LE OPINIONI

IL COMMENTO Verso le elezioni a Procida

di Giorgio Di Dio

In una comunità raccolta come quella di Procida, ogni passaggio politico assume un valore che va oltre la semplice dimensione amministrativa. La prossima tornata elettorale del 2026 non rappresenta soltanto un cambio di gestioni, ma un momento di riflessione collettiva: un tempo in cui ci si interroga su che cosa significa, davvero, prendersi cura di un luogo, delle persone e del loro futuro. Non conosciamo ancora i nomi, né le coalizioni che scenderanno in campo, ma forse non è questo il punto principale. Ciò che conta davvero è capire quale idea di comunità vogliamo costruire e che tipo di responsabilità siamo disposti, come cittadini, a condividere.

Procida è un’isola che vive nella delicatezza dei suoi equilibri: mare e terra, tradizione e innovazione, intimità e apertura. Amministrare, in un contesto simile, non significa solo gestire servizi o coordinare progetti. Vuol dire custodire un ecosistema umano fatto di relazioni, di memorie familiari, di consuetudini radicate, e al tempo stesso saperle proiettare verso un orizzonte nuovo. Governare, dunque, non è esercitare un potere, ma esercitare una cura. Nel linguaggio antico, “potere” non indicava dominio o imposizione. Rimandava invece alla capacità di rendere possibile qualcosa, di dare forma a un’intenzione collettiva. Trasposto alla vita pubblica, questo significato diventa illuminante: amministrare non vuol dire decidere per gli altri, ma creare le condizioni perché la comunità cresca in modo armonico, inclusivo, sostenibile. Un’amministrazione, per quanto attenta e competente, non può ottenere risultati se non trova nella cittadinanza un tessuto consapevole e disposto a partecipare. Ogni procidano, con i suoi gesti quotidiani, contribuisce – spesso senza accorgersene – alla qualità del governo locale. Le scelte individuali, sommate insieme, delineano l’atmosfera civile in cui chi amministra è chiamato ad agire. Non bisogna quindi pensare il potere come una torre isolata. Esiste un potere diffuso, fatto di collaborazione, fiducia reciproca e senso di appartenenza. Quando questi elementi mancano, anche il miglior progetto rischia di restare sulla carta; quando invece circolano, tutto diventa più fluido, più possibile. Da questo punto di vista, un buon amministratore non è colui che esercita autorità, ma chi attiva energie, riconosce competenze e ascolta senza timore. In un’isola, dove le distanze sono brevi e gli sguardi si incrociano ogni giorno, la capacità di ascolto è la prima forma di autorevolezza.

Gli antichi filosofi ricordavano che il vero comando comincia dal governo di sé stessi: dal dominio delle reazioni, dall’uso ragionato della parola, dalla misura nel giudizio. Anche nella politica locale, questo principio resta valido. Chi sa mantenere equilibrio e lucidità nei momenti difficili trasmette serenità e ispira fiducia. E fiducia, in una comunità piccola, è una moneta preziosa, capace di moltiplicare ogni sforzo. Ci sono però convinzioni che continuano a confondere il senso del potere. La prima è immaginare che esso dipenda solo dal ruolo o dal titolo. Un incarico non conferisce, da solo, autorevolezza. Questa si costruisce nel tempo, attraverso coerenza, trasparenza e rispetto dei cittadini. La seconda illusione è credere che autorità e capacità d’influenza coincidano sempre. Spesso accade l’opposto: c’è chi possiede un titolo ma non un’influenza reale, e chi, pur restando ai margini della vita amministrativa, riesce a orientare le decisioni con il proprio esempio e la propria competenza. Infine, c’è l’idea che il potere sia qualcosa di statico, da difendere o da conservare. In realtà, esso è una forma dinamica di fiducia, che si sposta verso chi dimostra di saper trovare soluzioni nei momenti giusti. Quando queste percezioni si alterano, può emergere una tentazione di controllo eccessivo: vigilare su tutto, decidere in solitudine, temere il confronto. In realtà, un governo che sa fidarsi e delegare è anche quello che cresce di più. L’eccesso di controllo genera immobilismo; la partecipazione, invece, genera movimento. Allo stesso modo, circondarsi solo di consensi rassicuranti può sembrare una scelta prudente, ma col tempo isola e impoverisce. Ogni amministratore, come ogni cittadino, ha bisogno di confronto leale e persino di critiche costruttive, perché sono queste che permettono di migliorare.

Altro errore frequente è pensare che conoscere meno sia un modo per difendere l’ordine. Al contrario, la conoscenza condivisa è una forza: quando le informazioni circolano, quando i progetti vengono spiegati e discussi, le decisioni diventano più solide e la comunità si sente partecipe. Trasparenza e partecipazione non sono lentezze burocratiche, ma strumenti di crescita civile. Amministrare Procida significa quindi gestire una realtà che è insieme minuscola e complessa: una rete fitta di persone, spazi, ricordi e speranze. Il compito di chi governerà è creare equilibrio tra esigenze immediate e visione a lungo termine, tra tutela del territorio e nuove opportunità, tra rispetto delle tradizioni e apertura a idee innovative. In ultima analisi, l’isola è una comunità in cammino, e ogni amministrazione – passata, presente o futura – rappresenta una tappa in questo percorso. Le esperienze che si susseguono non andrebbero contrapposte, ma viste come parti di una stessa storia, che si arricchisce di volta in volta di lezioni e tentativi. Amministrare bene, in un piccolo luogo, è un’arte paziente: richiede equilibrio, ascolto, senso della misura e quella forma di umiltà che permette di correggersi, di imparare, di riconoscere il valore degli altri. Non servono grandi gesti, ma gesti coerenti. Non servono proclami, ma attenzione quotidiana. Chi, nel prossimo futuro, avrà l’onore e l’onere di guidare Procida dovrà ricordare che il potere più solido non vive di imposizione, ma di fiducia reciproca; non nasce dal privilegio, ma dalla capacità di prendersi cura del bene comune, con rispetto per le persone e per il tempo che verrà.

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