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Così parlò Di Gennaro: «Basta polemiche, siamo al servizio dell’isola»

Lunga chiacchierata al Rizzoli con il responsabile Covid, l’infettivologo racconta un momento davvero particolare e delicato in questa inedita intervista al nostro giornale

Come si vive anche sotto il profilo umano ed emotivo un momento del genere? Se qualcuno le avesse prospettato un tale scenario un anno fa, magari lo avrebbe preso per matto…

«L’esperienza umana e professionale col coronavirus? E’ troppo facile rispondere che mai avrei immaginato una situazione del genere. Abbiamo avuto un piccolo episodio epidemico all’epoca dell’H1N1ma una cosa così devastante e di impatto umano credo nessuno l’avesse preventivata»

«Ho lavorato al Cotugno appena specializzato in malattie infettive ed all’epoca ricordo che l’attenzione era tutta sull’epatite C e sulla cirrosi da virus C. E’ troppo facile rispondere che mai avrei immaginato una situazione del genere. Abbiamo avuto un piccolo episodio epidemico all’epoca dell’H1N1ma una cosa così devastante e di impatto umano credo nessuno l’avesse preventivata».

Prima di parlare del nostro ospedale, non posso non rimarcare che negli ultimi giorni non è mancata un po’ di maretta.

«Trovo che in questo momento le polemiche siano assolutamente da mettere da parte. Innanzitutto io sono un medico e come tale opero per necessità e non per convenienza di nessuna natura. Non mi interessa la politica, non voglio entrarci e non voglio essere tirato per la giacca. Metto soltanto il mio sapere al servizio dell’azienda per cui lavoro e rispetto fedelmente il giuramento di Ippocrate. Il mio curriculum? E’ disponibile in azienda: sono specialista in malattie infettive, dirigo questo reparto da almeno sei anni, lavoro in questo ospedale da venti. Voglio precisare che oltre che di malattie infettive mi sono sempre occupato di medicina d’urgenza, dunque credo sia stato quasi logico affidare al sottoscritto la conduzione dell’emergenza Covid qui sull’isola d’Ischia».

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Qual è il “termometro” della situazione e cosa è stato fatto in particolare al Rizzoli?

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«L’ospedale è piccolo ma deve essere funzionale. La ratio doveva essere quello di offrire agli isolani gli stessi servizi della terraferma e credo che ci siamo riusciti, grazie anche al supporto del gruppo eccezionale di persone con cui lavoro. L’idea è stata quella di creare percorsi dedicati all’interno del Rizzoli per mettere in sicurezza non soltanto i pazienti ma anche gli operatori. Abbiamo realizzato un percorso Covid ed uno “indenni”. Si parte dal pre triage e si prosegue col triage che può essere svolto sempre in tenda o all’interno a seconda dei casi. Per tutti gli esami c’è uno strumentario separato: anche il codice rosso Covid è ovviamente diverso da quello destinato agli indenni. I percorsi sono separati anche fisicamente, al pronto soccorso sono stati sistemati dei muri. Abbiamo dodici posti di medicina Covid e utilizziamo tutti i tipi di ventilazione. I pazienti più gravi vanno in rianimazione Covid, ne abbiamo due: a questi si aggiungono due per i pazienti sospetti. Abbiamo anche due ascensori indipendenti, insomma non c’è nessuna possibilità che i percorsi si incrocino. Abbiamo recuperato spazi anche da chirurgia e ortopedia per i quali si trattano ormai solo le urgenze, mentre neonatologia e ginecologia sono ovviamente rimasti invariati. E poi…».

«Il contagio a Villa Mercede? Quello è avvenuta a monte, prima che l’ospedale mettesse mano nella gestione della struttura. Adesso non serve trovare colpevoli, ma lavorare perché la situazione volga al termine nella maniera migliore possibile: ed è quello che stiamo facendo, senza lesinare gli sforzi»

E poi?

«I pazienti indenni, per maggiore sicurezza, e ancor più dopo i recenti fatti accaduti a Pozzuoli, prima di essere ricoverati nelle stanze loro riservate, vengono sottoposti a tampone cautelare, non perché sospetti Covid. Si tratta di un eccesso di zelo, aspettando la risposta dal Cotugno non lo poniamo né tra i casi Covid né tra gli indenni ma in una stanza filtro dove ci sono cinque posti. Appena arriva l’esito del tampone lo collochiamo nel proprio letto, per evitare ogni possibilità di contagio. Abbiamo un notevole quantitativo di DPI (dispositivi di protezione individuale, ndr) e mi piace sottolineare che non sono soltanto quelli forniti dall’ASL ma ottenuti grazie anche alla generosità del popolo ischitano. Le donazioni ricevute sono davvero eccezionali, ricordo l’ecografo portatile, la macchina che serve a fare test rapidi, una ambulanza ci è stata data in comodato d’uso. Ma mi piace sottolineare che abbiamo anche l’aperto l’ospedale al territorio».

