CULTURA & SOCIETA'

Sulle rotte del vino nel mondo antico: a Pithecusae, tra miti e rituali

In Biblioteca Antoniana l’archeologa Mariangela Catuogno ci ha accompagnato in un lungo viaggio sulle vie della viticoltura che incrociarono l’isola d’Ischia e che tanto ruolo ebbero per la trasmissione, le influenze, l’assimilazione e lo slancio verso altre culture, altri riti e altri mondi. Un’eredità che si perpetua nel tempo e che ancora ci portiamo dentro

Fin troppo illustri sono le ascendenze letterarie del vino e dei suoi fatali rituali, consegnati all’immortalità perfino dai capisaldi di tutti i poemi di avventura, le omeriche ‘Iliade’ e ‘Odissea’. Fin troppo febbrile è tuttora la frammentazione di tracce archeologiche che rimbalzano da un punto all’altro del Mediterraneo, a rimarcare l’antichissima passione dell’uomo per il vino, il benessere del corpo e il piacere della mente. L’uomo con i suoi bisogni ideali, sociali e metafisici. La viticoltura come capacità, che ci avvicina al divino, di trasformare la materia. Da uva a bevanda. Una metamorfosi, anche misteriosa, che fa diventare l’uomo simile agli dei.

E fin troppo risaputo, infine, è il legame dell’isola d’Ischia, della sua storia identitaria e della sua economia, con la coltivazione della vite come elemento centrale di una produzione agricola che i Greci, emigrati in Occidente, portarono con sé insieme a ritualità e codici che tanto ruolo ebbero per la trasmissione, le influenze, l’assimilazione e lo slancio verso altre usanze e altri mondi. Fattori esterni, senza dubbio, ma anche dinamiche autoctone. Non si trattò, a Pithekoussai, del trasferimento tout court di un patrimonio di sapienza tecnologica/produttiva. In fondo, la tradizione culturale del vino non si può scambiare o commerciare come nulla fosse. Per possederla davvero, e determinarne la massiccia diffusione, occorre prima conquistarla, magari con la complicità di situazioni naturali e antropiche particolarmente favorevoli. E se la coltivazione della vite non era sconosciuta in Italia, fu comunque il mondo greco ad amplificarne il consumo in funzione di rituali privati e poi pubblici, con forme sempre nuove di socialità e autorappresentazione. Processi talvolta inestricabili, complessi, che si sono sovrapposti, caratterizzati e contraddetti nel tempo, ma indicativi del grande e osmotico dinamismo che accompagna la progettualità umana nei suoi affascinanti percorsi evolutivi.

Intanto, a fornire un’appassionante, ampia panoramica sulle rotte del vino che nel mondo antico incrociarono la nostra isola è stata l’archeologa Mariangela Catuogno, nell’incontro pubblico alla Biblioteca Comunale Antoniana di Ischia dal titolo “Dall’oinopspòntos all’eùpotonpotèrion: il consumo rituale del vino nell’antica Pithekoussai”. Un viaggio interdisciplinare che tenta una sintesi tra evidenze archeologiche, fonti letterarie e nuove indagini archeometriche. Quelle che, ad esempio, accertano la presenza di vinaccioli già nell’antichissima città di Godin Tepe (3000 a.C.), fra i monti più alti di Iran e Iraq, importante snodo commerciale lungo la strada che univa la Bassa Mesopotamia all’odierno Afghanistan. La documentazione archeologica salta poi all’epoca micenea, al ritrovamento di tavolette lineari sulle quali l’espressione  “anadendriadai” (avvitata a un albero) rimette in discussione la distinzione, non più netta, tra coltivazione della vite a sostegno morto (tipica dei greci) e quella a sostegno vivo (tipica etrusco/romana). Da Vivara, insediamento miceneo a noi così vicino, affiorano altre tracce sul consumo del vino e perfino nel sito archeologico campano di Longola, villaggio perifluviale alle porte di Poggiomarino, abitato dall’età del Bronzo fino al VI sec a. C., sono stati recuperati non solo vinaccioli, ma – come spiega la Catuogno – «raspi d’uva soggetta a premitura. Traccia inequivocabile che in un sito indigeno, prima dell’arrivo dei Greci, si praticava la coltivazione della vite e il consumo del vino. Questo mette in crisi un dato che per molto tempo abbiamo dato per scontato, cioè che la vite fosse arrivata in Italia con i Greci

E’ invece vero che dall’incontro tra le popolazioni egee e quelle dell’Italia della prima Età del Ferro, si avviano «quei processi di interazioni culturali alla base della colonizzazione greca: non è soltanto circolazione di manufatti, ma di idee, di rituali complessi in cui le elites aristocratiche costruiscono la propria identità attraverso nuovi codici e linguaggi che si intersecano, arricchendosi sempre di nuovi contenuti.»
Ben prima del celebre ‘Kylix di Dioniso’ di Exekias (dove la vite che spunta e si espande florida dall’albero maestro della nave di una divinità inquieta e generosa, diventa l’emblema stesso della cultura greca nel Mediterraneo, del consumo rituale del vino legato alla socialità, alle relazioni tra individui e soprattutto al rapporto con l’aldilà), la colonia di Pithecusae è già un centro di rielaborazione di forme e contenuti. E’ qui, infatti, che si rielabora quella che sarà la Magna Grecia. E’ qui che, secondo modalità chiaramente diverse da quelle successive, già si celebra il “simposio”, momento importante nella vita sociale dei greci e contesto ideale per consacrare il mito del vino e del suo consumo. Un rito, di natura insieme religiosa e sociale che, come ogni rito che si rispetti, è provvisto di un preciso codice di comportamento. Il simposio è il luogo dell’aristocrazia, della riflessione politico-militare, in cui si rinsaldano i vincoli esistenti e si sanciscono nuove intese, si coltivano legami internazionali di ospitalità tra gruppi aristocratici di città diverse. E’ il luogo dell’enunciazione etica, dell’elaborazione culturale, del confronto intellettuale. Nel tempo, prevarrà la dimensione più dionisiaca, la fascinazione e l’eros etero/omosessuale, il piacere e il divertimento, la derisione scherzosa del gioco o quella violenta della sfida. Come quella raccontata dalla Tomba del Tuffatore di Paestum, dove il vino accompagna la socialità degli uomini, la rappresentazione pubblica e privata e – contestualmente – il salto/tuffo nell’aldilà. 

