Hanno finito di mungere la mucca
La ricostruzione e la guerra alla concentrazione degli incarichi: troppe pratiche nelle mani di pochi tecnici hanno finito per causare rallentamenti. In arrivo un protocollo rigoroso con gli Ordini e nuovi atti per cambiare registro. Ecco cosa ha portato al “corto circuito”

«Il vero tema che oggi ingessa la ricostruzione è la concentrazione degli incarichi nelle mani di pochi tecnici. Con gli Ordini abbiamo convenuto di affrontarlo unitariamente e con maggiore rigore. Ci vedremo a breve per definire un protocollo molto rigoroso che sarà tradotto anche in atti commissariali per evitare questo fenomeno, che rappresenta oggi il vero limite del processo di ricostruzione». Le parole pronunciate dal commissario straordinario Marcello Feola al termine dell’incontro di Palazzo Armieri, a Napoli, con gli Ordini professionali aprono un nuovo fronte nella ricostruzione privata dell’isola d’Ischia. E questa volta il problema indicato senza troppi giri di parole non riguarda norme, procedure o coperture finanziarie, ma la concentrazione di un numero rilevante di incarichi nelle mani di un gruppo ristretto di professionisti. Una situazione sulla quale la struttura commissariale intende adesso intervenire attraverso regole più stringenti. Il fenomeno affonda le proprie radici nella fase iniziale del percorso post sisma. Quando cominciarono a essere presentate le schede e successivamente affidati gli incarichi, alcuni studi riuscirono ad acquisire un numero considerevole di pratiche. In diversi casi il rapporto con i proprietari degli immobili venne formalizzato molto presto, attraverso contratti professionali e anche con il versamento di acconti, procedura quest’ultima non proprio ortodossa almeno a dar credito a qualificati addetti ai lavori. Con il trascorrere degli anni, però, quella concentrazione è diventata uno dei fattori sui quali si è concentrata l’attenzione prima della precedente struttura commissariale guidata da Giovanni Legnini e adesso della gestione Feola.
La questione è anche organizzativa. La ricostruzione richiede infatti strutture professionali in grado di seguire contemporaneamente una lunga serie di attività: dai rilievi ai calcoli strutturali, dalle pratiche catastali agli aspetti urbanistici, fino all’efficientamento energetico e alla direzione dei lavori. Un insieme di competenze che presuppone studi articolati, personale e capacità di gestire numerosi procedimenti nello stesso momento. Sull’isola, soprattutto nella fase iniziale, non erano molte le realtà organizzate per sostenere una mole di lavoro di queste dimensioni. Non a caso, successivamente, nel mercato della ricostruzione sono entrati anche studi provenienti da Napoli e dalla terraferma, dotati di strutture professionali più ampie. A complicare il quadro avrebbe contribuito proprio l’accumulo degli incarichi. Acquisire decine di clienti non significa necessariamente essere nelle condizioni di portare avanti contemporaneamente altrettante progettazioni. Il rischio è quello di creare una sorta di imbuto: molte pratiche nello stesso studio e tempi inevitabilmente più lunghi per completarle e accompagnarle lungo l’intero iter necessario all’ottenimento del contributo. C’è poi il capitolo dei compensi professionali. Il sistema previsto per la ricostruzione privata ha garantito parcelle considerate particolarmente remunerative, soprattutto per gli interventi economicamente più consistenti. Di conseguenza anche un numero relativamente limitato di incarichi poteva assicurare volumi economici importanti. Un meccanismo che, associato alla concentrazione delle pratiche, non avrebbe favorito quella rapidità nella produzione dei progetti indispensabile per imprimere un’accelerazione alla ricostruzione.


In alcuni casi si sarebbe verificato anche un ulteriore intreccio: professionisti incaricati dai proprietari avrebbero indicato le imprese alle quali affidare i lavori. Una sovrapposizione delicata perché il direttore dei lavori, per la funzione che esercita, deve garantire il controllo sulla corretta esecuzione dell’intervento da parte dell’impresa. Alla concentrazione degli incarichi professionali si sarebbe così affiancata, almeno in determinate situazioni, anche quella dei lavori in capo a un numero ristretto di aziende. Nel mezzo sono rimasti soprattutto i cittadini. Cambiare tecnico dopo avere sottoscritto un contratto e magari corrisposto un anticipo non è sempre semplice. Eppure alcuni proprietari, davanti al protrarsi dei tempi, hanno deciso di interrompere il precedente rapporto professionale e rivolgersi altrove, contribuendo progressivamente ad ampliare il numero degli studi impegnati nella ricostruzione. Negli ultimi tempi il quadro ha infatti cominciato lentamente a modificarsi. Il ventaglio dei professionisti e delle imprese coinvolte si è allargato e alcune delle concentrazioni iniziali si stanno progressivamente ridimensionando. Ma evidentemente non abbastanza, se Feola ha deciso di mettere la questione al centro del confronto con gli Ordini e soprattutto di annunciare non una semplice moral suasion, bensì un protocollo destinato a tradursi in specifici atti commissariali. Il tema, del resto, non nasce oggi. Anche il predecessore Giovanni Legnini, prima di lasciare la struttura commissariale, aveva individuato nella concentrazione degli incarichi professionali uno degli elementi sui quali intervenire per favorire un avanzamento più rapido delle pratiche. Adesso Feola sembra intenzionato a compiere un passo ulteriore. Il passaggio più significativo della sua dichiarazione è proprio l’annuncio di un protocollo «molto rigoroso» concordato con gli Ordini e destinato a essere recepito negli atti della struttura commissariale. Significa che il principio della distribuzione degli incarichi potrebbe presto uscire dal terreno delle raccomandazioni per entrare direttamente nelle regole della ricostruzione. Il messaggio arrivato da Palazzo Armieri è dunque difficilmente equivocabile: l’epoca nella quale pochi studi potevano concentrare una quota rilevante delle pratiche dovrà essere superata. Dopo anni nei quali la ricostruzione privata ha finito per gravitare attorno a un numero limitato di professionisti e imprese, la struttura commissariale punta ad allargare il campo e soprattutto a legare maggiormente il numero degli incarichi alla capacità concreta di portarli avanti. In altre parole, per dirla con l’ironia che ogni tanto non ci fa difetto, hanno finito di mungere la mucca.





