CULTURA & SOCIETA'

Solenni “Quarantore” a San Dmenico, la chiesa più antica della Diocesi isolana

Il parroco Don Giuseppe Nicolella con la preziosa collaborazione di Padre Chibra della Diocesi di Gweru nello Zimbabwe concelebra il rito nel pieno rispetto delle regole anti Covid facendo osservare le distanze sociali ed impedendo qualsiasi tipo di assembramento dentro e fuori della chiesa

La Chiesa di San Domenico in Ischia, nota per essere la Chiesa parrocchiale più antica dell’isola. In questi giorni è in piena attività liturgica e pastorale, per via delle solenni e tradizionali Quarantore che iniziate mercoledi 28 termineranno sabato 31 ottobre con il SS. Sacramento costantemente esposto all’adorazione dei fedeli. Il parroco Don Giuseppe Nicolella avvalendosi della preziosa collaborazione di Padre Gilbet Chibra della Diocesi di Gweru nello Zimbabwe concelebra il rito nel pieno rispetto delle regole anti Covid facendo osservare le distanze sociali ed ed impedendo qualsiasi tipo di assembramento dentro e fuori della chiesa.

Le Quarantore nel senso attuale nella Chiesa Cattolica risalgono al secolo XVI. Introdotta a Milano da G.B. Bellotti (1572), questa pratica religiosa ebbe il primo ordinamento da S. Carlo Borromeo (1576). Urbano VIII con l’enciclica Aeternus rerum Conditor del 6 agosto del 1623 prescrisse, a tutte le chiese del mondo, la celebrazione delle Quarantore. La Chiesa di San Domenico a Ischia, annessa oggi alla Parrocchia di Sant’Antuono (SAN Antionio abate), è classificata dalla Soprintendenza ai Monumenti, come “chiesa rupestre” del secolo XV. Ivi, infatti, fu aperta nel secolo XV con un convento di frati Predicatori nel 1469. I domenicani vi abitarono due secoli circa, fino alla metà del 600 quando dovettero lasciare il convento perché la comunità non raggiungeva il numero minimo di tre persone, giusta la bolla d’Innocenzo X del 15 ottobre 1652. L’attuale chiesa, però, non è quella quattrocentesca perché essa fu semidistrutta da un terremoto avvenuto nel 1557.

Essa ha subito molti rifacimenti. L’attuale cona centrale risulta da un prolungamento eseguito tra la fine degli anni ‘60 o l’inizio degli anni ‘70 dell’800. La navata sinistra è evidente più recente come si nota dalla diversa sua struttura. Dopo questi ampliamenti la chiesa fu benedetta da Mons. Felice Romano. L’ultima ristrutturazione è avvenuta negli anni 1983/84 ed è stata consacrata da Mons. Antonio Pagano il 27 maggio 1990. Il quadro raffigurante la Madonna del Rosario, che ora è al centro della cona è l’opera più antica che c’è in questa chiesa. Il Tempio è intestato a San Domenico di Guzman assurto a Santo Patrono e protettore degli abitanti della Zona. Proviamo a sintetizzare alcuni aspetti della vita di Domenico di Guzman, il Santo amadai parrocchiani della collina di san Michele e San Antuono a Ischia. Era figlio di Felice di Guzmán e di Giovanna d’Aza, di famiglia agiata, anche se non esistono testimonianze certe che discenda dalla nobile famiglia dei Guzmán. Alla nascita venne battezzato con il nome del santo patrono dell’abbazia benedettina di Santo Domingo de Silos,

Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno, l’arciprete Gumiel de Izan; fu poi inviato, all’età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia per dieci anni. Qui venne a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia. Domenico, che nella pietà popolare cattolica è conosciuto per aver avuto sentimenti di compassione fin dall’età giovanile per la sofferenza altrui, durante una di tali carestie, forse intorno al 1191, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un’epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dare da mangiare ai poveri, affermando: “Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?”. Terminati gli studi, all’età di 24 anni seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma. Qui venne consacrato sacerdote dal vescovo Martino di Bazan, che stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l’aiuto di Diego d’Acebo (o Acevedo).

Diego fu eletto vescovo nel 1201, e nominò Domenico sottopriore; e quando il vescovo Diego, nel 1203, fu inviato in missione diplomatica in Danimarca dal re Alfonso VIII di Castiglia per prelevare e accompagnare una principessa promessa sposa di un principe di Spagna, il sottopriore Domenico fu invitato ad accompagnare il vescovo Diego. Il contatto vivo coi fedeli della Francia meridionale (dove era diffusa l’eresia dei càtari) e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l’Est costituirono per Diego e Domenico una rivelazione. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca, scesero a Roma (1206) e chiesero a papa Innocenzo III di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma questi resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l’esempio la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile e organizzato di predicatori. Nel 1209, in occasione dei massacri compiuti dai Crociati (particolarmente feroce fu quello compiuto dopo la conquista di Béziers), che non badarono all’età e al sesso e, nella loro furia, arrivarono a colpire perfino i cattolici, Domenico si distinse nel biasimare severamente tali azioni brutali.

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