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Si avvicina il Natale, ma il Censis ci spiega che, al posto dell’amore, trionfa il rancore

La parola “rancore”, richiamata nel 51^ Rapporto socio-economico Censis, ha origine dal verbo latino “rancere”, che vuol dire “essere rancido”  che è detto di sostanze grasse che assumono un sapore sgradevole di stantìo. Applicata alla società, la parola “rancore” sta ad indicare un sentimento di malanimo, astio, tenuto per molto tempo nascosto e represso. Tal ché, ad un certo punto, in assenza di fattori risolutori e dissolventi, il rancore,senza arrivare al punto di esplodere, comunque intossica il tessuto sociale. Qualsiasi persona, in buona fede e con un minimo di sensibilità d’animo, si rende conto di quanto la società italiana  (ed anche isolana) sia intrisa di questo sentimento negativo. Il registratore di questa negatività  è, naturalmente, la rete, sono i social network, dove in maniera palese o anonima, viene sputato quotidianamente tutto il malanimo che abbiamo  verso i nostri simili, specialmente se  gli altri sono persone di successo  o – al  contrario – persone con gravi disagi psico fisici o economico sociali. “Sfigato” è il termine più moderato che normalmente si affibbia al diverso (per razza, censo, aspetto fisico o grado di istruzione). Peggio ancora quando si creano i “gruppi chiusi”, ad esempio le tifoserie sportive ultrà o perfino le correnti di potere all’interno della medesima religione. Lo si vede intorno al Papa, ma anche nella nostra isola, tra parrocchia e parrocchia, tra innovatori e conservatori. A nulla sembra essere servita la lezione etica del Cardinale Gianfranco Ravasi, grande biblista che, dal 2007, presiede il Pontificio Consiglio della Cultura e che è attualmente il più grande assertore del “dialogo”  interreligioso ed interculturale.

Ravasi sostiene che l’uomo deve passare dal “duello”, attualmente imperante, al “duetto”, dallo “scontro”  all’accordo armonico che mantiene le differenze. Ma potremo effettivamente tentare di stemperare il “rancore” che monta, solo se riusciremo a capire i motivi che stanno alla base di esso. Ovviamente, il Censis che – a differenza dell’Istat – cerca sempre di razionalizzare numeri e statistiche, ha dato una sua lettura. Secondo il Censis, è vero che l’economia italiana migliora rispetto al baratro in cui era caduta, ma troppo lungo e troppo travagliato è stato il periodo di crisi, cosicché le “fratture” sociali scomposte che si erano create, non sono ancora rimarginate. Il futuro che si intravede per il ceto povero e quello medio e, soprattutto, gli orizzonti per i giovani appaiono ancora molto nebulosi. Insomma, si vedeva “nero” e ancora non si intravede la luce in fondo al tunnel. Per cui, rispetto a questo stato tuttora comatoso dell’umore degli italiani, l’attuale quadro politico- istituzionale appare del tutto inadeguato ad offrire “speranza”. Questo è lo “zeitgeist”, lo spirito del tempo, avrebbe detto Friedrich Nietzsche. Per riacquistare fiducia, ci vorrebbe, secondo il Censis, ben altra “visione”, ben altro immaginario collettivo.

Naturalmente, gli osservatori e gli editorialisti più accreditati hanno attentamente analizzato il Rapporto Censis e hanno – a loro volta – offerto delle chiavi di lettura .E’ stato rilevato (Rosaria Amato su Repubblica) che se il 51^ Rapporto Censis dovesse diventare un libro alla Oriana Fallaci, dovrebbe intitolarsi “La rabbia e la paura”. “La rabbia per non essere stati inclusi, per essere rimasti indietro, per aver perso posizioni nella piramide sociale. E la paura, perché è convincimento diffuso, anche tra i più benestanti, che la scala sociale ormai si percorra in una sola direzione, quella in discesa”.  All’interno di questo fenomeno, si distingue la “riduzione specifica del peso dei giovani”. Contano sempre meno, perché demograficamente perdono terreno rispetto agli anziani (i millenials tra i 18 e i 34 anni, sono soltanto 11 milioni rispetto a 50 milioni di elettori, perciò sono poco curati dalla politica). E poi c’è la grande fuga dei giovani. Si fugge da Ischia ( una volta ad emigrare stagionalmente erano i doppio-lavoristi, d’estate a Ischia, d’inverno in Germania). Si fugge dal Sud Italia verso il centro nord del Paese, si fugge dall’Italia verso il nord Europa o fino in Australia. Chi rimane aggiunge rancore a rancore, l’astio delle fratture prodotte dalla lunga depressione e l’astio per non essere riusciti ad emigrare assieme agli amici.

Sempre su Repubblica c’è stata un’ottima lettura del Rapporto Censis di Guido Crainz, professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Teramo ed infine il commento del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari.  Crainz parla di un vero e proprio “disastro demografico” provocato dalla lunga crisi economica, di uno scompaginamento della scala sociale   e di  “un paradossale gioco di specchi fra Università e mercato del lavoro. Da un lato la quota di laureati è troppo bassa, dall’altro il mercato non riesce ad assorbirne a sufficienza, perlomeno in posizioni adeguate”. Infine Scalfari, che si spinge a indicare delle vie d’uscita, attraverso nuovi (per ora inesistenti) leader europei. Ai tempi del “miracolo economico” agirono con competenza e saggezza, uomini come il Governatore della Banca d’Italia Guido Carli e poi i successori Paolo Baffi e Carlo Azeglio Ciampi. Oggi, in Europa solo Draghi, Governatore della BCE e, forse, Macron in Francia, sembrano (secondo Scalfari) capaci di dare un nuovo indirizzo ed una nuova visione all’Europa. Mentre (è sempre la tesi di Scalfari)  “Renzi non sembra rendersene conto: il fascino di comandare da solo lo possiede, è il suo modo di pensare ed è anche un malanno per lui e per il partito da lui guidato “. Con tutto il rispetto per Scalfari, le sue conclusioni appaiono forzate, tecnocratiche e adattate alla contingenza politica. Certo che c’è, in Italia e in Europa, un problema di leadership, ma le cause dell’insanabilità della “frattura sociale”, lasciata dalla lunga crisi, dipende da motivi storici, ben individuati da Paolo Mieli, giornalista e storico, nel suo libro “Il caos italiano, alle radici del nostro dissesto”.

Fin dal 1861 l’Italia non ha saputo essere governata da una destra e una sinistra alternativamente e democraticamente. Sempre ha preferito che un’oligarchia politica trovasse il modo di “affiancare” opportunisticamente destra e sinistra, moderati e progressisti. “Affiancati”, per il potere, ma differenti ed inconciliabili senza alcun tentativo di sintesi dialettica. Finzione, trasformismo, opportunismo. Cavour e Rattazzi, Minghetti e Depretis e, forse, oggi, Renzi e Berlusconi. Ma, oggi non è più tempo di equivoci, in presenza dei quali trionfa solo il radicalismo e la violenza ( dai rigurgiti neonazisti ai ritorni di fiamma del brigatismo rosso). La disperazione di chi emigra, disgustato da queste ipocrisie politiche, è che l’Europa e il mondo non sono granché diversi. Le analisi profonde della società, come il Rapporto Censis, hanno – se non altro – il merito di rimettere in moto il pensiero e la capacità di leggere gli andamenti dell’umana esistenza e coesistenza.

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Franco Borgogna

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