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Tassa di soggiorno, tutte le “paure” del possibile aumento

Il raddoppio d’imposta, finora limitato ai capoluoghi di provincia, potrebbe avere un impatto significativo sulle località che spesso puntano sul low cost, ma si attende la conclusione della manovra fiscale per un giudizio complessivo

La paventata possibilità di un aumento, anzi di un raddoppio, del tetto massimo dell’imposta di soggiorno per alcune località, prevista in Commissione finanze alla Camera, ha fatto discutere il mondo imprenditoriale turistico nello scorso fine-settimana. Se l’eventuale norma sarà approvata nel testo visto in commissione, l’aumento da cinque a dieci euro del limite massimo dell’importo dovrebbe essere applicato soltanto ai “capoluoghi di provincia”, e comunque solo a quelli che registrano un flusso di visitatori almeno venti volte superiore il numero dei residenti; dunque non alle località turistiche come Ischia. E se a livello nazionale Federalberghi tuona contro la misura, a livello locale c’è chi teme già l’estensione della misura, contestando le finalità della stessa e soprattutto la sua natura, in quanto la tassa di soggiorno viene vista da molti albergatori come un modo per tamponare le falle delle casse sempre più esauste dei comuni, non per investire nel potenziamento dell’offerta turistica stessa.

Tuttavia, da ambienti politici e amministrativi si attende di poter dare una valutazione complessiva all’intera manovra fiscale del Governo, prima di pensare agli eventuali scenari che un’estensione della manovra agli altri Comuni comporterebbe per l’economia degli enti. In sostanza, le amministrazioni locali dovranno valutare dapprima se saranno varati eventuali “tagli” ai trasferimenti loro destinati, e in seconda battuta, capire a chi sarebbe destinato il gettito garantito da questo raddoppio di imposta. Nei fatti spesso si verifica che il gettito dell’imposta venga utilizzato dai Comuni per compensare il mancato versamento di imposte da parte delle stesse strutture ricettive, che non pagando la Tasi e altre imposte, creano un “buco” alle casse comunali. Ecco perché si attende di poter valutare la manovra nella sua interezza, prima di dare giudizi affrettati.

Finora, l’imposta di soggiorno non aveva avuto un impatto tale da influire in maniera significativa sui flussi turistici, ma un eventuale raddoppio del tetto massimo potrebbe comunque influire sulla scelta della meta da parte dei visitatori, in particolare dei nuclei familiari, per i quali la differenza tra località dove la tassa di soggiorno verrebbe applicata e le altre, avrebbe allora un certo peso nella decisione.

In particolare, una realtà come Ischia che nel bene e nel mare ha spesso sposato negli ultimi anni la contestata politica del low cost, potrebbe soffrire ancora più pesantemente tale incremento d’imposta, al punto che in qualche caso-limite potrebbe verificarsi il paradosso secondo cui il “peso” della tassa andrebbe quasi a parificare il costo del soggiorno, con prevedibili conseguenze, per i flussi e per le piccole strutture sul medio periodo.

Per quanto riguarda l’anno scorso, la tassa ha portato nelle casse dei Comuni isolani poco più di 5 milioni di euro. La norma finora in vigore specifica la tassa di soggiorno deve servire “a finanziare interventi in materia di turismo, manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali e dei relativi servizi pubblici locali”. Per gli Enti locali, però, l’imposta rappresenta anche una boccata d’ossigeno. La maggior parte dei fondi viene investita in eventi turistici e promozionali. Ma c’è spazio anche per la vivibilità, arredo urbano, viabilità e tanto ancora. In sostanza la tassa di soggiorno, nei Comuni dell’isola così come in tanti altri, finisce nel calderone del bilancio. Una parte, infatti, viene destinata a coprire i crediti di dubbia esigibilità, dunque a salvaguardia degli equilibri di bilancio. In pratica, come accennato, serve a coprire i ‘buchi’ di bilancio, non sempre ascrivibili a errori di gestione.

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