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Sull’isola si mangia la mozzarella dei casalesi

Il traffico di prodotti caseari gestito da un prestanome per conto del figlio di Sandokan ed il loro acquisto veniva imposto anche a Ischia: è quanto è stato appurato nel corso di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta: ecco il modus operandi

La mozzarella di Casal di Principe imposta agli esercizi commerciali delle isole del Golfo. Questo quanto emerso nel corso di un interrogatorio del pentito Attilio Pellegrino rilasciato a maggio del 2014 e agli atti nell’ultima inchiesta sui Casalesi del giugno 2021. In pratica i casalesi imponevano l’acquisto della mozzarella del clan non solo ai ristoratori casertani, ma l’organizzazione criminale casertana aveva «invaso» prima Ischia e poi anche Capri con i propri prodotti caseari acquistati sottocosto e rivenduti a un prezzo maggiorato. Nel corso dell’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, con l’ausilio di personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, che ha curato il monitoraggio in carcere dei colloqui degli affiliati al clan Schiavone, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza impositiva di misure cautelari nei confronti di cinque soggetti, tra i quali Walter Schiavone, figlio del capo storico del clan dei “Casalesi”, Francesco Schiavone detto “Sandokan”, per i reati di associazione di tipo camorristico, detenzione e porto in luogo pubblico di armi da sparo e da guerra, intestazione fittizia di quote societarie, concorrenza illecita ed estorsione, aggravati dalla finalità mafiosa.

Le misure in questione costituiscono lo sbocco di un’attività di indagine che consentiva di acquisire gravi elementi indiziari sull’operatività di un gruppo criminale, facente capo al predetto Schiavone Walter, dedito alla gestione e controllo – con modalità estorsive – della distribuzione di prodotti caseari nei territori della provincia di Caserta, tramite società intestate a prestanome. Lo Schiavone, organizzatore del sodalizio, si avvaleva di fidati collaboratori, quali Antonio Bianco, Armando Diana, Nicola Baldascino e Davide Natale, da tempo vicini alla citata fazione del clan casalese. Bianco e Diana, come lo Schiavone, rispondono anche del reato associativo, in quanto sono stati raggiunti da gravi elementi indiziari, tra cui dichiarazioni collaborative ed esiti di attività d’intercettazione, relativi al loro ruolo stabile e duraturo all’interno del clan, caratterizzato per il Diana anche dalla disponibilità di armi. In particolare, allo stato delle indagini può dirsi raggiunto un convergente quadro indiziario sugli indagati, i quali, agendo tramite le società “Bianco Latte” s.r.l. e “I Freschissimi” s.r.l.s., facenti capo a Schiavone Walter e gestite da fiduciari o prestanome, obbligavano vari titolari di caseifici della penisola sorrentina a rifornire in via esclusiva di prodotti le società dello Schiavone per la successiva distribuzione, impedendo, dunque, alle predette aziende di avere rapporti con altri distributori e garantendosi  una posizione di illecito predominio nella distribuzione dei prodotti caseari nel comprensorio aversano, con il connesso pregiudizio alla libera concorrenza nel settore di mercato in esame. Gli imprenditori sottoposti alle vessazioni del gruppo Schiavone venivano altresì costretti con condotte estorsive a non riscuotere crediti per decine di migliaia di euro, derivanti dalle pregresse forniture, nonché a vendere i propri prodotti a prezzo ribassato. Infine, la commercializzazione avveniva in maniera occulta, eludendo il sistema di tassazione fiscale imposto, cioè senza che i marchi “I Freschissimi” e “Bianco latte” comparissero nella documentazione contabile consegnata ai rivenditori al dettaglio. Le entrate delle suddette attività illecite venivano rendicontate dagli indagati con cadenza settimanale direttamente a Walter Schiavone, nonostante questi fosse sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per altro procedimento.

Nel corso dell’esecuzione della misura, la polizia giudiziaria operante ha provveduto inoltre ad effettuare il sequestro preventivo d’urgenza della società “Latticini e Formaggi”  di Antonio Bianco, impresa tramite la quale l’indagato continuava, ad oggi, a porre in essere l’illecita attività di immissione in commercio di prodotti lattiero-caseari.

Le attività sull’isola di Ischia

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, la commercializzazione della mozzarella sull’isola di Ischia era organizzato da Walterino Schiavone, figlio di Francesco (detto Sandokan), tramite un prestanome, Antonio Bianco detto Mammut che operava per conto del clan e che acquistava la mozzarella di bufala e il fiordilatte in una cooperativa locale. Mozzarella che poi veniva inviata nelle isole di Capri e Ischia ma anche in altre parti d’Italia. «Walter – si legge dal verbale dell’interrogatorio – ha acquisito il monopolio in questo settore grazie alla spendita del nome del padre Sandokan e le posso dire che Antonio “Mammut” è anche dedito al traffico di stupefacenti. Tutte queste circostanze le ho sapute direttamente da Antonio che abita accanto alla casa di mia suocera a Villa di Briano». Nel corso dell’interrogatorio, Pellegrino spiega ancora di aver visto «più volte Walter Schiavone andare a casa di Antonio e posso dire che il Mammut ha un tenore di vita molto alto pur non avendo redditi leciti». Un racconto poi precisato meglio in un secondo interrogatorio nel mese successivo. «Nel 2010, dopo essere uscito dal carcere, mi sono accorto che Antonio si era ingrandito nel senso che aveva dei furgoni e l’attrezzatura per la distribuzione di mozzarelle». Pellegrino, meravigliato della «carriera» di Bianco chiede delucidazioni allo stesso il quale gli ha confermato «che stava lavorando per conto di Walter Schiavone, figlio di Francesco, e che si occupava della distribuzione e dell’imposizione della mozzarella visto che si presentava presso i vari punti vendita del posto e fuori zona a nome del figlio di Sandokan». Walterino, inoltre, acquistava il prodotto dai caseifici a un prezzo molto più basso agevolato dal fatto di essere il figlio del superboss.

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