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SUL PIACERE E L’INVIDIA

LETTERE A UNO PSICOANALISTA

 

Gentile Professore,

sono un ragazzo di diciassette anni, uno studente del Liceo Scientifico di Ischia.  Accadono cose terribili intorno a noi in questi giorni. Penso all’attentato di Nizza, al colpo di stato in Turchia e alla repressione che ne sta seguendo. Penso anche alle tante guerre che si consumano nel Medio Oriente, che fanno centinaia di migliaia di morti, sfollati, profughi, e penso alle masse umane che partono dall’Africa e rischiano la morte in mare. Ho come l’impressione che tutti questi eventi mi assedino e che il sole, il mare, la allegra compagnia dei miei amici e della mia ragazza, l’affetto della mia famiglia, siano come un bene  che quasi non ho il diritto di godere, mentre tanti altri soffrono.

        Mi rendo conto che non dovrei lasciarmi troppo influenzare, ma anche nei momenti più promettenti, qualcosa, come un’ombra, sembra condizionarmi.

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        Lei che ne pensa?       

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SUL PIACERE E L’INVIDIA

 

Una capriola sulla spiaggia, espressione di gioia liberatoria

 

         Mio giovane lettore,

è del tutto evidente che esistano persone più sensibili e altre meno. Alcune manifestano forti qualità empatiche sin da giovani, come accade a lei, ed  osservano il mondo ascoltandone le sofferenze, che risuonano con le proprie. Quelle intime non appaiono evidenti e letali, ma ugualmente esistono e necessitano di essere riconosciute e lenite.

Questa è la prima ragione etica per cui lei ha il pieno diritto di godere delle gioie che le offre la vita, consentendo a chi la attornia e le vuol bene di beneficare di questa sintonia sperimentata con se stesso. D’altro canto, non può e non deve – pena la sterilità del suo essere più autentico – distogliere l’attenzione dal mondo, ed è bene e opportuno che lei contribuisca a renderlo migliore, o, a seconda dei casi, meno insopportabile e ingiusto.

Psicologicamente parlando, il nodo centrale consiste esattamente nel posto da assicurare alla dimensione del piacere, spogliandola da moralismi penitenziali che la mortificano, da un lato e, dall’altro, sostenendola nelle sue espressioni più autentiche e spontanee. Infatti, la mistificazione del piacere è alla base di una società materialistica ed egoistica, che lucra sull’insoddisfazione perenne degli individui da essa stessa omologati e li modifica in anonima massa consumistica. Più, infatti, alimenta il miraggio di un piacere fasullo, derivato dall’acquisto di merci fintamente “esclusive”, più stimola nelle persone una ricerca di piacere senza “oggetto”, disperata, inconcludente, deprimente.

L’autentico piacere – quello che riempie l’anima – consiste nell’espressione della propria personalità con gli altri, e non sugli altri, ossia a loro detrimento: si tratta di una qualità del rapporto teso all’inclusione progressiva, man mano che progredisce la maturazione psichica e spirituale, la quale tende, tra mille ostacoli, al pieno sviluppo del , e sul piano emotivo e su quello cognitivo.

Ciò premesso, forse vale la pena anche di sottolineare come alcuni attacchi al piacere, provengano essenzialmente da componenti invidiose (cfr. la psicoanalista Melanie Klein, 1957). Lo stesso termine “invidia” deriva dal latino invidere, che significa “guardare biecamente”. In breve, potremmo dire che la subitanea percezione di uno stato di piacere in una persona provoca contemporaneamente dolore in un’altra. A questo malessere, tanto forte da non riuscire sopportabile, l’invidioso reagisce con varie strategie, tutte tese ad abbassare la qualità dell’esperienza dell’invidiato. Ci si può interrogare su cosa susciti il montare di uno stato tanto sgradevole e maligno in colui che invidia e, sovente, l’indagine psicologica scopre che la causa sia la sensazione di non poter accedere proprio alla dimensione del piacere, di essere escluso irreparabilmente  da questa insostituibile esperienza (per le più variabili ragioni.

In defintiva, potremmo pensare – come ci suggerisce il filosofo sloveno Slavoj Žižek (cfr. La nuova lotta di classe, Ponte alle grazie, Firenze/Milano, 2016)- che molti dei terroristi i quali trovano oggi  nella matrice dell’estremismo islamico un riferimento comune, abbiano di fatto ideologizzato la propria invidia distruttiva, parossistica fino al nichilismo, verso la società occidentale, rispetto alla cui forza pregnante si sentono marginali e soccombenti, sia per ragioni psicologiche, che storiche e culturali.

Tornando a lei, mio gentile lettore, le suggerisco di cominciare a tenere d’occhio quelle componenti che nella sua psiche agiscono come in seno alla società fanno i terroristi o i mafiosi: distogliendo, cioè, dal desiderio e ostacolando il godimento del piacere autentico. Evitare tali esperienze, glielo assicuro, non  la renderà mai moralmente migliore o più sensibile, disponibile alla trasformazione del mondo in modo originale e creativo, ma semplicemente un essere più triste e infelice.

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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