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«Vorrei un posto in cui vivere perché sono un essere umano, proprio come voi»

di Lujan Albano

ISCHIA – L’Italia sembra offrire situazioni sempre più disagiate ai propri abitanti. Dalla mancanza di lavoro, fino a quella di una fissa dimora. Queste condizioni sembrano farsi sentire fortemente nel sud d’Italia. Ma anche al nord la situazione non è delle migliori: la richiesta dei posti letto nei dormitori è inversamente proporzionale all’offerta. Il raggiungimento delle fabbriche sembra essere sempre più difficile per chi non possiede un proprio mezzo di trasporto. La ricerca del lavoro sembra essere sempre più impegnativa, e trovare un incarico sempre meno facile. Molti italiani si trovano oggi senza un tetto sotto cui vivere: uno tra questi è l’ischitano Alessandro Conte, che ha deciso di rilasciare un’intervista al nostro quotidiano. Il giovane Alessandro è costretto a vivere vagabondando per l’Italia alla disperata ricerca di un lavoro.

«Mi chiamo Alessandro Conte, ho ventiquattro anni e sono un senza tetto. Le mie sventure iniziarono quando avevo diciassette anni: mia madre mi cacciò via di casa, perché non riuscivo a trovare un lavoro. Credo che per i ragazzi sia sempre più difficile trovare sistemazione. Io ho solo la terza media, quindi non posso ambire a “grandi lavori”», spiega Alessandro con tono arrabbiato. «Non ho mai avuto un posto fisso in cui vivere. La prima volta che traslocai avevo otto anni e ricordo che per me fu un trauma: ero da mia nonna e urlavo di voler morire. Traslocai ancora e ancora: da Ischia a Venezia, da Venezia a Imola, da Imola a Ischia, da Ischia a Bologna. Ho vissuto completamente solo fin ora. Non sono riuscito a istaurare dei rapporti d’amicizia duraturi, e ciò a causa dei miei continui spostamenti da città in città».

«Ho vissuto anche in casa-famiglia a Ischia, dove mi accolsero per un po’ di tempo. Successivamente mi offrirono una sistemazione. Ero nella casa di un ragazzo che ora è il mio migliore amico, un fratello acquisito. Ma il mio tempo nel nuovo appartamento non era illimitato e arrivò ben presto il momento di andare. Riuscii a trovare un lavoro: ero un falegname ed avevo, per la prima volta, un monolocale tutto mio in cui vivere. Quel che ho imparato è che nella vita non è tutto rose e fiori, il fortunato non sei mai tu. Infatti, il fortunato non ero io, nemmeno questa volta. Fui licenziato per dare spazio al cosiddetto “amico del verniciatore”. Io non avevo nessuna raccomandazione e in Italia ne servono molte per trovare anche i lavori più umili. Mi ritrovai di nuovo senza un lavoro e senza una casa».

Alessandro si definisce un bravo ragazzo a cui sono successe cose cattive. Il suo percorso di vita è stato e continua ad essere ben diverso da quello dei suoi coetanei. «Ero disperato e mi sono fatto prendere dal panico. Vedevo tutto buio intorno a me e non riuscivo a progettare il mio futuro, così decisi di mettere fine a tutto questo: presi una lama e mi tagliai le vene. Mi portarono però al pronto soccorso, dove mi misero i punti e ora sono qui, sano e salvo, ma non dimenticherò mai quel giorno. Il mio non fu il gesto di un ragazzo debole, ma quello di un ragazzo arrabbiato. Ero e sono tutt’ora arrabbiato, perché sono stanco di vedere gli extracomunitari in case offerte dallo Stato, mentre gli italiani muoiono di fame. Sono stanco anche di non essere tutelato e di non poter frequentare nemmeno dei corsi gratuiti, perché non ho i titoli che questi richiedono. Stanco di avere avuto una vita così difficile».

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«Non auguro a nessuno di ritrovarsi nella mia situazione –  afferma Alessandro – anche se so che purtroppo molte persone possono capirmi. Ma la verità è che a nessuno importa! Ognuno in questa società ha il suo “pezzettino di terra” oltre al quale non guarda. Chiedo aiuto ogni giorno, ma le persone chiudono gli occhi e tappano le orecchie. Eppure non capisco: perché sono nate così tante associazioni se nessuna di loro può aiutarmi? Ho vagato per un mese in cerca di un posto letto in qualche dormitorio, ma sembra siano tutti affollati, oppure chiedono mille documenti che una persona vagabonda come me – ovviamente – non ha. Non sapendo più cosa fare ho anche provato a vendere organi e offrirmi come cavia per esperimenti scientifici, ma anche questa strada non si è conclusa a buon fine».

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«Sono veramente stanco di rincorrere la società e continuare a chiedere aiuto. L’aiuto non si chiede, si dà!». Alessandro a questo punto si commuove, ma continua a raccontare la sua storia: «Da piccolo sono sempre stato molto ambizioso. Ricordo che il mio sogno era quello di diventare un wrestler! Ora, invece, vorrei lavorare nel campo della tecnologia. Credo di non essere riuscito a raggiungere nessun obiettivo perché non ho saputo dare un futuro a mia madre, che ha cambiato uomo una decina di volte e che, magari, il futuro doveva garantirlo lei per me. Vorrei capiste la mia rabbia, ma so che non potete perché fortunatamente non siete nella mia situazione. Vorrei concludere dicendo che sono veramente arrabbiato con le autorità e con me stesso, perché non smuovono il culo e perché io mi sento un fallito. Vorrei ringraziare la madre del mio migliore amico, perché per un breve periodo mi ha fatto sentire amato e membro di una famiglia. Questo è il mio urlo di protesta e d’aiuto: vorrei un posto in cui vivere perché sono un essere umano, proprio come voi».

 

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