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CRONACA

Tutte le problematiche del Piano Urbanistico Comunale di Procida

Un’attenta analisi di un noto professionista evidenzia nel dettaglio le criticità del nuovo strumento presentato agli enti istituzionali lo scorso 9 ottobre: ecco nello specifico cosa finisce nel mirino

Di Vincenzo Muro*

Sabato 9 ottobre è stato ufficialmente presentato agli Enti Istituzionali (Regione, Soprintendenza, ecc.) il nuovo PUC (Piano Urbanistico comunale che sostituisce il Piano Regolatore del 1984). L’assessore regionale presente, il prof. Bruno Discepolo, architetto e urbanista, ha messo in evidenza come l’orientamento e le direttive della pianificazione regionale siano indirizzati non più verso una individuazione di aree edificabili da utilizzare per le varie destinazioni pubbliche e private ma verso un ridotto o addirittura nullo consumo del suolo; ciò comporta che gli orientamenti regionali (ma tali sono anche quelli nazionali) indicano di soddisfare le esigenze di pianificazione attraverso la “rigenerazione” dell’esistente .

In altre parole, in base a questa filosofia di pensiero, occorrerebbe recuperare sia le infrastrutture a destinazione e uso pubblico o di pubblico interesse (insediamenti sportivi, parcheggi, strutture comunale in genere, alberghi e pensioni ecc.), sia le infrastrutture di tipo produttivo, commerciale e artigianale (negozi, officine artigiane, rimessaggi, ecc. ma anche locali di produzione o trasformazione di prodotti di tipo agricolo) e sia eventuali esigenze di edilizia privata, unicamente attraverso la “ristrutturazione” delle volumetrie esistenti. L’assessore regionale ha parlato quindi della possibilità di recupero di interi quartieri abbandonati e addirittura di comuni spopolati in terraferma che andrebbero rigenerati, così pure dei capannoni di fabbriche dismesse di cui è piena la periferia delle città campane e che si potrebbero ristrutturare per moderne esigenze di vario genere.

Il PUC presentato per Procida vorrebbe sposare questo orientamento culturale e politico, e infatti non prevede alcuna nuova area per infrastrutture rispetto alle scarsissime esistenti, non prevede possibilità di nuovi impianti sportivi e addirittura ingloba qualche campetto di tennis privato, rimanda la questione ricettività ad una riqualificazione dei campeggi presenti sul territorio, (dimenticandosi peraltro dei pochi alberghetti storici esistenti) e rimandando la possibilità di una ricettività strutturale unicamente ad una futura, ipotetica, sicuramente lontana e probabilmente inattendibile riconversione dell’ex carcere di Terra Murata.

Per l’edilizia privata prevede unicamente una generica rigenerazione del costruito degli ultimi decenni precisando comunque che non sarà possibile alcun incremento né volumetrico né di superficie, quindi non prevedendo la possibilità nemmeno di applicazione di leggi nazionali e regionali che incentivano la riqualificazione degli edifici esistenti a scopi abitativi come il cd. ”Piano casa”.

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In definitiva, il Piano presentato appare quindi come un “insieme vuoto” che andrebbe però riempito, per quanto possibile, in funzione della filosofia manifestata dall’assessore regionale ma anche delle esigenze della comunità isolana.

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Conciliare le due cose non appare affatto semplice. Peraltro l’Italia è un paese nel quale spesso si passa da un eccesso a quello opposto, e così è stato anche sia per l’edilizia che per la pianificazione territoriale. Dopo il lassismo e le incapacità delle pubbliche amministrazioni, locali e sovraordinate, che negli ultimi decenni non sono state capaci di interpretare le esigenze di sviluppo e quelle abitative dei cittadini con una adeguata pianificazione, consentendo e forse stimolando addirittura l’abusivismo degli anni 70-90 che ha devastato il territorio, si passa al concetto del “consumo nullo di suolo” senza che ci sia stato un percorso di mediazione che tenesse nel dovuto conto moderne esigenze di sviluppo delle comunità e dei territori.

