IL COMMENTO Da Ischia a La Spezia, quando la violenza uccide il futuro

Anche da Ischia, isola di accoglienza, lavoro e convivenza quotidiana tra culture diverse, la notizia che arriva da La Spezia ci colpisce come un pugno allo stomaco. L’uccisione di uno studente, un ragazzo giovanissimo, non è solo una brutta pagina di cronaca nera: è una ferita profonda che interroga l’intero Paese, le famiglie, la scuola, le istituzioni e le comunità locali, comprese le nostre. Abanoud “Abu” Youssef è morto poco prima delle 20.00, raggiunto da una coltellata inferta con una lama di oltre venti centimetri che gli ha perforato gli organi interni. Era un ragazzo timido, solare, gentile. Uno studente che sognava di diventare elettricista. Nato a Fayyum, in Egitto, cittadino italiano, viveva da anni a La Spezia con la sua famiglia. Un giovane come tanti, con il futuro ancora davanti. L’altro protagonista di questa tragedia è Zouhair Atif, anche lui studente, descritto come un buon allievo, con un possibile futuro nell’artigianato e nella cantieristica. Un carattere più chiuso, più duro. Su di lui circolano racconti e frasi inquietanti, tutte da verificare, come è giusto che sia in uno Stato di diritto. Anche il Ministero ha annunciato l’invio di ispettori: la verità va accertata senza pregiudizi ma anche senza omissioni.
Di fronte a una tragedia simile, la domanda è inevitabile: come può prevalere il desiderio di vendetta, la violenza cieca, quando le cose non vanno come vorremmo? La risposta non può essere l’odio, né la giustificazione. Deve essere, piuttosto, il lavoro paziente e serio di una ricostruzione autentica, che permetta l’affermarsi di quei valori umani fondati sul rispetto, sulla comprensione e sul dialogo. Valori che stanno alla base della convivenza civile e del bene comune. A Ischia lo sappiamo bene. Nelle nostre scuole pubbliche, come in quelle della terraferma, le classi sono miste. Figli di famiglie ischitane e figli di chi è arrivato qui per lavorare convivono ogni giorno. Ed è giusto così. L’integrazione è una ricchezza quando si fonda su un principio chiaro: le regole sono uguali per tutti. Accoglienza non significa rinunciare alla sicurezza. Inclusione non significa tollerare ciò che è inaccettabile. Nel nostro Paese non è ammissibile portare coltelli a scuola, non è ammissibile farsi giustizia da soli, non è ammissibile imporre la violenza come linguaggio. Dire questo non è razzismo: è responsabilità. Non tutti gli immigrati sono violenti, e sarebbe ingiusto e falso affermarlo. Ma è altrettanto vero che stiamo assistendo a un aumento di episodi di violenza, anche tra giovanissimi, e che questi fatti non possono essere minimizzati o giustificati in nome di un malinteso buonismo. L’integrazione vera comincia dall’accettazione delle leggi e dei valori fondamentali del Paese che accoglie.
I nostri figli – anche quelli che ogni mattina entrano nelle scuole di Ischia – hanno diritto a luoghi sicuri, a crescere senza la paura che qualcuno possa arrivare armato e decidere di farsi giustizia da solo. Nessuna cultura, nessuna fragilità personale, nessuna rabbia può giustificare l’omicidio di un coetaneo per futili motivi. Basta dolore. Basta silenzi imbarazzati. Serve chiarezza, fermezza e un’assunzione di responsabilità collettiva. L’integrazione non cancella l’identità di un Paese, la rafforza. Ma chi rifiuta le regole della convivenza pacifica, chi sceglie la violenza, si pone fuori dal patto sociale. Da Ischia, come dal resto d’Italia, il nome di Abu Youssef non deve restare solo una notizia di cronaca. Deve diventare un monito. Perché la civiltà non si difende con l’odio, ma nemmeno con l’indifferenza. Si difende con la giustizia, il rispetto delle regole e il coraggio di dire che la vita umana viene prima di tutto.





