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Uniti nel dolore e nella speranza

Di Mauro Iovino

La comunità isolana è stata fortemente colpita nella scorsa settimana da due eventi luttuosi che hanno determinato dolore, sconcerto, tristezza. Due giovani vite, due storie diverse, accomunate da un tragico epilogo e da un triste destino.

Gli isolani hanno però risposto in modo compatto stringendosi attorno alle famiglie di Chiara Iorio e Maria Diotallevi. Siamo una comunità di gente all’apparenza imbarbarita tutta protesa allo sviluppo dei propri affari e dei fatti propri, una società all’apparenza egoistica che però ha dimostrato orgogliosamente di essere diversa, di mostrare il meglio di se stessa nei momenti peggiori. Come già accaduto in passato in altre tragiche vicende, e voglio ricordare la tragedia del Monte Vezzi, la nostra isola, apparentemente individualista, si ferma e si unisce nel dolore.

Tutto ciò in un periodo in cui l’isola si sta rivestendo a festa, in occasione delle prossime festività del Santo Natale, e a parte qualche sterile e ripetitiva polemica sulla opportunità o meno di addobbare a festa con luci e colori le nostre strade, si comincia a respirare quel valore di fratellanza tipico del Natale, un clima che sarebbe opportuno che ci fosse più spesso perché individualismi ed egoismi fanno del male alla nostra società, frenano lo sviluppo e creano deleterie divisioni che vanno ad incancrenire rapporti e relazioni personali. Quante volte abbiamo visto che non si è capaci di mettere da parte antipatie e invidie? Ognuno guarda la propria tasca e in un contesto isolano come il nostro sarebbe invece opportuno fare “sistema” e lavorare tutti insieme per il benessere collettivo. Ischia dovrebbe fare “sistema” vista l’insularità e il modello turistico che ci caratterizza, ma noi riusciamo sempre ad essere disgregati e disuniti, indebolendo di fatto la nostra comunità.

Di fronte al dolore però, alla tragedia, al dramma, l’isola con tutta la sua forza, il suo calore, il suo affetto si unisce e da prova di sé. Come se dinanzi ai problemi sentissimo più forte la necessità di fare “gruppo”, di condividere, con una sorta di empatia le difficoltà. Allora se ciò accade in questi drammatici e tragici eventi, se quello che questa comunità ha dimostrato, potesse per un attimo essere applicato anche per il bene della nostra isola. Se questo grande senso di amore, di comunanza e fraternità diventasse uso comune nel vissuto quotidiano, tutto ciò cambierebbe veramente anche il modo di relazionarci e vivere la società.

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