Condono fermo da 30 anni, il TAR obbliga a decidere
Una pratica edilizia avviata al Comune di Ischia nei primi anni novanta attraversa decenni di passaggi amministrativi. Il procedimento resta incompiuto nonostante pareri e integrazioni. La diffida del proprietario rimane senza risposta con il silenzio che purtroppo rimane una costante. Il tribunale interviene sul silenzio dell’ente locale, fissati così termini perentori e prevista la nomina di un commissario

Ci sono vicende amministrative che, più che procedimenti, assomigliano a lunghi romanzi incompiuti. Capitoli che si susseguono senza una vera conclusione, pagine scritte e poi lasciate in sospeso per anni. La storia approdata davanti al Tribunale Amministrativo Regionale della Campania nasce così, all’inizio degli anni Novanta, quando una domanda di condono edilizio viene depositata al Comune di Ischia. È il 1° marzo 1993 quando il primo proprietario dell’immobile presenta l’istanza. All’epoca, il condono rappresenta una possibilità concreta di regolarizzazione. L’iter dovrebbe seguire il suo corso, arrivare a un sì o a un no. Invece, il tempo passa. La pratica resta viva negli archivi, ma priva di un esito. Negli anni Duemila la proprietà cambia. Nel 2010 l’attuale titolare subentra formalmente nel procedimento e integra la documentazione. È un passaggio cruciale: la domanda non viene abbandonata, anzi viene rilanciata. Pochi mesi dopo arriva un segnale che sembra incoraggiante: la Commissione Locale per il Paesaggio esprime un parere favorevole al mantenimento delle opere.
Anche nel 2012 qualcosa si muove. Il Responsabile dell’Ufficio del Paesaggio elabora una proposta di provvedimento favorevole e trasmette tutto alla Soprintendenza. Le carte arrivano, vengono protocollate. A questo punto, però, il racconto si interrompe di nuovo. Nessuna decisione finale, nessun atto conclusivo, nessuna comunicazione ufficiale. Gli anni scorrono. Cambiano amministrazioni, dirigenti, contesti normativi. La pratica resta sospesa in una sorta di limbo burocratico. Non viene respinta, ma nemmeno accolta. Semplicemente, non viene decisa. Nel maggio del 2025, dopo oltre trent’anni dall’avvio del procedimento, il proprietario sceglie di non attendere oltre. Presenta una diffida formale, chiedendo al Comune di fare ciò che avrebbe dovuto fare da tempo: concludere il procedimento, assumendo una posizione chiara. Anche questa richiesta, però, cade nel vuoto. Passano i trenta giorni previsti dalla legge e non arriva alcuna risposta. È a questo punto che la vicenda amministrativa diventa una vicenda giudiziaria.
Con l’assistenza dell’avvocato Bruno Molinaro, viene presentato ricorso al TAR Campania. Non per ottenere automaticamente il condono, ma per denunciare un silenzio diventato, col passare degli anni, sempre più ingombrante. Un silenzio che, secondo la difesa, viola il diritto del cittadino ad avere una risposta, qualunque essa sia. Il tribunale ricostruisce l’intera sequenza dei fatti, ripercorrendo oltre trent’anni di passaggi, integrazioni e attese. E chiarisce subito un punto fondamentale: il giudice non può sostituirsi all’amministrazione nelle sue valutazioni discrezionali, ma può imporle di esercitare il proprio ruolo. Nella sentenza si legge che il Comune ha l’obbligo di concludere il procedimento «mediante una determinazione espressa, quale che ne sia il segno». Non un sì imposto, non un no anticipato. Ma una decisione, finalmente. Il TAR respinge l’idea che il silenzio della Soprintendenza possa automaticamente produrre effetti favorevoli e ribadisce che la responsabilità finale resta in capo al Comune. Proprio per questo, nel dispositivo, l’ordine è netto: l’amministrazione dovrà pronunciarsi entro sessanta giorni dalla comunicazione della sentenza. Per evitare che anche questo termine resti lettera morta, il tribunale compie un passo ulteriore. Viene infatti nominato fin d’ora un commissario ad acta, pronto a intervenire se il Comune dovesse restare ancora inattivo. Una misura che racconta la lunga pazienza già concessa e la volontà di chiudere definitivamente la fase dell’attesa. La sentenza definisce anche le conseguenze economiche della vicenda: il Comune di Ischia viene condannato al pagamento delle spese di giudizio, con restituzione del contributo unificato. Non è una decisione che risolve il destino urbanistico dell’immobile. È, però, una sentenza che mette fine a un tempo sospeso, a una pratica rimasta troppo a lungo senza voce. Dopo decenni di rinvii silenziosi, la storia è arrivata a un punto in cui non è più possibile non scegliere.







si vede che il silenzio comunaloe serve ancora come arma di ricatto