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Su presepi, municipi, laicismo e crocifissi

DI LELLO MONTUORI

Devo a Gianni Vuoso il mio primo acerbo articolo per il Settimanale d’Ischia di Domenico di Meglio. Credo fosse il 1986-87. Ero uno studente – già allora assai stressato- del famigerato e secondo alcuni ‘blasonato’ corso A della Scuola Media Scotti, e Gianni, insegnante della Scuola e collega di mia madre, aveva scritto un pezzo in cui criticava aspramente l’abitudine -poi devo ammettere fortunatamente superata- di far celebrare agli studenti il Precetto Pasquale nella Scuola, con una messa presieduta dal Vescovo dell’epoca, in palestra. Mi pare che nello stesso articolo avesse criticato anche la presenza del Crocifisso in classe e in tutti gli edifici pubblici. Mi pare, perché forse avrà scritto sul tema anche altre volte. Ma sul precetto pasquale (che provocatoriamente definì ‘precettazione’) devo ammettere -con la consapevolezza di oggi- che in effetti aveva ragione. Fin da allora.

Come disse lui, nessun collegio dei docenti e nessun consiglio di classe aveva mai programmato una messa. E l’idea che uno studente non credente, o semplicemente appartenente ad un altro credo religioso, dovesse rimanere a bighellonare da solo in corridoio mentre i cattolici, la maggioranza, partecipavano a una messa addirittura nella palestra della scuola in orario di lezione, non era rispettosa di alcun principio della Scuola di uno Stato Laico. La questione della presenza del Crocifisso dovrebbe invece essere inquadrata in un contesto di analisi e riflessione assai diverso. Le radici cristiane della civiltà occidentale, almeno a partire dal tramonto della civiltà classica se essa può dirsi mai davvero tramontata, sono un fatto storico e il Cristianesimo ha pervaso del suo spirito e della sua visione del mondo, nel corso dei secoli, Stati, Istituzioni, Scuole, Università, centri di formazione e di studio, in una forma tale che, anche in una società profondamente laica  o secolarizzata quale quella in cui viviamo, nessuno potrà mai validamente negare il suo straordinario apporto alla  cultura e alla civiltà, come si è realizzata nell’umano divenire in questa parte di mondo.

Per un non credente o per il credente di un’altra confessione religiosa, un crocifisso in un’aula pubblica, di Tribunale come a Scuola, non è l’atto prepotente di una maggioranza assai arrogante, ma il segno che viviamo in un paese profondamente permeato -almeno nella sua storia- di cultura integralmente umanistica e quindi cristiana. Lo stesso principio vale più o meno per le feste religiose, dal Natale alla Pasqua, dall’Immacolata a quella del Patrono, adottate dal Calendario delle ricorrenze pubbliche che giustificano la chiusura – in quei giorni- degli uffici pubblici e delle Scuole di ogni ordine e grado, senza che nessuno viva queste chiusure come interruzione di un pubblico servizio, visto che viviamo in Europa e non nella Cina popolare o in Arabia Saudita.

Vale più o meno lo stesso per il Presepe. E qui vengo alle critiche ingenerose rivolte alla originale installazione di un artista locale sul balcone del Municipio di ISCHIA in occasione del Natale. Davvero le censure, degne di miglior causa, rivolte alla bella installazione tradiscono una tendenza laicista più che di rigorosa laicità e finiscono con lo sminuirne assai il valore. Il valore delle critiche, intendo. Conosco Gianni per essere un uomo disponibile, aperto e ironico, pacifista e tollerante. Molte volte non sono stato d’accordo con lui. Altre volte sì. Sono certo che a Gianni non verrebbe mai in mente di rimuovere dalle pareti con seta damascata i quadri con soggetti religiosi che abbelliscono gli uffici di Ambasciate e Prefetture, le splendide sale di Montecitorio, di Palazzo Madama e del Quirinale. Si tratta di opere d’arte che manifestano il genio di chi ce le ha lasciate e testimoniano l’altissimo livello di cultura e civiltà cui è pervenuta nel corso dei secoli, la nostra comunità nazionale. Un presepe, anche per uno non crede in Gesù Cristo, resta un simbolo.

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Dei valori della nostra civiltà. Anche di quelli che forse abbiamo smarrito. Umiltà, solidarietà, pace, fratellanza, accoglienza, attenzione a chi non ha, sovvertimento dell’idea che conti solo chi ha il potere. Ma anche multiculturalismo, ospitalità, confronto e commistione di diversi. Idee e valori in cui so che Gianni crede. Forse anche più di me. È per questo che il presepe sta bene dove sta. Sulla facciata di un palazzo pubblico, per strada, o in riva al mare. Perché non è una rappresentazione che si impone. Ma un invito a riflettere sull’uomo, recuperando il senso di un’umanità più autentica, non necessariamente religiosa, solo più attenta ai bisogni degli altri. Il prossimo vicino.

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