Le terme low cost e l’ombra del SSN: turismo o leva pubblica?
Alcuni hotel termali di Ischia propongono tariffe sorprendentemente basse legandole all’attivazione delle cure convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale. Però…

Sull’isola di Ischia il dibattito non si ferma. Nell’articolo che pubblichiamo sulle pagine de Il Golfo sulle prescrizioni mediche richieste come condizione per accedere a offerte scontate, si affianca un ulteriore dubbio: quello delle tariffe “shock” praticate da alcuni hotel con reparto termale interno convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale.
Pacchetti settimanali a cifre sorprendentemente basse, in pensione co0mpleta, bevande incluse, viaggio incluso e soft bar, vengono pubblicizzati come occasioni irripetibili. Ma dietro quei prezzi si nasconde spesso un presupposto preciso: l’attivazione della convenzione sanitaria. La presenza dell’impegnativa SSN, in questi casi, non appare più solo come requisito clinico per accedere alle cure, bensì come elemento strutturale dell’equilibrio economico dell’offerta.
Il punto non è la legittimità delle cure termali convenzionate, che rappresentano uno strumento storico di sostegno al termalismo e un diritto per i cittadini, bensì l’utilizzo commerciale che può derivarne. Quando il prezzo del soggiorno diventa sostenibile solo grazie al rimborso pubblico legato al ciclo di fangoterapia o balneoterapia, il confine tra promozione turistica e leva finanziaria indiretta si assottiglia pericolosamente.
Alcuni operatori del settore, da noi contattati, parlano apertamente di concorrenza distorsiva. Le strutture che applicano rigidamente le regole, erogando effettivamente le cure, rispettando i protocolli sanitari e mantenendo tariffe coerenti con i costi reali, si trovano a competere con offerte che, senza l’apporto della convenzione, sarebbero economicamente insostenibili. Il risultato è una corsa al ribasso che rischia di comprimere i margini fino a livelli incompatibili con standard qualitativi adeguati.
Il nodo, però, non è soltanto competitivo. Se la convenzione con il SSN diventa il perno attorno a cui costruire un prezzo turistico particolarmente aggressivo, si apre un interrogativo più ampio sulla correttezza del meccanismo. Le risorse pubbliche destinate alla salute possono essere indirettamente trasformate in strumento di marketing alberghiero? E soprattutto: il sistema di controlli è sufficiente a garantire che ogni impegnativa corrisponda a una prestazione realmente effettuata?
Il termalismo è parte integrante dell’identità economica dell’isola, e la sua credibilità si fonda sulla qualità delle cure e sulla trasparenza delle pratiche. Tariffe eccessivamente basse, legate in modo strutturale all’attivazione della convenzione sanitaria, rischiano di alterare il mercato e di creare un doppio danno: potenziale per le finanze pubbliche e concreto per gli imprenditori che operano nel rispetto delle regole.
In gioco non c’è soltanto la dinamica dei prezzi, ma la reputazione complessiva del comparto. Se il soggiorno termale viene percepito come un artificio contabile più che come un percorso terapeutico, l’immagine dell’isola perde autorevolezza. E quando la fiducia dei visitatori si incrina, il danno supera di gran lunga il vantaggio di una stagione riempita a colpi di sconti.
La questione, dunque, non riguarda semplicemente offerte aggressive o strategie commerciali discutibili. Riguarda la tenuta di un sistema che intreccia sanità pubblica e turismo. E impone una riflessione chiara: il sostegno pubblico al termalismo deve restare uno strumento di tutela della salute e di sviluppo equilibrato del territorio, non trasformarsi in un fattore che altera la concorrenza e mette in difficoltà chi lavora correttamente.




