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Un anno senza Misia, strappata alla vita dall’anoressia

DI Isabella Puca

Ischia – È stato con una messa, celebrata ieri nella chiesa di San Pietro a Ischia, che in tantissimi hanno ricordato Artemisia Massa, nel giorno dell’anniversario della sua salita al cielo. La bacheca del suo profilo Facebook ha accolto tanti  messaggi di tutti quelli che l’hanno incontrata sul proprio cammino, di tutti quelli che in tutto questo tempo, non l’hanno mai dimenticata. «Un anno senza te…sarai per sempre nei nostri cuori e nei nostri passi!», scrive Daniela, «non te ne sei mai andata Artemisia Massa, sei sempre qui con noi. La tua voce è un’eco in espansione che sta facendo il giro del mondo. Ci consoliamo nella consapevolezza che questo è solo un ciao, perchè un giorno ci rivedremo», le scrive invece Gilda; tante le foto, da sola o in compagnia, la ritraggono in un periodo felice, quando la malattia, l’anoressia, non si era ancora impossessata di lei. Lungo tutto questo anno Artemisia ha continuato a vivere, grazie ai ricordi di tanti, ma soprattutto grazie a papà Paolo e mamma Anna che hanno continuato a combattere per lei e per tutti quelli che, e sono purtroppo tanti sulla nostra isola, combattono con un disturbo del problema alimentare come quello dell’anoressia. Qualche mese dopo la morte di Artemisia è nata l’Associazione Artemisia una voce per l’anoressia con lo scopo di aiutare disinteressatamente chiunque stia vivendo con una persona cara il dramma dell’anoressia, facilitando un percorso la famiglia di Artemisia ha già affrontato uscendone, purtroppo, perdente. «L’anoressia ti trasforma. Misia è arrivata a pesare 29 kg per 1 metro e 70 di altezza e negli ospedali la dimettevano il giorno stesso in cui la ricoveravo». Fu questo l’inizio del tragico racconto fattoci qualche mese fa da Paolo Massa che raccontò al Golfo tutta la via crucis vissuta in diversi ospedali d’Italia per convincerli ad accettare Misia, troppo magra per iniziare una cura specifica. «Alcuni centri mi rispondevano che Misia per entrarvi doveva aumentare di 3, 4 kg, ma se non c’era la sua volontà, essendo maggiorenne, non poteva essere ricoverata. La verità è che non esiste una terapia e che la sanità in Italia vive una situazione disperata».  Misia in 6 mesi divenne abbastanza grave; è sempre stata magra ma usava il controllo sul cibo per dimostrare che era forte. I disturbi alimentari colpiscono soprattutto la fascia d’età che va dai 13 ai 17 anni, un periodo delicato che rende la malattia ben più grave e che aumenta il tasso di mortalità. Chiunque ha conosciuto Artemisia si ricorda di una ragazza solare, che amava ballare, ricca d’interessi e con un sorriso e una dolcezza che non l’ha mai abbandonata. È a 16 anni e mezzo che Misia iniziò ad avere degli attacchi di panico a scuola, poi iniziò a perdere qualche kg, ma gli abiti larghi non aiutavano a notarlo. «Dopo Natale iniziammo a vedere strani atteggiamenti, si isolava, volle andare a vivere da sola e voleva smettere di lavorare alla Body ballet Center. Ci dimostrò che aveva ripreso peso e si fece promettere che non l’avremmo controllata più. Era una tattica. Misia iniziò a isolarsi sempre di più, camminava tutta la giornata, era insofferente. Iniziò a dimagrire paurosamente e quando entrammo a casa sua scoprimmo che non c’erano rifiuti. Misia non mangiava nulla. Pur di non curarsi scappò da mia sorella. Ci dicevano di fare un trattamento sanitario obbligatorio ma per l’anoressico è impossibile farlo e non riuscivamo a convincerla. Dovevamo aspettare che si sentisse male e che andasse in Ospedale con i suoi piedi. Fu un inizio di pancreatite a portarla al Gemelli di Roma, fu un anno prima di morire che Misia era già morta». Da qui la via crucis della famiglia Massa si fa sempre più dura in attesa di un malore per Misia così da poterla ricoverare; solo in primavera Paolo riuscì ad ottenere l’incarico di amministratore di sostegno, una figura istituita per chi non è capace di intendere e di volere e un centro di Varese in Lombardia aveva accettato Misia nonostante i suoi 31kg. «Nel frattempo che si liberava il posto si sciolse il TSO. Scoprimmo  che Misia, di notte, metteva le felpe e lo zaino e, come spegnevano le luci, si metteva a correre per i corridoi. In 5, 6 giorni scese 29 kg. Quando arrivammo con un’autoambulanza privata a Varese il dottore non la volle più. Ci disse che correva il rischio di morire in 5 giorni. Decidemmo di tornare a Napoli, almeno avrebbe esalato l’ultimo respiro a casa sua». Se ci fosse stata una legge, Paolo avrebbe potuto decidere per la vita di Artemisia già da prima che la morte l’aspettasse dietro l’angolo. Durante il travagliato ritorno verso casa, a Pozzuoli, Misia già non collaborava più fu lì che il suo cuore non resse più».

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