LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «La crisi di Villa Mercede è una parte della nostra decadenza»

La crisi di Villa Mercede, dei suoi lavoratori maltrattati, non pagati, offesi e abbandonati, e con loro le decine di persone che hanno bisogno di aiuto non essendo spesso autosufficienti, è un fatto che dovrebbe interessarci da vicino. Non solo perché quegli stessi tecnici laboriosi dell’assistenza garantiscono, ormai da mesi, il loro appoggio anche senza retribuzione. Perché, un giorno, presto o tardi, pure ognuno di noi potrebbe trovarsi nella medesima situazione. Sia di chi lavora, ma anche di chi vi è ospitato. Se è il caso, e lo è, sensibilità, empatia e buonismo diffuso permettendo, i fatti dovrebbero indurci a espandere il ragionamento alla crisi che affrontiamo in ogni settore, nella sanità in particolare.

Alla sua frantumazione, all’inadeguatezza della “nostra” struttura ospedaliera di fronte alla quale, per contrastarne gli effetti corrosivi, oggi esistono solo l’abnegazione e l’opposizione di medici e personale cui andrebbe riconosciuto un premio. Anche se alcuni tra loro, provenienti da Napoli, potrebbero accontentarsi dei piccoli indennizzi prodotti dallo “status” e riconoscimento di Ischia quale zona disagiata. Venire a lavorare sull’isola, o da questa spostarsi in terraferma, non è certo la stessa cosa che recarsi nel resto della regione. A causa della difficoltà dei collegamenti marini a volte nel percorrere la distanza che ci separa da Napoli, sembra di affrontare il lungo viaggio che l’emigrante del secolo scorso compiva oltre Oceano per cercare una vita migliore. Non solo. In fondo la crisi della sanità e, in particolare, di Villa Mercede è molto simile alla lotta che sta affrontando l’isola d’Ischia dal punto di vista economico in cui può essere compreso il comparto turistico.

La scarsa attenzione al problema della residenza sanitaria per l’assistenza, che abbraccia una ridotta incisività da parte delle istituzioni locali, è un dato oggettivo che deve spingerci, perciò, a una riflessione a tutto tondo, in più ampia scala. Smetterla di ragionare su scelte politiche e amministrative che guardano alla contingenza, al momento, e cercare di cambiare il paradigma. Ciò includerebbe, di fatto, tutto ciò che ha a che vedere con la concezione capace di spingersi nel medio-lungo periodo e alla visione strategica. Ed è forse questa mancanza l’argomento più importante da rilevare e sostenere. Non va dimenticato dal dibattito l’altro tema cruciale. La presenza di una “classe dirigente” inadatta, nella più vasta cerchia della politica nostrana, spesso incapace di “leggere” il mondo e le sue dinamiche, incluse quelle “regionali” o persino locali. Una classe “malata” di visione monoculare al posto di quella tradizionale a “due occhi”. Anzi, nel nostro caso si tratterebbe di dodici, anche se qualcuno tra questi, in certi passaggi clamorosi, fa bella mostra di paraocchi modernissimi. C’è necessità, al contrario, di una classe dirigente nuova – magari tollerando pure la presenza di qualche ripetente – inutile girarci intorno. Definitivamente consapevole della centralità di Ischia in Campania e del destino che dobbiamo imparare ad autodeterminarci e guidare. E finalmente in grado di perseguire l’interesse collettivo isolano con una forte unità – e comunità! – d’intenti. Smetterla di fare paragoni con la vicina Capri e cominciare a farne con la Sardegna o le isole Baleari o la Croazia o altre località turistiche. Questa classe ”dirigente” manca. Ci manca. E quella attuale ha ben poco da sorridere. A parte l’ebetismo stampato sul volto di certi rappresentanti “locali” che mirano esclusivamente a guidare il proprio comune, approfittando magari d’imminenti elezioni. Continuano a muoversi senza uno straccio d’idea economica ma col pensiero condizionato, al contrario, dai vecchi, tuttora attuali e rigidi, confini amministrativi.

La situazione, visti i tanti segnali che incrociamo nella quotidianità del male amato scoglio, è un Medioevo camuffato da modernità e da un’innovazione (pensate alla metanizzazione, la più alta forma nuova rivoluzione che conosciamo!) già vecchia prima ancora di nascere. Inoltre, fatta eccezione per qualcuno, dal discorso della politica di casa nostra è bandita la difesa del territorio d’Ischia. Non solo dal punto di vista ambientale, il che già sarebbe un passo avanti. Non se ne discute neppure in termini economici o turistici. Si gettano questioni sui numeri, sulle visite o di come sia stata positiva la stagione turistica, o la Pasqua o un ponte quanto un 15 agosto. Nessuno che sia in grado di osservare il problema dal lato della riduzione, nel tempo, di turisti. Nessuno che accenni, anche dentro le campagne elettorali “locali” a come dare sostegno, nei modi più diversi, al tessuto economico e alle aziende e realtà che producono eccellenza sull’isola. Gli alunni di questa classe “ripetente” vi risponderanno, durante le elezioni o nel proprio mandato di governo, che questi temi sono lontani dal potere amministrativo locale. E cestinata dallo statista di turno, in modo dolce, la discussione su interesse e difesa dell’isola d’Ischia in termini differenti a fallire, ancora una volta, saremo tutti noi.

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