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Trump Presidente: Anna Agostino, da 20 anni negli Usa, racconta l’Election Day

Gianluca Castagna | Ischia – Ormai ci siamo quasi. Dopo 20 anni negli Stati Uniti, un lustro in Virginia, gli altri nello stato di New York, l’ischitana Anna Agostino conta di afferrare presto “her own private american dream”: la cittadinanza americana. Trasferitasi negli anni ’90 per studiare cinema, Anna si laurea alla Virgina Commonwealth University. Oggi vive a New York, inespugnabile roccaforte democratica che affronta con un certo sgomento la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa. Tra lezioni di yoga, esperienze di recitazione al Living Theatre e un futuro professionale da consolidare nella produzione televisiva e cinematografica indipendente, Anna ha accettato di commentare per Il Golfo quel successo inatteso di Trump che sembra sparigliare le carte non solo della politica interna statunitense, ma di tutto il gioco sullo scacchiere internazionale. Che tessuto sociale è quello che ha portato Trump alla vittoria? Perché le speranze di una vincitrice annunciata come Hillary Clinton, che pure lo ha superato nel voto popolare, si sono trasformate in cocente disfatta? Ecco cosa ci ha raccontato un’isolana che l’Election Day l’ha vissuto da vicino. Molto da vicino.
Foto principaleCome hai vissuto l’Election Day che ha portato Donald Trump a diventare il 45° Presidente degli stati Uniti d’America?
«Malissimo. Ero a casa con amici a New York e siamo rimasti svegli fino alle due di notte per attendere i risultati definitivi della California e degli Stati occidentali. Il risultato ci è parso davvero sorprendente, man mano che arrivavano i risultati ne parlavamo con grande partecipazione. Tra gli amici, anche due italiani che hanno lavorato per molti anni alle Nazioni Unite, nei paesi che spesso hanno subìto le angherie degli Usa».
Ti aspettavi una vittoria di Trump?
«No, ovviamente, mi ha sorpreso molto. Poi però ho pensato che qui negli Usa la gente non è contenta, vive uno stato di insoddisfazione molto profondo. Il voto rispecchia quello che sono gli Usa adesso: un paese in grande difficoltà, con un forte malessere generale. Non credo che nel voto a Trump abbiano contato la misoginia o il razzismo. Gli americani vivono una condizione sempre più difficile, lontani dal sogno americano e quindi hanno votato di conseguenza».
Per un candidato che promette di smantellare la riforma sanitaria, abolire le misure per la lotta ai cambiamenti climatici, rivedere i trattati di libero scambio con i paesi del Pacifico, potenziare il secondo emendamento sul possesso delle armi. Il sogno americano passa da qui? «Donald Trump è entrato nel cuore degli americani con una promessa di cambiamento. E’ questo il nodo centrale. La frustrazione generale è stata più forte di ogni considerazione sugli aspetti più controversi del suo programma. Il modello attuale delle corporazioni non funziona più: c’è sempre più sofferenza. Si lavora tanto, quando il lavoro c’è, per guadagni irrisori. La gente fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Trump è un fenomeno, un buffone che nemmeno si aspettava di vincere, un miliardario annoiato che ha fatto un po’ tutto nella vita e si è messo in gioco quasi per spirito di avventura. Un po’ quello che è accaduto in Italia con Berlusconi. E’ entrato nel cuore degli americani con una promessa di cambiamento. Gli è riuscito quello che Hillary Clinton non è stata in grado di fare: costruire un rapporto autentico con l’elettorato americano».
Qual è stato l’errore più grave che hanno compiuto i Democratici?
«Sottovalutare Trump. Dare per scontata la vittoria di Hillary. Non mi sembra giusto votarla solo perché donna. Aiutare un candidato debole, come hanno fatto anche il New York Times e il Washington Post, non serve a nulla. Non sa parlare, non ha il dono della parola che aveva suo marito Bill. Certo, ha molta più esperienza di Trump, ma non le è servita di fronte a un candidato che è riuscito a toccare il cuore degli americani e che alla fine hanno votato per lui».
Questo malgrado i sondaggi dessero per vincente la Clinton.
«A me i numeri non sempre tornano. Questi delle poll li immagino manipolati anche loro per influenzare le masse, ma stavolta non ci sono riusciti. L’ insoddisfazione degli americani era così forte che non si sono fidati, giustamente, di una candidata che va dove soffia il vento solo per i suoi interessi personali».
Bocciata su tutta la linea?
«Personalmente non mi è mai piaciuta, un’opportunista che si muove dove le fa più comodo e dove può guadagnare consensi. Nei mesi passati c’è stato uno scandalo enorme per l’inquinamento che alcune corporation stanno arrecando nei territori del South e North Dakota. Lei non si è mai schierata, non è mai andata lì, eppure è un tema sensibile per la generazione dei Millenials, i giovani che sono nati tra i primi anni ’80 e i primi anni 2000. Che infatti la detestano e non sono andati a votarla anche quando democratici».
Foto terzaAvrebbero preferito Bernie Sanders.
«Ha avuto tutti contro, come se sin dall’inizio si fosse deciso a tavolino che il candidato democratico dovesse essere solo Hillary Clinton. Sanders è stato fortemente boicottato dai media. Non ne scrivevano mai, i suoi consensi, sempre più crescenti, venivano ignorati. I media americani si sono comportati malissimo durante le primarie. Sanders è un’occasione persa: parlava degli stessi argomenti di cui parlava Trump, si rivolgeva alla stessa gente. Prospettava un cambiamento radicale anche se in un’altra direzione. E’ vero che alla fine ha mollato e si è schierato con la Clinton, forse pensava di riuscire a fare qualcosa di buono nel partito, fatto sta che molti sostenitori di Sanders non hanno votato la Clinton. Anzi, non sono proprio andati a votare».
Cosa ti aspetti da Donald Trump? Manterrà davvero quel che ha promesso?
«Certo che qualcosa cambierà. Ma non la farei così tragica. La vittoria ha preso in contropiede anche lui, non credo proprio che continuerà con queste prese di posizione così estreme. Mi pare che già adesso i suoi toni incendiari siano cambiati».
E questo muro sui confini per frenare l’immigrazione?
«Secondo me il muro lo faranno i messicani per non far entrare gli americani, hahaha. Oppure lo faranno i canadesi, visto che a poche ore dall’elezione di Donald Trump, l’ufficio immigrazione del Canada è andato in tilt per troppi accessi».
Insomma, c’è modo per sorridere anche nella disfatta.
«Bisogna sempre cogliere le opportunità che una situazione difficile ci offre. Con la Clinton le cose non sarebbero mai cambiate, perché lei difende da sempre lo status quo. La vittoria di Trump, per quanto negativa, è un’opportunità che abbiamo per cambiare le cose. Per svegliare le coscienze. Forse chi non ha votato, lo farà la prossima volta. E chi non ha parlato, parlerà».

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