilmente è anche vero che nella sostanza alcuni aspetti della Costituzione andrebbero modificati, ma la proposta di riforma, da un punto di vista giuridico, è un vero aborto. Cambiare tanto per cambiare non ha senso. Con questa riforma non si cambia in meglio, si complicano ulteriormente le cose invece di semplificarle».
L’immagine è fondamentale per un fotografo, la parola lo è per l’avvocato, che poi è il tuo vero lavoro. Come ci si divide?
«Per anni, molti anni, ho fatto solo l’avvocato. Mi sono dedicato alla professione in maniera piena, una dedizione assoluta, 24 ore su 24. Quando ho consolidato la mia esperienza professionale, ho ripreso a dare spazio alle mie passioni: la politica e la fotografia, che avevano accantonato perché esistevano altre priorità».
Si riesce davvero a mettere da parte una passione anche quando è molto potente?
«E’ un sacrificio che la vita ti richiede. A me l’ha chiesto. Ho perso mio padre che avevo 27 anni, da quel momento si è chiuso un capitolo importante della mia vita. Mi ero laureato da un anno e ho dovuto dedicarmi completamente alla professione. A studio avviato, ho trovato tempo e modo per riscoprire le mie passioni, ma il mio lavoro di avvocato resta tuttora l’obiettivo principale».
A questo punto della tua vita senti di aver usato meglio i tuoi occhi o il tuo tempo?
«Bella domanda. Credo, in fondo, di aver usato meglio il mio tempo».
Foto terza

 

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