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«Vi racconto la mia vita da ricercatore»

A tu per tu con il professore Vincenzo Nigro, genetista napoletano e coordinatore presso il Tigem di Napoli di diverse ricerche e scoperte sulle malattie genetiche rare

Lo incontriamo di sabato mattina. Il tempo a disposizione non è molto ma lui è riuscito a ritagliarsi comunque un momento per noi prima dell’inizio della sua conferenza al polifunzionale di Ischia. Di lì a poco, infatti, come ogni anno, incontrerà gli studenti isolani per parlare delle malattie genetiche rare e dei progressi nel campo della ricerca scientifica. A guardarlo da vicino, il professore Vincenzo Nigro, ordinario di genetica medica presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’Università Luigi Vanvitelli di Napoli ha davvero l’aspetto e il temperamento che ci si aspetterebbe da un ricercatore o scienziato: barba e capelli bianchi, atteggiamento pacato e riflessivo, ma che si entusiasma al solo parlare di scienza, geni e delle infinite sorprese che riserva il corpo umano.  E d’altronde non potrebbe essere altrimenti per una persona come lui che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio dei meccanismi che si nascondono nel nostro DNA: tutto quello che ereditiamo e non ereditiamo, ciò da cui nasciamo e tutto quello che è ancora un mistero per la scienza. Scienza a cui lui ha dedicato anni ed anni della sua carriera, mosso quasi da una predisposizione  naturale, come se questa fosse la propria missione di vita. «Ho capito di voler fare il ricercatore – ci racconta Nigro – già da ragazzo. Inizialmente, però, volevo fare il ricercatore di astrofisica, un campo che mi incuriosiva molto. Poi, però, mi sono iscritto alla facoltà di medicina e chirurgia. Sono rimasto affascinato dal mondo della genetica e ho così capito che volevo scoprirne di più». «La genetica? –  ci spiega ancora lui con gli occhi che si illuminano quando gli chiediamo quale sia l’aspetto più affascinante del campo in questione –  va ad una velocità inimmaginabile. Ci si affascina per la velocità della tecnologia, ma quella con cui si muove la genetica è qualcosa di ancora più straordinario. Quello che oggi conosciamo tra un anno potrebbe non valere più o essere arricchito da ulteriori scoperte. É un mondo in continua evoluzione». E sarà, forse, anche per questo che Nigro ha deciso di dedicare anima e corpo a questo settore di studi, appassionandosi a tal punto da arrivare, nel corso della sua carriera professionale, a scoprire perfino le cause, fino a qualche tempo fa ancora sconosciute, alla base di diverse malattie genetiche senza diagnosi, soprattutto quelle relative al sistema muscolare e per le cui ricerche oggi è noto al mondo scientifico nazionale ed internazionale, ma alle quali è arrivato ad interessarsi soltanto dopo un percorso formativo incentrato su ben altri aspetti della genetica.

É stato, infatti, solo dopo diversi anni passati a tagliuzzare e studiare filamenti di dna presso l’ Istituto nazionale di genetica  e biofisica di Napoli nel laboratorio del professore Edoardo Boncinelli, famoso genetista italiano, che è arrivata la richiesta di aiuto che avrebbe cambiato per sempre il suo percorso di ricerche: un sos lanciato da suo padre Giovanni Nigro, tra i principali pionieri in Italia del rapporto tra mondo scientifico  e il mondo sociale e padre fondatore della associazione UILDM per la lotta alle distrofie muscolari. «Dopo la laurea – ci racconta, infatti, Nigro – ho iniziato a fare ricerche nel laboratorio del professore Boncinelli che mi ha insegnato tantissimo su come lavorare con il DNA. Nel suo laboratorio, però, ci occupavamo di studi molto lontani dalle distrofie muscolari. Studiavamo i geni che regolano la formazione del sistema nervoso. Sono stato in quel laboratorio fino ai 35 anni quando ho poi deciso di aiutare mio padre».  «Papà- ci dice ancora – era alla ricerca disperata di qualcuno che lo aiutasse nel fare le diagnosi genetiche a pazienti con le distrofie muscolari.  Più della metà di queste avevano, infatti, ancora causa sconosciuta e così mi offrì di dargli un mano. In fondo, dopo aver passato anni nel laboratorio di Boncinelli, ero diventato abbastanza pratico con il dna. Poi è arrivata Telethon in Italia e mi sono detto che forse era quella la buona occasione per avviare alcuni progetti di ricerca proprio sulle distrofie muscolari e così poco a poco sono entrato in questo campo». «Se non fosse stato per mio padre – ci confessa il professore – oggi sarei comunque un genetista ma mi starei occupando probabilmente di altre ricerche».  Oggi, Vincenzo Nigro, è a capo di alcuni gruppi di ricerca sulle malattie genetiche rare, presso il Tigem, l’istituto di genetica e medicina di Napoli, centro di eccellenza della ricerca nel sud italia e finanziato proprio grazie a Telethon, e a lui si devono diverse importanti scoperte quali l’identificazione delle mutazioni e del gene difettoso che causano la distrofia muscolare dei cingoli e l’identificazione del gene della cardiomiopatia del criceto Bio14.6  uno dei principali modelli sperimentali. É responsabile, inoltre, del servizio di Next generation sequencing che facilita la lettura di grandi genomi in un tempo ristrettissimo e ha scritto oltre 100 articoli sulla genetica e sulle distrofie muscolari.