Ci spieghi meglio.

«Io e i miei giovani aiuti abbiamo stilato un programma che si chiama “Il Rizzoli non vi lascia mai soli”. Ci siamo attrezzati per recarci ogni giorno sul territorio a valutare i pazienti che si trovano in contumacia domiciliare, che prima venivano osservati solo dai medici di base. Oggi invece li visitiamo personalmente facendo una serie di analisi a casa. La ratio è quella di evitare che le persone positive continuino a stare bene e che la malattia non progredisca. Abbiamo poi attivato anche il casello tampone, possiamo tamponare 30-40 persone al giorno mentre prima i tempi erano molto più lunghi. Come medici siamo in contatto anche con l’estero, applicando i medesimi protocolli. Insomma, credetemi, sotto questo punto di vista davvero non abbiamo niente da invidiare a nessuno».

Cosa non ha funzionato nella vicenda Villa Mercede, partendo dalla degenza dell’anziana signora presso l’ospedale di Pozzuoli, dove forse nasce il “peccato originale”?

«Noi dobbiamo attenerci alle regole scientifiche, ma ricordarci poi che ci troviamo nella società reale. Ischia vive di turismo, non possiamo annichilire la nostra fonte di benessere isolandoci e non facendo sbarcare nessuno. Altrimenti non moriremo di Covid, ma di fame. Riusciremo a far convivere la vocazione isolana con le garanzie di sicurezza»

«Le dico una cosa. Il problema delle rsa è molto più complesso di quanto si voglia far credere. In Italia tutte hanno avuto focolai epidemici più o meno grossi e non in tutti i casi c’era un problema di “peccato originale” che proveniva dall’esterno. In queste strutture, come può facilmente intuire, sono ricoverate persone con un livello cognitivo basso: è chiaro che in un comune reparto se fornisci delle indicazioni vengono seguite scrupolosamente e quindi se scappa un positivo non ci sarà certo un pandemonio. Se invece in rsa dici a una paziente di mettersi la mascherina, probabilmente non la terrà nemmeno dieci minuti né tantomeno c’è un’unità di personale per ogni singolo degente, in modo da poter effettuare un accurato controllo e monitoraggio. Insomma, le possibilità di contagio sono pazzescamente più elevate. E la diretta conseguenza è che purtroppo in caso di positività il passaggio orizzontale risulta molto più agevole».

Ma la situazione a Pozzuoli poteva essere gestita meglio?

«Il protocollo con cui è stato trattato il paziente che avrebbe poi portato il virus all’interno dell’ospedale flegreo è quello solito applicato per settimane e settimane e che non ha mai fallato. Non conosco il caso ma fatto il test rapido e le altre indagini è chiaro che – se non trovo dubbi dalla Tac e dagli esami strumentali – ci si regola di conseguenza. In casi molto rari però può accadere che la ciambella non esca col buco e che un soggetto maturi la sua positività dopo due o tre giorni. A quel punto però il danno è fatto, proprio per questo anche noi abbiamo applicato il modello della stanza filtro. Non voglio difendere i colleghi della Schiana, ma questo sistema può avere delle micro falle. Ora, una volta che a Villa Mercede è arrivato un paziente con questo tipo di problema è chiaro che diventa tutto complesso anche perché lei deve considerare pure un’altra cosa…».

Cosa?

«L’assistenza del comparto non era di pertinenza dell’ASL a Villa Mercede ma era data in concessione a una cooperativa, cui spettava l’incisività su quel personale. Sta di fatto, senza voler trovare più o meno colpevoli, che il passaggio è avvenuto. Noi dell’ospedale, che non abbiamo rapporti diretti con la RSA, abbiamo capito quello che era successo dopo l’ormai noto tampone su una anziana degente il cui risultato è giunto post mortem. A quel punto ho immediatamente avvertito il direttore generale e abbiamo tamponato tutti coloro che ruotavano attorno a Villa Mercede. Cosciente che il personale a disposizione fosse numericamente insufficiente, ho messo a disposizione il nostro personale ed abbiamo eseguito i tamponi d’urgenza, tra pazienti e operatori presenti. Quando sono arrivati i sei tamponi positivi, abbiamo esteso anche alla struttura serrarese il protocollo domiciliare, visto che per tanti anziani quella è l’attuale ed abituale residenza».