Aspetti che affronta in nuce, e rielabora, anche la realtà di Pithecusae, pur antecedente di almeno un paio di secoli. Il patrimonio di evidenze archeologiche è formidabile. Gli oggetti del banchetto e del  simposio (crateri, coppe, oinochoe); i signa dell’aristocrazia (si pensi al cratere, esposto al Museo di Villa Arbusto, con raffigurazione di cavalli e ‘piangente’, quindi motivi iconografici legati al lutto e alle modalità di rappresentazione sociale del ceto più nobile); le anfore che portano la prosperità pithecusana vitivinicola (e non solo) dentro e oltre il Mediterraneo (e di cui l’archeologo Jean Christophe Sourisseau ne ha ricostruito la tentacolare mappatura); i corredi funerari che restituiscono rituali e ossessioni del ferale passaggio.
Vino protagonista ovunque. Anche a Mazzola, l’antico centro metallurgico sulle colline di Mezzavia. «La presenza del cratere, il vaso principe del banchetto, in un contesto artigianale – ha osservato l’archeologa Catuogno – consente di affermare che celebrare il simposio era consuetudine in tutti gli strati sociali.

Il ritrovamento di una grattugia, strumento per la preparazione del ciceone, è un dato eccezionale perché elemento legato al consumo rituale del vino.»  O a Punta Chiarito, dove non tanto il louterion (incompiuto, per alcuni la base di un torchio o quanto meno di un pigiatoio), ma le fosse di coltivazione, i vinaccioli, anfore, coppe, cratere e grattugia sono tutti «indizi inequivocabili di un set da banchetto per il consumo del vino durante la celebrazione del simposio.»
E ancora – ovviamente – la magnifica documentazione emersa dalla necropoli di San Montano grazie al lavoro (impagabile, mai sufficientemente ricordato) dell’archeologo Giorgio Buchner. Nella tomba n. 166, accanto alle spoglie di una donna anziana, un corredo proveniente da tutto il Mediterraneo, ma soprattutto una piccola oinochoe acroma. «Buchner rivedeva in questa tomba un accenno al funerale di Patroclo, il guerriero greco ucciso da Ettore e raccontato da Omero in “Iliade”. Alla fine, le ceneri del defunto vengono spente con il vino. Un rituale, dunque. D’altro canto, nella disposizione degli oggetti all’interno della necropoli, l’oinochoe viene sempre posao in un angolo perché non fa parte del corredo bruciato sulla pira, ma è l’attrezzo impiegato proprio per spegnere le ceneri e infine deposto ai piedi del defunto.»

In altre tombe di bambini che non avevano raggiunto il terzo anno di età (quando solitamente prendevano parte a cerimoniali in onore di Dioniso), le piccole falangi risultano quasi infilate nelle coppette. «Il messaggio è chiaro», continua l’archeologa. «Restituire un’identità a questi bambini nonostante la morte prematura». Forse (r)assicurare che avrebbero raggiunto nell’aldilà il traguardo che non avevano raggiunto in vita. Se da altre sepolture emergono modalità di consumo alternative e quelle più diffusa (si pensi al vino speziato), è nell’iscrizione incisa sulla celeberrima Coppa di Nestore o nello spaventoso Cratere del Naufragio che l’immaginario greco del simposio viene esplicitato in nuovi contenuti, assimilati e successivamente rielaborati dai primi coloni al servizio del “vivere alla greca” in un insediamento multietnico come quello pithecusano. Forme ceramiche prodotte per un rituale funerario in cui il vino aveva un ruolo centrale. Per il defunto, ma anche per la comunità a cui apparteneva.
Intanto nuove forze sociali si appropriano dei contenuti degli eroi, l’epopea dei nostoi che tornano in patria dopo esperienze brutali e laceranti in terra e in mare. Si elaborano nuove letture, più ampie da un punto di vista sociale, aprendo alla sfera sessuale, al consumo pubblico del vino, ai tentativi di esorcizzare la morte o di alleviare il dolore dell’anima. Nel melting pot culturale del Mediterraneo i fenici non smettono di giocare il proprio ruolo e – com’è noto – nella società pithecusana la componente fenicia è ancora viva.
Ischia diventa dunque il volano di riti e miti, forme e codici, identità e passaggi culturali. «Quando nel mondo etrusco o nell’entroterra campano vediamo una serie di rappresentazioni di ostentazione, o di ricchezza, stiamo assistendo al fatto che sono stati recepiti i contenuti dell’antica Pithecusae. La tradizione vitivinicola, il consumo del vino, i suoi rituali, sono qualcosa che ci portiamo ancora dentro. In quel bicchiere di vino che beviamo a tavola c’è tutto un mondo di storie, trasformazioni, bisogni e conoscenze che si perpetua nel tempo.»

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