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Villa Arbusto, la versione di Lello Montuori

Gianluca Castagna | Ischia – Può darsi che nella società della comunicazione niente ci sorprenda più, abituati come siamo a vederne (e sentirne) di tutti i colori. Può darsi. Però qualche volta ci si imbatte in persona, pensiero o incontro capace di dare una scossa. Persino positiva se, con lo strumento del paradosso, viene fuori (parte del)la verità delle cose. L’avv. Lello Montuori, invitato e intervenuto al convegno sul futuro del Museo di Villa Arbusto e dei suoi reperti in qualità di esperto in tema di legislazione dei beni culturali, conosce bene la situazione del museo, avendo ricoperto qualche anno fa il ruolo di responsabile amministrativo al comune di Lacco Ameno. Il rischio più immediato, secondo l’avvocato oggi dirigente al comune di Ischia, è che la cura possa uccidere il malato. Che l’accanimento terapeutico, o le periodiche zattere di salvataggio lanciate per la salvezza del Museo Pithecusae, non garantiscano rilancio alcuno e, peggio ancora, prolunghino un’agonia che mette a serio rischio la preservazione stessa dei preziosi reperti che il centro museale custodisce. Lo Stato, autentico proprietario dei gioielli di Villa Arbusto, da un lato incoraggia la valorizzazione delle risorse locali, dall’altro se ne disinteressa. Volete tenerlo aperto, volete tenerlo chiuso, questi sono i soldi (cioè pochi), decidete voi. Il risultato è il caos, l’abbandono, un declino inarrestabile. Senza che all’orizzonte appaia un nuovo Giorgio Buchner, o don Pietro Monti, o Giovanni Castagna a prendersi cura del paziente. Ma allora – sostiene Montuori – meglio inchiodare lo Stato alle sue responsabilità. E a una gestione degna di tale nome che solo lo Stato centrale, con i suoi mezzi e i suoi uomini, potrebbe assicurare. Anche a costo di prevedere scenari o contesti alternativi. Anatema?
Abbiamo chiesto a Lello Montuori di riflettere insieme sulle opportunità e i destini di Villa Arbusto e del suo museo archeologico.

Da molti anni, e da più direzioni, il suggerimento è sempre quello: trasformare il museo da semplice contenitore a luogo vivo di aggregazione, in grado di indurre affezione al pubblico, anche quello apparentemente più distratto. Il cuore pulsante di una comunità, in altri termini. Il Museo Pithecusae a Villa Arbusto non lo è mai diventato, né per l’isola d’Ischia né per Lacco Ameno, che pure lo ha visto nascere. Perché?
«Probabilmente perché i musei periferici, nell’attuale contesto socioeconomico e turistico, non hanno ragione d’essere. L’affermazione potrà sembrare paradossale per un sostenitore dell’intervento pubblico non solo nel campo culturale ma anche dell’economia, uno che crede nella pubblica amministrazione al punto da lavorarci, eppure tutte le linee di tendenza dell’attuale impostazione del diritto amministrativo registrano un ritorno alla dimensione centralistica, anziché ad un decentramento e alla valorizzazione delle risorse periferiche come si era lasciato credere all’inizio degli anni Novanta. Per questioni che sono legate soprattutto alla scarsità delle risorse. Non esistono riforme a costo zero; anzi, le riforme a costo zero producono – in termini di risultato – meno di zero. Se la PA non investe, tutto ciò che è periferico è destinato a soccombere. Mi lasci aggiungere che qui non c’entrano né le leggi né i soldi. Il museo come luogo di aggregazione, o centro vitale di una comunità, prescinde totalmente sia dall’economia che dalle risorse. Attiene alla scala dei valori. Evidentemente, nell’attuale contesto sociale, anche e soprattutto isolano, un museo non è un centro di aggregazione. Non perché non vi si spendano risorse, ma perché negli interessi degli imprenditori, del cittadino medio o dei turisti che visitano l’isola, la realtà museale è assolutamente residuale.»

