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Suor Edda si “confessa”: «l’isola mi e’ entrata nel cuore»

80 anni appena compiuti, 25 trascorsi nella sua Casamicciola, di recente il riconoscimento di una civica benemerenza. In un’intervista a cuore aperto la religiosa a Il Golfo racconta il passato, il presente ma anche e soprattutto i progetti futuri

Domenica scorsa ha ricevuto la civica benemerenza dal Comune di Casamicciola, un atto che ha voluto attestare non soltanto i suoi 60 anni di attività religiosa ma anche il quarto di secolo trascorso nella cittadina termale. Di cui è diventato un insostituibile ed apprezzato “fulcro”. E allora le chiedo: 25 anni fa avrebbe mai immaginato un percorso del genere?

«Onestamente no, non lo avrei mai messo in preventivo. Arrivai sull’isola, a Casamicciola, perché dovevamo aggiustare questa struttura (l’attuale orfanatrofio, nel frattempo divenuta scuola paritaria dell’infanzia “Santa Maria della Provvidenza”, ndr). Sembrava una sorta di missione impossibile e allora chiesi alla Madre generale di Qualiano di potermi recare a Ischia per rimettere le cose a posto. Poi, naturalmente, avrei fatto ritorno a casa. Ricordo che in quel periodo ricevetti una comunicazione poco garbata da parte della Regione Campania con la quale si riferiva che le suore non erano adatte a prendersi cura dei bambini e ragazzi minorenni. Successe al termine di un’ispezione e dovemmo mettere a posto una serie di schede. Dopo un paio di mesi di permanenza sull’isola, la suora che si trovava qui fu spostata alle missioni a Manila. La cosa mi dispiacque parecchio, sono sincera, aveva fatto tanto per questa casa. A quel punto chiesi alla madre di poter rimanere io sull’isola per proseguire il mio lavoro, che consisteva anche nel metterci alle spalle la permanenza presso l’Hotel Italia, che era una cornice francamente inadeguata. Così è nato il mio rapporto con Casamicciola, che continua tutt’ora».

Dopo 25 anni, qual è il ricordo più bello e qual è stato magari il momento peggiore?

«Non esiste un momento bello, bello è stato ogni attimo nel quale ho dato tutta me stessa per aiutare il prossimo in ogni modo, prestando soccorso in ogni modo attraverso le mie ragazze. Capire chi e di cosa aveva bisogno non era difficile, bastava guardare la gente quando si recava a messa. E poi il mio rapporto con i bambini, che da subito mi parvero angioletti, e mi hanno sempre dato una spinta incredibile ad adoperarmi per questa struttura».

E invece il momento meno piacevole?

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«Mi creda, nessuno, non ne ricordo davvero nessuno. Sono andata sempre avanti senza mai fermarmi. Forse un momento poco propizio, come già ricordato, è stato quello legato al momento del mio arrivo ma è durato lo spazio di un attimo. Dovevo lavorare per amore dei bambini e della nostra congregazione. Ricordo tutto l’iter col Pio Monte, la mia riconoscenza nei confronti di Luigi Mennella è ancora oggi elevata, lui si recò in Sovrintendenza a sollecitare certe cose che non si riuscivano a fare nella maniera più giusta. Ricordo anche un episodio particolare…».

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Quale?

«Una volta non fui particolarmente educata nei confronti di un Sovrintendente. Ricordo che lui stava leggendo il giornale e non ottenni risposta mentre pronunciai il mio “buongiorno” come saluto. Quando poi mi fu presentato io non ebbi esitazioni nel rimarcare l’episodio accaduto in precedenza e gli dissi: “Ah sì, lei è quello scostumato che non mi rispose”».

Gli isolani, che lei dopo un quarto di secolo conosce a menadito, sono un popolo sufficientemente generoso o insensibile?

«Sono molto generosi, in alcuni casi addirittura ammirevoli. Io stesso ho appreso tanto da loro. Per molto tempo sono rimasta all’interno dell’istituto con i minori ed avevo scarsa contezza e conoscenza del mondo esterno, perché ero impegnata in altre faccende. Ma col tempo ho avuto modo di capire che l’isolano è davvero una persona dotata di profonda generosità e senso dell’altruismo».

Molti di quei bambini che lei ha curato e cresciuto nel frattempo sono diventati uomini. Che effetto le fa rivederli oggi a distanza di anni?

«E’ stata ed è tuttora una continua gioia del cuore, e non è tutto. Molti di loro portano i loro figli a scuola, qualcuno nel frattempo è diventato anche nonno. Questo è un qualcosa di bello e gratificante che è il premio più bello per il mio operato. Ecco, sono fatti e circostanze che davvero mi fanno scoppiare il cuore di gioia anche se mi piace sottolineare che non sono sempre state rose e fiori: ma anche nei momenti più difficili, possiamo rivendicare di aver sempre aperto le porte a tutti e non averle mai chiuso a nessuno. E questo, lasciatemelo dire, è un motivo di orgoglio».

Di recente ha festeggiato un compleanno di quelli che contano, spegnendo 80 candeline. Se le chiedessi cosa vuol fare da grande, cosa mi risponderebbe?

«Difficile dirlo, una cosa è certa: ripercorrerei tutte le tappe che hanno caratterizzato la mia vita da quando avevo quattro anni fino ad oggi. A quattro anni ho portato la coltre del mio fondatore, a tre anni non volevo mai andar via dall’asilo, non volevo tornare a casa e mi nascondevo sotto i letti delle suore».

Sono tante le persone che per un motivo o per l’altro non hanno ricevuto e forse non riceveranno mai il dono della Fede. Ma ci si può donare al prossimo comunque?

«Assolutamente sì, pensate che io ho fatto fare la comunione a diversi bambini ucraini e rumeni, lo stesso dicasi per Battesimo e Cresima. Successe all’epoca in cui era vescovo Filippo Strofaldi, diversi genitori si convertirono al cattolicesimo e oggi vengono a messa».

Stanotte vede cadere una stella, istintivamente che desiderio esprime?

«Quello di vedere brillare la mia congregazione, perché lo merita. Non fosse altro che per il fatto che si dedica soprattutto di assistenza all’infanzia, specie dei bambini in difficoltà, senza dimenticare la giusta attenzione per gli anziani. Sta attraversando un periodo delicato, mi auguro presto tutto possa essere soltanto un ricordo».

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