E poi cos’altro è stato fatto?

«Sono un medico, condannatemi o meno se faccio un atto professionale giusto o sbagliato. Ma attenzione, chi mi giudica deve avere competenze nel settore, non deve ergersi a censore chi fa un altro mestiere. Per dire se la sua casa è ben costruita, devo avere competenze in materia edilizia, altrimenti meglio zittire..»

«Abbiamo separato dagli altri i sei soggetti positivi creando due percorsi differenziati, abbiamo portato una quantità industriale di DPI illustrando agli operatori come utilizzarli, ma la verità è che si è intervenuti a cose già fatte. Insomma se l’impasto della torta è stato fatto da lei e io arrivo quando sta in forno, posso controllarne soltanto la cottura. Per farla breve, si poteva lavorare per interrompere la catena dei contagi, non certo per frenare quelli già avvenuti, che sarebbero maturati di lì a poco dopo l’incubazione. E così è successo, poi abbiamo dovuto bonificare la struttura e modificare ancora una volta le due aree: è stato un lavoro notevole, credetemi. Abbiamo visitato e continuiamo a visitare quotidianamente tutti, quando alcune condizioni cliniche si sono aggravate abbiamo ospedalizzato chi ne necessitava. C’è un’anziana signora che è morta con il Covid ma non per il Covid: aveva metastasi polmonari devastanti, la causa mortis è ascrivibile al fattore tumorale terminale e non certo al virus. Ancora ieri (venerdì per chi legge), abbiamo ricoverato in ospedale un’altra signora a scopo cautelativo, e allo stato dell’arte non sta facendo nemmeno casco. Non abbiamo abbandonato nessuno, monitoriamo tutti i pazienti con estrema attenzione».

Resta il nodo della trasmissione del contagio.

«Quella è avvenuta a monte, prima che l’ospedale mettesse mano nella gestione della struttura. Adesso, e mi scuserete se sono ripetitivo, non serve trovare colpevoli, ma lavorare perché la situazione volga al termine nella maniera migliore possibile. Al direttore generale ho chiesto personale di supporto a quello della cooperativa, che è stato decimato tra defezioni e positivi. D’Amore mi ha assicurato l’immissione in organico, ma parliamo di un’azienda pubblica che non può mettere sotto contratto nessuno in ventiquattro ore. E nel frattempo, proprio a dimostrazione dell’attenzione verso il problema, abbiamo destinato a Villa Mercede unità dell’area Covid in servizio al Rizzoli, perfettamente in grado di lavorare perché già formate».

Il 4 maggio parte la cosiddetta “Fase 2”: cosa dobbiamo aspettarci anche qui sull’isola?

«Noi dobbiamo attenerci alle regole scientifiche, ma ricordarci poi che ci troviamo nella società reale. Ischia vive di turismo, non possiamo annichilire il turismo isolandoci e non facendo sbarcare nessuno. Altrimenti non moriremo di Covid, ma moriremo di fame».

E quindi, che fare?

«Non bisogna farsi prendere dal panico e occorre adottare tutto ciò che c’è di preventivo. Noi porremo in essere cordoni sanitari efficaci e precauzionali, ma l’idea di chiuderci a riccio per i prossimi tre mesi finché non piova più è impossibile. E’ come quando fa freddo, si indossa il cappotto e si esce lo stesso. Dobbiamo fare in modo, e troveremo il sistema, di far convivere la natura turistica dell’isola con la necessità di garantire il minor rischio possibile agli isolani. Queste due cose non devono essere antitetiche, ma viaggiare in osmosi. E poi, se mi è concesso, serve pure altro».

Cosa?

«Evitare polemiche e strumentalizzazioni di natura politica. Sono un medico, ripeto, condannatemi o meno se faccio un atto professionale giusto o sbagliato. Ma attenzione, chi mi giudica deve avere competenze nel settore, non deve ergersi a censore chi fa un altro mestiere. Per dire se la sua casa è ben costruita, devo avere competenze in materia edilizia. Lasciatemi lavorare libero, poi mi giudicherete».

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