Foto per Sommarietto 2Il museo dunque parla alla comunità e non trova interlocutori? Per colpa di chi?
«Non c’è una colpa, o forse la colpa è di chi non fruisce di questo servizio. Il Museo Pithecusae è lì da 15 anni, aperto, anche in circostanze fortunose. Chi viene a Ischia visita al massimo il Castello Aragonese o i Giardini La Mortella, mentre nessuno pensa di visitare un luogo che pure ospita uno dei reperti più importanti della Magna Grecia, risalente addirittura all’VIII sec. a.C. Se esiste una colpa, è di chi non lo visita».

Non sarebbe compito delle istituzioni rafforzare questa comunicazione? Non sarebbe una salutare assunzione di responsabilità sensibilizzare i destinatari di un racconto così prezioso?
«E’ indubbiamente così, ma per fare questo occorre investire. La cultura tuttavia viene prima del mercato, quindi se il turista medio che sbarca a Ischia avesse interesse ai beni culturali e archeologici che si trovano in quest’isola, oltre alle terme e al mare, probabilmente non ci sarebbe sindaco o assessore alla cultura che dovrebbe spiegarglielo. E’ esattamente l’inverso. Dovremmo noi cercare di fornire a questo turista tutti gli strumenti per poter fruire in maniera ottimale di queste risorse e non frustrare così la sua aspettativa. Che non può essere indotta dalle istituzioni».

Un solido asse Stato-enti locali– operatori economici non porterebbe a una razionalizzazione delle pochissime risorse disponibili e creare qualcosa di duraturo, stabile, per un centro museale come quello di Villa Arbusto?
«In astratto era così, tanto che il legislatore del 2004 aveva previsto una forte partecipazione sia della Regione sia degli enti locali. Ma se i trasferimenti dallo Stato agli enti locali continuano a diminuire, essi non saranno più in grado di assolvere nemmeno i compiti più tradizionali, tipo fornire servizi di assistenza sociale o rilasciare le carte di identità ai cittadini. Tutto il resto diventa velleitario».

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Coppa-di-NestoreGiochiamo. Ipotetico processo al Museo; le accuse sono: inadeguatezza, inutilità, spreco di tempo e soldi. Tocca a Lei l’arringa difensiva.
«I musei non devono produrre utile. Devono assicurare la tutela dei beni che contengono e garantirne la fruizione ai posteri. Nella migliore delle ipotesi, chiudono in pareggio, ma possono farlo anche con un bilancio non attivo. Non è compito della cultura occuparsi del pareggio di bilancio. Diversamente, ragionando per paradossi, potremmo stabilire che la coppa di Nestore possa essere usata dagli sposi che temono le performance della prima notte di nozze e mettere all’asta l’opportunità di bere da quella coppa per riuscire ad adempiere ai voti coniugali. Anche questa potrebbe essere considerata.. “valorizzazione”. Pago mille euro, bevo dalla coppa di Nestore. Il vero rischio, in realtà, è che tra dieci anni non ci sia più la coppa»

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Un rischio che nessun volontario può scongiurare.
«I volontari svolgono un’attività degna della massima attenzione. Nei pochi mesi in cui ho lavorato al comune di Lacco Ameno mi sono reso conto degli sforzi che faceva l’amministrazione per tenere aperta la struttura. Quando però ho letto la convenzione che regolava i rapporti tra il comune di Lacco Ameno e la Soprintendenza, ho compreso subito le gravissime inadempienze che esistevano già allora, in tempi nemmeno così emergenziali. Chiedo, forse provocatoriamente: dove ci porta la nostra pervicace ostinazione a pretendere di custodire senza mezzi i nostri reperti archeologici? Per quanto tempo ancora possiamo fare appello a queste sinergie (imprenditori, associazionismo, volontariato), trascurando il rigore che la conservazione di questo tesori esige, forse anche in un contesto più congeniale per la loro conservazione e valorizzazione? Se vogliamo trasmettere alle giovani generazioni ciò che abbiamo ereditato e che qui è stato scoperto, dobbiamo cambiare forma mentis e occuparci, prima ancora della valorizzazione, di conservarli, preservarli, altrimenti rischiamo davvero che questo patrimonio si disperda, senza poter più essere trasmesso a chi verrà dopo di noi».

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