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Web e conoscenza

Gentile Professore,

in suo precedente articolo, comparso due settimane fa su “Il Golfo”, e intitolato “Psicologia della rete”, lei istituiva dei collegamenti tra il fenomeno della rivoluzione informatica e alcuni cambiamenti psicologici degli esseri umani, in particolare dei giovani che di Internet fanno uso massiccio, essendo “nativi digitali”.

In qualità d’insegnante di lettere di una scuola superiore mi confronto costantemente con il problema dell’uso e dell’abuso degli strumenti elettronici, senza riuscire a trovarvi risposte univoche, e mi pongo soprattutto il problema del tipo di conoscenza che essi consentono o precludono.

Per di più, anch’io utilizzo la rete per informarmi e per divertirmi: anch’io sono parte di quella umanità che è immersa nel grande utero digitale, sebbene con una particolarità: come tanti altri della mia generazione (ho cinquant’anni), mi sono formata in un mondo completamente diverso, il cui strumento di conoscenza per eccellenza era rappresentato dal libro. All’epoca (sono passati trent’anni ma sembrano cento), ci si poneva il problema dell’impatto della televisione sulla cultura di massa. Oggi, questa prospettiva sembra sia stata accantonata più che digerita veramente, sull’onda dello sconvolgimento tecnologico e sociale causato dal Web.

Le sarei, dunque, estremamente grata se lei potesse approfondire questo tema complesso e spinoso.

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Gentile lettrice,

è molto chiaro che qualunque discorso noi possiamo intessere sulla rete è già parte della rete, ne viene immediatamente assorbito e, in una certa misura infinitesima, la modifica in estensione. La versione on line del quotidiano che adesso pubblica questa nostra corrispondenza, infatti, è già uno dei miliardi di nodi presenti nel Web, sicché il dialogo su Internet è già Internet. Ci possiamo, perciò, domandare: che tipo di conoscenza può produrre il nostro dialogo? Si tratta di certo del prodotto di due coscienze critiche che hanno avuto il privilegio di vivere in due mondi totalmente diversi: quello prima e quello dopo dell’avvento della rivoluzione digitale.

Visto che siamo quasi coetanei, posso rammentarle che le “macchine di Touring” esistevano sin dall’epoca dei nostri genitori e che le grandi aziende, negli anni ’60, adibivano immensi spazi a colossali “calcolatori elettronici”, come erano chiamati allora, affinché elaborassero dati che oggi un semplice smartphone processa molto più rapidamente.

Fu il genio visionario di Stanley Kubrick (1928 – 1999) che, con 2001: odissea nello spazio (1968), fece irrompere nei nostri sensi la tecnologia del futuro e predisse la nascita di un superuomo nietzschiano capace di penetrare i misteri cosmici, ponendosi “aldilà del bene e del male”: l’elaboratore HAL 9000  apparve allora come il vero e più inquietante interlocutore dell’essere umano, la manifestazione del suo genio tecnico e delle sua soggiacente amoralità istintuale.

Oggi, come giustamente osserva lei, chi ha avuto una formazione basata sull’oggetto libro, sulla struttura astratta e concettuale del pensiero verbale, sull’idea-guida di nozione, guarda alla magmatica realtà del Web con un misto di attrazione e di orrore, di voluttà e di forte spirito critico; e, soprattutto, si pone il problema se la “rete”, così è strutturata non rischi di annullare proprio quel pensiero che potrebbe correggerne le deviazioni.

Va tenuto conto, comunque, che il pensiero critico non è un fenomeno puro, asettico, ma impregnato di affettività, sorretto e condizionato da sentimenti, legami identitari, appartenenze emotive, conflitti interiori. Si tratta delle medesime condizioni psichiche che modulano e veicolano la percezione e il modo che abbiamo di organizzarla. Cogliere la unitarietà del substrato emotivo di due realtà tanto diverse, come il pensiero e la percezione diventa un punto fondamentale per procedere nel nostro ragionamento. Infatti, l’interconnessione continua e globale che caratterizza la vita contemporanea costituisce una sovrabbondanza di percezione rispetto al pensiero analitico e approfondito.

Questo incredibile allargamento del campo percettivo (o meglio di alcuni specifici canali percettivi, almeno al momento, quali la vista e l’udito), determinato dalla sconfinata aderenza della “rete” al mondo (una mappa che borgesianamente s sovrappone alla realtà che intende descrivere, finendo per sostituirsi ad essa), da una parte consente una libertà eccezionale d’informazione e, dunque, potenzialmente di pensiero; dall’altra, non cessando mai di inviare dati, permette sempre meno di ricavare significati dal mondo e di esprimere orientamenti profondamente radicati nella coscienza. Soltanto questi ultimi, in effetti, consentono di generare inversioni di rotta rispetto all’accadere apparentemente inevitabile delle cose, sul piano politico, economico, sociale. Tutto appare labile e immediatamente sovrapponibile a ciò che è accaduto un istante prima, tutto sembra risolversi nell’estetica e nell’apparenza del fenomeno: sebbene ogni cosa resti perennemente presente nel Web, è psicologicamente che viene immediatamente dispersa, a causa del cancellarsi di una memoria intasata di input spesso irrilevanti. Anche il valore sentimentale delle percezioni diminuisce drasticamente, a favore di una eccitazione emotiva immediata che richiede di essere costantemente rinnovata per non lasciare spazio a intollerabili sensazioni di noia e d’impotenza.

Questo quadro trova una plastica riproposizione in ambito clinico nella massiccia dipendenza dal gioco e dalle sostanze; da una forte dose di schizoidismo, cioè da mancanza di empatia nei confronti degli altri, la quale può esprimersi in condotte sadiche, oppure nell’indifferenza per la realtà propria e altrui caratteristica del disturbo narcisistico; nello schiacciamento della vita immaginativa e nei conseguenti passaggi all’atto impulsivi, tipici delle organizzazioni borderline di personalità.

Intendiamoci ciò non nasce con Internet naturalmente, poiché in misura variabile è sempre stato presente nella storia dell’umanità. E se parliamo del Web dobbiamo anche considerarlo come una manifestazione di una società che ha posto la tecnica al vertice dei suoi valori, oscurando, praticamente, la maggioranza degli altri. La finanza e l’economia, in questo passaggio storico delicato, sembrano variabili impazzite e indipendenti, non soggette al controllo politico, e l’essere umano vive una crisi sociale che è anche psichica, di radicamento nel mondo, di senso dell’esistenza. E, per di più, comincia a diffidare fortemente dei suoi sensi poiché non sa più se c’è più qualcosa aldilà della mappa che sta osservando.

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Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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