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Una mente eccellente quella di Nigro, una di quelle che non puoi fare a meno di considerare come un tesoro prezioso da preservare per il bene dell’umanità e che, unita ad una grande pazienza, quella che solo i ricercatori hanno, continua a lavorare duramente ogni giorno per dare una diagnosi concreta ai tanti pazienti provenienti da tutto il mondo che si rivolgono a lui e al Tigem di Napoli per scoprirei i geni difettosi alla base delle loro malattie. «Oggi- spiega il professore – siamo in un momento in cui grazie alle tecnologie stiamo scoprendo tantissime malattie genetiche. Negli ultimi sette anni sono state scoperte più malattie genetiche di quelle che si conoscevano in passato. Se prima si pensava che queste fossero circa tremila, oggi ne contiamo almeno seimila e probabilmente arriveremo anche a diecimila». «Le malattie più difficili da curare – ci confessa ancora- purtroppo sono proprio quelle muscolari. L’efficacia di una terapia dipende, infatti, da quanto un organo colpito sia facile da raggiungere. Ti faccio un esempio: per alcune malattie ematologie basta portare le cellule del sangue fuori dal corpo, si effettua un cambiamento genetico sulle stesse e una volta fatta questa procedura, le si rimettono nel corpo e si rivolse il problema. Ma i muscoli? quelli non si possiamo portare fuori dal corpo di un paziente, quindi ci vuole molto più tempo per trovare una cura che funzioni». Nigro, però, sembra essere estremamente fiducioso sui  risultati che potrebbe raggiungere a riguardo la ricerca scientifica in un prossimo futuro. «Attualmente – dice infatti-  al Tigem stiamo studiando le malattie genetiche ancora senza nome, soprattutto quelle che colpiscono i bambini. Al momento abbiamo dato una diagnosi almeno al 50% di queste. All’altro 50% ci stiamo ancora lavorando ma sono sicuro che si arriverà con il tempo alla cura di tutte le malattie genetiche perché gli strumenti ci sono. Basta semplicemente continuare a seguire la strada già intrapresa».

Vincenzo Nigro, come molti altri ricercatori, ha anche studiato all’estero, negli Stati Uniti, ma non gli piace essere definito come un cervello in fuga. «Più che un cervello in fuga – ci spiega – mi definirei un cervello mobile. Mi piace in generale essere in movimento, ma alla fine penso che i ricercatori debbano dare un contributo per il territorio in cui sono nati.  È giusto formarsi all’estero ed essere collegati con tutto il mondo perché altrimenti la ricerca non potrebbe esistere senza una rete mondiale, però è anche giusto che si dia il proprio contributo nel paese in cui si nasce e dove ci si forma fin da piccoli». «In Italia – ci risponde quando gli facciamo, però, notare che tuttavia nella nostra nazione il campo della ricerca scientifica non sia propriamente tutto rosa e fiori – certamente è difficilissimo fare il ricercatore, ma non è vero che all’estero sia più semplice. All’estero è facile entrare ma è difficile rimanere perché c’è moltissima competizione. In Italia, invece, una volta che sei entrato nel settore puoi rimanere in modo più stabile. È chiaro comunque che il problema principale è che nella nostra nazione si spende poco per la ricerca e sotto questo punto di vista il nostro paese è davvero ridicolo, soprattutto se lo paragoniamo ad altri paesi che pur essendo anche territorialmente più piccoli di noi, spendono il doppio».  Fondi disponibili a parte, per chi si incammina lungo l’intricato e non facile percorso della ricerca scientifica, secondo Nigro, pazienza, tenacia e fiducia, sembrano essere, però, i tre ingredienti indispensabili. «In questo settore – ci spiega il professore – bisogna sempre essere pronti alle sconfitte. Il momento più difficile per un ricercatore è ovviamente quando uno fa degli esperimenti per arrivare a dimostrare una cosa di cui è convinto e poi questi mostrano il contrario, oppure quando si presenta un progetto di ricerca bellissimo ma magari non ci sono i finanziamenti per portarlo avanti. Questo è successo anche a me, come d’altronde succede continuamente a tutti i ricercatori».«Se si vuole fare il ricercatore- incalza ancora- non ci si deve mai scoraggiare. Fare il ricercatore è un impegno pesante ma se uno ha la testa ce la può fare. Devi solo dimostrare di essere bravo in quello fai. Se sei capace troverai sempre qualcuno che vorrà prenderti a lavorare con sé. Se sei così così, invece, sarò onesto, magari ti serve la raccomandazione, ma se sei in gamba tutti ti vogliono. Pensa, io ho un mio collaboratore che è bravissimo a cui hanno offerto posti in tutte le università italiane. Le occasioni quindi non mancano, però  devi essere sicuro di voler fare quello fai. Se vuoi fare ricerca a tempo parziale non andrai mai da nessuna parte e prima o poi ti fermi, ma se la fai a tempo pieno andrai lontano. La ricerca è fatta per le persone che credono veramente in questo percorso. Perciò dico sempre di non scoraggiarsi mai di fronte agli ostacoli che si troveranno lungo il cammino, perché alla fine, oltre le cadute, ci sono anche  tante soddisfazioni».

«Il ricordo più bello della mia carriera? – ricorda ancora Nigro con un sorriso quando glielo domandiamo – è quando arrivarono alcuni pazienti dal Brasile per avere una diagnosi alla loro forma di distrofia muscolare ed io ero convintissimo che la causa fosse il gene delta-sarcogliano. Me lo ricordo come se fosse ieri.  Arrivarono in Italia alle tre di notte e io mi mise a lavorare a quell’ora nel mio laboratorio per effettuare la lettura del loro dna e verificare la mia ipotesi. Il pomeriggio successivo scoprì che tutti e tre i pazienti avevano effettivamente il medesimo difetto che avevo ipotizzato». «Quello – conclude Nigro- è stato un momento di pura gioia perché ero arrivato a scoprire una cosa che prima non si conosceva . Fu un giorno  che porterò sempre nel cuore».

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