Non è del tutto chiaro il rapporto tra il PTP ed il nuovo PUC, e cioè se quest’ultimo debba inserirsi nel vecchio piano paesistico e rispettarlo pedissequamente alla lettera o se invece lo si debba comunque rispettare, ma in grandi linee, con la possibilità di costituirne un sostanziale aggiornamento che troverebbe poi un riscontro positivo in fase di approvazione regionale del PUC.

Nel primo caso, essendo il PTP di Procida stato pensato intorno al 1960 (e redatto in base alla legge 1497 del 1939, rientrando peraltro tra i primi 10 piani paesistici italiani, quando la filosofia in materia paesaggistica era diversa da quella attuale), quindi ben 60 anni fa, ci troveremmo a dover fare i conti, ancora per alcuni decenni e quindi sostanzialmente per un intero secolo, con la stessa concezione di pianificazione e con lo stesso piano.

Nel secondo caso la situazione non sarebbe sostanzialmente diversa, perché un aggiornamento del PTP non troverebbe spazio e possibilità di approvazione se snaturasse il vecchio piano; un sostanziale aggiornamento del PTP potrebbe però consentire la realizzazione di alcune infrastrutture di pubblico interesse o produttive e rispetterebbe inoltre anche le antiche previsioni dei redattori del Piano Paesistico, i quali, nella relazione di accompagnamento del piano al ministero di allora, ipotizzavano non un piano statico e immutabile per un secolo, bensì la possibilità di revisioni periodiche (prevedendo, per es. possibilità di futuri insediamenti di tipo turistico, tra l’altro lungo le coste o a Solchiaro).

L’assessore Discepolo ha parlato di un disegno di legge regionale, che a suo avviso potrebbe essere approvato dalla Regione addirittura entro la fine dell’anno in corso, secondo la quale il nuovo PUC dovrebbe di fatto assorbire il PTP; è lecito essere scettici, nel caso di Procida, circa gli effettivi risultati di una simile eventualità.

Comunque stiano le cose, il PUC presentato è molto più restrittivo del vigente PTP, non prevede alcunchè per lo sviluppo e la riorganizzazione del territorio e manca completamente dei contenuti tipici previsti dalla legge per la pianificazione e che andrebbero inseriti necessariamente prima della sua approvazione.

Quali i contenuti?

Sono tre le funzioni e i doveri previsti dalla Legge che un’amministrazione comunale eletta deve assolvere e cioè:

1) rappresentare la comunità, 2) amministrare la comunità, 3) promuovere lo sviluppo della comunità. Il PUC rappresenta quasi interamente il terzo compito e anche una parte del secondo e quindi è il punto qualificante, politico e amministrativo, che una amministrazione deve redigere per lo sviluppo di un comune per i decenni a venire.

Per quanto riguarda le infrastrutture di interesse pubblico, come sale convegno, pubblici incontri, biblioteca, attività sportive al coperto ecc., si potrebbero davvero prendere in considerazione alcune delle volumetrie dei capannoni dell’ex carcere, riattarli e utilizzarli prima che il degrado li faccia crollare. Anche le aree a verde e quelle per il gioco dei bambini potrebbero essere ricavate nella tenuta dell’ex carcere, anche nell’attesa di legalizzare quelle abusive e senza collaudo della panoramica

L’eventuale realizzazione di altri parcheggi pubblici va inserita in un piano complessivo di mobilità dell’isola che tenda a valorizzare e a diversificare la mobilità pubblica rendendo superfluo e non conveniente, per quanto possibile, l’uso del privato e favorendo assolutamente anche la possibilità di percorrenza pedonale, essendo già l’isola invivibile sotto questo aspetto.

Se si vuole favorire il turismo occorrono strutture per l’accoglienza e la ricettività e chiaramente anche per l’intrattenimento ricreativo, culturale, di riposo e paesaggistico. Non si può delegare la ricettività semplicemente all’utilizzo dei campeggi (sic!) ma occorre quindi favorire, pur in un quadro di rigenerazione edilizia, sia la riqualificazione degli alberghetti storici, dimenticata dal PUC, e sia la possibilità di una ristrutturazione mirata di edifici esistenti, anche in zona storica quando le condizioni lo permettano, sulla falsariga degli interventi previsti in merito dall’art. 12 del vecchio PRG.

