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Un giorno all’improvviso, applausi al Poli per Cocciardo e Stizzo

“Trascorsi giorni interi senza dire una parola”, una frase tanti significati differenti, tanti pensieri nella mente di chi incessantemente pensa ad una persona prima troppo lontana ed ora così vicina, forse troppo vicina. Due persone innamorate, ma lontane per molto tempo, e improvvisamente vicine, in un luogo di cui non si conosce la vera identità. Un uomo e una donna, lui filosofico e poetico e al tempo stesso ironico, lei sarcastica al punto giusto, poco incline al filosofeggiare, schietta. Uno spettacolo dai caratteri filosofici, scritto ed interpretato da Eduardo Cocciardo e Francesca Stizzo, andato in scena al Polifunzionale, domenica 12 novembre. Numerosi sono i rimandi al mondo greco, battibecchi improvvisi ma sempre moderati e a tempo con il normale fluire della scena, riferimenti all’amore che lascia spesso senza parole, a quell’amore che andrebbe vissuto e che non smette mai, nemmeno quando ci si allontana. Due persone che si ritrovano grazie ad un social network, dopo aver parlato a lungo; persone diverse, personalità controverse e a tratti molto tenaci.

La scena è priva di dettagli, come se il regista del testo volesse che l’attenzione degli spettatori si concentrasse esclusivamente sui dialoghi tra i due protagonisti. Nulla distoglie l’attenzione dal susseguirsi della narrazione, i due attori, perfettamente calati nel ruolo, padroneggiano la scena, occupando tutti gli spazi del palcoscenico, in una sinuosa dinamicità che permette di mantenere viva l’attenzione. Luca e Sara, un uomo e donna, non semplicemente intesi come maschio e femmina ma come realtà contemporanea di una coppia che si confronta in uno scontro perenne, “confinati” in un luogo di cui non si sa praticamente nulla, dopo ventisei anni trascorsi lontani, per poi tornare di nuovo al punto di partenza.

Un giorno all’improvviso mette in luce la dialettica contraddittoria tra uomo e donna, perennemente in antitesi, come una metonimia moderna, che aspetta solo di essere vissuta fino in fondo. Un testo accorto, quello di Cocciardo, dimostrazione del mondo contemporaneo, di quanto si fatichi ad essere all’altezza dei sentimenti che ogni giorno si vivono, e si accumulano, ciò che caratterizza la normale natura di ogni essere umano.  Tutto si concilia per poi tornare in modo perpetuo al punto di partenza. Gli interrogativi vengono sciolti, ma semplicemente per essere sostituiti con altre domande. Ci si interroga, ci si chiede incessantemente la natura di alcuni sentimenti, per poi essere nuovamente e ancora coinvolti in quel turbinìo di sensazioni.

Sara, l’attrice in scena, è a piedi nudi, probabile metafora di un animo che si spoglia della propria esteriorità, per caricarsi di nuovi input e nuove consapevolezze. Sulla scena è presente una sedia, dove a turno, di tanto in tanto, i due protagonisti si seggono. Cos’è una sedia, se non un oggetto per accomodarsi? Ed ecco infatti che, quell’accomodarsi diventa segnale di apertura, indica uno spiraglio che l’uomo e la donna, aprono, forse inconsapevolmente, l’uno nei confronti dell’altro. Luca accetta Sara, e Sara accetta Luca. “Non aveva importanza né come né il luogo”, frase del testo della canzone che conclude lo spettacolo; mai affermazione fu più veritiera, dato che il luogo in cui i due attori si incontrano, non è definito, e può variare a seconda della propria immaginazione. I luoghi sono semplicemente delle convenzioni, che l’uomo utilizza per contornare le proprie azioni. Questo spettacolo, sottolinea giustamente, quanto, in certe occasioni, i luoghi non abbiano assolutamente importanza, e quanto soprattutto, sia fondamentale delimitare il ruolo, spesso in antitesi completa, tra uomo e donna.

Gerardina Di Massa

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