Un sacerdote che ha servito la Chiesa con fedeltà e obbedienza

DI LELLO MONTUORI
Apprendo, non senza commozione, della nascita al cielo, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di Santa Teresa Benedetta della Croce Patrona d’Europa, di Don Agostino Iovene, Canonico Primicerio della Cattedrale e per molti anni Parroco e Vicario Generale della Diocesi di Ischia.
Era figlio della prima cugina di mia nonna Maria, cresciuto in una famiglia che aveva già donato alla Chiesa tanti sacerdoti e nipote di Don Vincenzo Cenatiempo, indimenticato Parroco della Cattedrale di Ischia. Ordinato presbitero a Ischia il 12 luglio 1969 per mano di Mons. Dino Tomassini, che in quel momento ricopriva la carica di Vescovo di Ischia, prima di essere trasferito nel 1970 nella Diocesi di Tursi Lagonegro, fu il primo parroco della Chiesa di Gesù Buon Pastore appena aperta al culto in Via Leonardo Mazzella per venire incontro alle esigenze di una nuova comunità in forte crescita in un luogo in cui erano sorti alberghi, case popolari e attività commerciali al di fuori del perimetro del borgo storico, e poi fu per oltre trent’anni Parroco della Chiesa di Santa Maria delle Grazie in San Pietro sul corso principale di Ischia. Fu a lungo docente del corso L della Scuola Media Scotti e del Liceo Ginnasio Scotti di Ischia, penultimo Vicario Generale della Diocesi di Ischia nominato dal Vescovo Pietro Lagnese ora Arcivescovo di Capua e Caserta.
Energico, poco incline alla diplomazia, intraprendente, talvolta molto diretto – io stesso nel corso della nostra quarantennale frequentazione ho avuto talvolta con lui rapporti burrascosi, sempre stemperati per l’affetto filiale che meritava e la bontà di fondo del suo animo, solo apparentemente burbero – ha servito la Chiesa con fedeltà, come gli era stato insegnato, e con obbedienza filiale. Non si tirava indietro: che si trattasse di raccogliere pacchi per la distribuzione alimentare ai meno abbienti, scaricarli o metterli a deposito, non c’era attività cui non si prestasse con solerzia.
Le decennali edizioni di Settembre sul sagrato, in cui riuniva a convegno ospiti di primo piano, intellettuali, musicisti, cantanti, intrattenitori e artisti del panorama nazionale, sul sagrato di San Pietro, rappresentarono un momento di felice espressione delle sue doti di organizzatore e di sacerdote impegnato nel campo sociale, come i viaggi in Europa e in Medio Oriente di cui era annualmente guida spirituale, nella certezza che occorresse uscire dall’isola e dalla sua mentalità provinciale per crescere e migliorarsi.
Quelle stesse doti di organizzatore e di operosità lo avevano reso negli anni giovanili amico personale e affezionato interlocutore del compianto Sindaco Enzo Mazzella proveniente come lui dalle frazioni collinari del Comune e impegnato in un’opera di modernizzazione di tutto il territorio comunale.
Membro attivo di Comunione e Liberazione sull’isola, partecipava, quando poteva, agli incontri nazionali di formazione e di spiritualità del movimento al quale aveva aderito fin da giovanissimo per la straordinaria sintonia della sua predilezione per il fare e la operosità dei seguaci di Don Giussani.
A lui si deve il prezioso restauro della Chiesa di San Pietro e il nuovo altare policromo con la sistemazione del catino absidale e la creazione del Centro Parrocchiale San Pietro, la luce dei suoi occhi, realizzato nel vecchio piscinale-cisternone di proprietà comunale ottenuto in comodato gratuito dall’ente pubblico e trasformato in un moderno auditorium, teatro, sala conferenze, dotato di ascensore per i diversamente abili, climatizzato e sempre aperto a disposizione dei giovani della parrocchia, centro che ha voluto e caparbiamente realizzato anche grazie alle donazioni della Maestra Lina Mameli Leonessa, della Fondazione ing. Salvatore Leonessa e sue personali, oltre al mutuo contratto dalla Parrocchia per la sua realizzazione.
Nell’ultima visita che gli avevo fatto con Paola, a casa, amorevolmente assistito dalla sorella Emilia, era parso stanco.
Non abbattuto, ma nemmeno incline alla quiete. Anzi ancora pervaso dall’ansia di fare. Perfettamente al corrente di tutto ciò che accadeva in Diocesi.
A volte disilluso ma non piegato. Indomito.
Come un figlio della Chiesa che ha servito fino all’ultimo nell’unico modo che gli era stato insegnato: con le opere, l’impegno, il sacrificio.
“ Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”