Non so quanti hanno mai fatto attenzione al fatto che le case costruite nei secoli scorsi hanno le volte estradossate esternamente non tutte alla stessa altezza, segno evidente di ampliamenti ricorrenti realizzati in epoche successive; praticamente, man mano che le esigenze delle famiglie o il numero dei figli aumentava, compatibilmente con la disponibilità economica, si chiamava il mastro muratore che provvedeva ad aggiungere una stanza. Se fosse stato applicato, con le dovute differenziazioni moderne, un criterio analogo anche in epoche successive, avremmo avuto una minore devastazione del territorio con un minore consumo del suolo. Non è concepibile puntare sulla rigenerazione e riqualificazione del costruito recente senza applicare degli incentivi sulla falsariga della recente legislazione del cd “piano casa”. Tutti siamo d’accordo che il tempo dei villini col giardino intorno è finito e non ritornerà, ma la rigenerazione, per essere efficace e stimolante, non può escludere completamente, almeno in certe zone, piccoli e limitati ampliamenti di razionalizzazione, adeguamento igienico e simili, magari in sopraelevazione per le abitazioni ad un solo piano o anche con un razionale recupero qualificato nell’area di sedime. Senza voler entrare nelle statistiche relative al numero di vani esistenti ed al loro rapporto con gli abitanti, occorre anche valutare adeguatamente i vani appartenenti a seconde case di non residenti o a quelli utilizzati a scopo turistico-casalingo come B&B che sarebbe opportuno tenere nel debito conto, per poter valutare adeguatamente le esigenze abitative degli anni futuri.

In questo piano ora presentato, sono del tutto scomparse le 6 zone destinate all’edilizia agevolata o convenzionata che erano previste dal PRG del 1984, senza che sia stato possibile realizzarne alcuna. Questo è sicuramente uno schiaffo violento alla buona fede di quei cittadini che allora (oltre 40 anni fa) si erano riuniti in cooperativa e avevano acquistato qualcuna delle aree previste e che, già delusi dai mancati sviluppi, adesso perderanno chiaramente qualsiasi fiducia nella credibilità delle pubbliche istituzioni, comunali per prima cosa. Sarebbe inoltre improvvido e sconsiderato, sapendo che un tale piano durerà sicuramente per alcuni decenni, non individuare e/o conservare qualcuna di queste aree come futura riserva residenziale.

Non prevedere niente per le aree agricole, (per la cui reale riqualificazione sarebbe comunque opportuno acquisire anche pareri di esperti capaci di intravvedere le reali possibilità di recupero e di sviluppo), significa continuare a condannarle all’abbandono, senza possibilità di recupero per quelle già dismesse. Devono essere necessariamente previsti limitati interventi per la creazione di infrastrutture seppur con limitato impatto e rapportate alla reale capacità produttiva dei suoli e delle iniziative agricole.

Ci sarebbe molto altro da dire anche nei confronti delle possibilità non previste per interventi lungo le coste, di balneazione o della possibilità di recupero di insediamenti artigianali forniti di condono, che comunque occorrerebbe affrontare in questa fase di confronto e di osservazioni al PUC.

Quanto sopra vuole rappresentare considerazioni in libertà e spunti di riflessione su possibilità che non traspaiono dalla relazione del Puc presentato e che, pertanto, fanno nascere il convincimento che il PUC non contenga né indirizzi, né obiettivi; cioè, in altre parole, dal piano non scaturisce alcuna proposta relativa a cosa si voglia fare di Procida per i prossimi decenni e quale possa essere il suo futuro.

A parere del sottoscritto l’Amministrazione comunale dovrebbe essere coraggiosa ed ambiziosa nel cercare di generare e prospettare un Piano che, nel rispetto e anzi nella riqualificazione del territorio, ottenga e concili ipotesi di sostenibilità e sviluppo e, conseguentemente, fare i dovuti passi per avere, anche a livello istituzionale, i maggiori consensi politicamente possibili.

*Ingegnere libero professionista

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